mercoledì 27 novembre 2013

Nello studio di Jan Vermeer: " L'allegoria della pittura"




Se la pittura di Vermer è tutta qui, mi pare che quel "qui" sia una vastità" (G. Ungaretti)


Ormai è una superstar. Dopo un'esistenza riservata e tutta dedicata al lavoro, dopo due secoli d'oblio e la riscoperta ottocentesca, oggi basta esporre anche uno solo dei suoi dipinti per attirare migliaia di visitatori.
A rischio quasi di farlo passare per un'icona pop.
Per ritrovare la sua magia, però, bastano il silenzio e l'incanto di un dipinto come questo: una tela, datata tra il 1666 e il '68 e ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna


La porta è aperta e la pensante tenda di broccato sembra scostata apposta per noi. 
Non ci resta che oltrepassarla per entrare nello studio di Vermeer (1632-1675). 
Tutto è in ordine: non c'è nulla del caos che ci saremmo aspettati nell'atélier di un pittore. Le comodità, invece, non mancano: mobili di pregio, una scultura, qualche stoffa preziosa  e perfino una carta geografica appesa alla parete, come usava, allora, nelle case dei più ricchi.

La stanza, ampia e luminosa, col pavimento a grandi riquadri bianchi e neri, è quella abitualmente utilizzata al primo piano della casa della suocera. Un'agiata dimora borghese nel quartiere "papista" di Delft, dove è andato ad abitare dopo il matrimonio e la conversione al cattolicesimo. 
Con venti stanze e tre piani, la casa è grande, ma la famiglia è aumentata così rapidamente (quindici figli) che sembra  quasi diventata angusta. 
Non è facile per lui, così lento e meticoloso, isolarsi per dedicarsi alla pittura. Il suo lavoro lo occupa giorno e notte e, come al solito, fa tutto da solo: mantenere un collaboratore gli costerebbe troppo. 

Ed eccolo, al centro della scena, mentre sta ritraendo una giovane donna, che tiene in mano un libro e una tromba e ha in testa una corona di alloro. 
Con gli occhi pudicamente abbassati e l'aria gracile da ragazzina, sembra una delle servette di casa, travestita apposta per mettersi in posa.

Un pittore e una modella: sembrerebbe un momento come tanti nella vita di un artista. Eppure, come spesso succede con Vermeer, si ha l'impressione che non sia tutto qui e che qualcosa ci sfugga. 

A cominciare dall'aspetto del protagonista che, invece di mostrarsi in bella vista, ci volta le spalle, mentre siede al cavalletto, vestito con un abito fin troppo elaborato e completamente  inadatto al lavoro. 
E poi le vesti che indossa, dal giubbotto traforato sulla camicia bianca, alle calze portate arrotolate alle caviglie, sono sorpassate: andavano di moda, in Olanda, più di un decennio prima.
Se si guarda ancora meglio, ci si accorge, poi, che Vermeer, di solito così preciso, ha mescolato parti di verità a piccole incongruenze. 
Intanto, la grande carta geografica alla parete rappresenta una situazione vecchia di mezzo secolo, prima della creazione del nuovo Stato olandese.
Poi, per esempio,  ha tracciato sulla tela dove lavora lo schema iniziale di una composizione, però sta usando un poggia-mano, un bastoncino col pomo d'avorio, che dovrebbe essere riservato solo alla rifinitura finale

Viene, allora, il dubbio che quella a cui assistiamo sia una messa in scena e che Vermeer abbia trasformato il suo studio nella scenografia di un teatro, in cui sia lui che la modella recitano una parte. 
Ma quale?
La chiave sta tutta nell'abbigliamento della donna: secondo l'"Iconologia" di Cesare Ripa, un testo fondamentale per gli artisti dell'epoca, la tromba e l'alloro sono gli attributi della fama, mentre il libro allude alla storiografia. 
Si tratta, dunque, di una rappresentazione di Clio, la musa della storia e dell'ispirazione artistica.

Ed ecco che la scena assume tutt'altro significato: non è un autoritratto di pittore nello studio- all'epoca piuttosto frequente- ma un'allegoria della pittura. 
Vermeer non è di quelli che scrivono trattati, o elaborano teorie. 
Se vuole celebrare la sua arte, proprio negli anni del suo riconoscimento ufficiale e della sua nomina a Sindaco della Gilda dei pittori di Delft, preferisce farlo nel modo che conosce meglio: dipingendo. 
E lo fa, senza retorica e senza enfasi, evitando di usare i soliti riferimenti mitologici o alla storia antica. 

Sceglie di raffigurare una stanza di casa sua, con la luce, che entra da una finestra fuori-campo e rende vero ogni dettaglio, dalla stoffa della tenda in primo piano, al pavimento che ha l'aria di essere appena pulito, ai bagliori del bronzo scintillante del lampadario. 
In questa scenografia casalinga, con un  semplice pezzo di stoffa azzurra e una trombetta di latta, trasforma una servetta timida nella musa Clio. 
Poi fa sì che l'artista al cavalletto, abbigliato con un vestito fuori moda, scovato nel fondo di qualche armadio, diventi il simbolo, senza tempo, di tutti i pittori. 
E ci fa capire che la pittura, più ancora della scultura, simboleggiata dalla testa di gesso posata sul tavolo, è in grado di ricreare una realtà fuori dal tempo e di rendere eterno ogni minimo frammento di vita.

Vermeer sa di essere un grande pittore e ne va fiero: per questo terrà questa tela nel suo studio, senza mai venderla e, alla sua morte, la moglie rifiuterà di cederla per pagare i debiti. 
Rappresenta il suo omaggio all'arte che ha sempre praticato, con orgoglio e senza mai venire meno, malgrado le difficoltà e i problemi economici.
Sa che gli bastano colori e pennelli e, in quella stanza  al primo piano di una casa affollata e rumorosa di voci infantili, potrà trasfigurare, nella serena perfezione delle sue tele, anche i più modesti particolari quotidiani. 

Grazie al suo modo di usare la luce e il colore, la rappresentazione di un artista al lavoro, quella di una domestica che versa il latte (ne ho parlato qui), di una piccola via di Delft o di una ragazza con l'orecchino di perla potranno assumere un significato universale e  diventare opere in grado di attraversare i secoli.

All'interno di quella nitida dimora olandese la pittura avrà compiuto, ancora una volta, la sua magia.






25 commenti:

  1. Vermeer è proprio un mago e te sei una fata, che ci racconta cose nascoste nei dipinti.

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    1. La magia attira magia, vero? Non ci si sente tutti più incantati e incantatori dopo aver visto Vermeer?

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  2. Grazia, io ogni volta ti lascio un commento soprattutto per ringraziarti, perché più che rimanere a bocca aperta per la meraviglia non riesco a fare :-)

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    1. Grazie Silvia! Come dicevo a Lorenza, è la magia di Vermeer!

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  3. Questo quadro non lo conoscevo, mi ha fatto subito venire alla mente "Las Meninas" di Velazques, anche se lì la prospettiva è diversa (la visuale in quel caso è ciò che vedono le persone a cui sta facendo il ritratto).
    Comunque è molto particolare anche questo: soprattutto dopo le tue spiegazioni!!!
    Ciao

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    1. Hai ragione Jampy: somiglia un po' a Las Meninas e forse anche al "Ritratto degli Arnolfini di Jan Van Eyck": evidentemente c'è qualcosa che unisce questi grandi artisti, quando vogliono rivelare qualcosa di più della loro arte.

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  4. A Bologna, con tutta la pubblicità fatta per la"Ragazza con l'orecchino di perla" è già diventato un'icona pop. Pensa che si dice che le prenotazioni siano già esaurite!! E nessuno parla dei capolavori del Museo dell'Aja che accompagneranno l'icona!!
    Ciao
    Marco

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    1. A parte la pubblicità vedere a Bologna i capolavori del Mauritshius di sicuro varrà la pena!

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  5. Te l'ho già scritto nel commento al tuo post del 2012, io adoro Vermeer! E mi ritengo fortunata di aver potuto ammirare un suo quadro (e il mio preferito) dal vivo e sopratutto con calma, perché c'era pochissima gente. E quel quadro è molto piccolo, quindi è bello potersi avvicinare e gustarselo, senza ressa e senza calca...

    Grazie, come sempre grandissima, questi racconti che sembra leggere dalle pagine di un romanzo! Quando andiamo in stampa???

    Baci
    Cinzia

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    1. Grazia, non grazie. Anche grazie, ma li era Grazia... ; )))

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    2. Cinzia, Vermeer sarebbe meglio vederlo in silenzio e in solitudine. comunque è tale l'incanto che anche quando c'è la folla ci si sente soli davanti al quadro, in un colloqui intimo e privato.
      .... e per la stampa, prima o poi, chissà...
      Grazie a te e un abbraccio

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  6. Non può essere che la rappresentazione di Clio messa assieme alle vesti vecchie d'una decina d'anni possa essere ricondotta al periodo di affermazione come artista avuta un decennio prima? A metà degli anni '50 aveva trovato un mecenate che comprava quasi tutti i suoi quadri e proprio intorno a quegli anni cominciò a stare economicamente molto meglio.
    Fermo il resto che, come al solito è molto ben scritto e interessante, grazie.

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    1. Massimo, la tua può essere una buona ipotesi.
      C'è anche chi ha pensato che l'abbigliamento e la carta geografica datata a quando le Fiandre erano sotto il dominio spagnolo, sottintendessero una certa nostalgia per un periodo in cui le commissioni (soprattutto religiose) erano più frequenti e lo status di artista più riconosciuto.
      È che la pittura di Vermeer, apparentemente così semplice, non finisce mai di svelarci i suoi segreti
      Grazie a te e a presto

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  7. già quando andiamo in stampa ?? grazie ancora una volta del viaggio fantastico che ci fai fare !

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    1. Eh, Cristiana, non mi dispiacerebbe, ma vedremo...:-)

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  8. il mio commento non può essere che il solito immancabile grazie!

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    1. Grazie sempre a te Dede per la tua amicizia, per la tua condivisione!

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  9. Vermeer mi manda in lipotimia, la sua luce è inarrivabile.
    E i tuoi post sono meravigliosi.

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    1. Grazie da parte di Vermeer e anche da parte mia :-)

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  10. "Radiografia" perfetta di un quadro che non conoscevo.
    Grazie di averlo postato.

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    1. È uno dei dipinti più complessi di Vermeer,un po' diverso dai soliti. Ma, ad ogni modo, come sempre, un capolavoro!

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  11. Ciao Grazia, tempo fa lessi un bel libro su Vermeer, che credo tu conosca, "L'ambizione di Vermeer" di Daniel Arasse. Mi era piaciuta molto la lettura che faceva di questo dipinto, mi pare che parlasse anche delle vedute di città che si trovano sulla cornice della carta geografica ma a dirla francamente non ricordo cosa dicesse… Bisogna che vada a ripescarlo nella libreria, assolutamente!

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    1. Paola cara, non ho letto il libro, ma ho letto qualche tempo fa il saggio su Vemeer in una raccolta degli scritti di Arasse ( è lì- mi pare- che parla di alcune incongruenze del dipinto come l'uso del poggia mano nella fase iniziale del dipinto). Mi ricordo che legava una scritta sulla carta geografica (dove c'è la firma di Vermeer) "renovatio", se non ricordo male, al rinnovamento della pittura da parte di Vermeer attraverso la luce. Ma è un ricordo nebuloso.Devo dire che, pur ammirando moltissimo Arasse, questo scritto mi lasciò perplessa e non lo capii del tutto ( di sicuro per mia colpa).Probabilmente lo dovrei rileggere con più attenzione. Vado anch'io a ripescarlo in libreria e poi ne parlaimo

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  12. Che brava che sei! E' un piacere leggerti! Mi fai entrare davvero nel quadro e nella concezione estetica dell'artista.

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    1. Grazie per le tue parole! E' un piacere condividere i miei pensieri!

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