giovedì 23 maggio 2013

Tra bianco e scarlatto: il ritratto di Gabrielle d'Estrées





"Come mai non ne parli ancora":- mi chiedono gli amici che sanno della mia passione per i quadri che raccontano storie di ambiguità e di mistero e, magari, condite da un vago sentore di zolfo.
E, poi, in questo periodo lo vedo dappertutto: riprodotto, reinterpretato in mille modi e perfino ritagliato nelle tessere di un puzzle... Insomma, ignorarlo non è possibile.
Allora, eccolo qui:


Sul fatto che il dipinto, ora al Louvre, sia stato eseguito alla fine del Cinquecento e che lo stile sia quello dell'elegante manierismo della scuola di Fontainebleau, nessun dubbio.
Tutto il mistero sta nel soggetto.

Due pesanti tende di raso rosso si scostano, come il sipario di un teatro, per mostrare due giovani donne nude in una vasca da bagno.
I capelli acconciati con cura, le sopracciglia depilate come vuole la moda del tempo e i raffinati orecchini con pendenti di perle ci dicono che si tratta di dame della più alta nobiltà: due algide e altere aristocratiche che guardano fisse verso lo spettatore. Tra di loro nessun dialogo, nessun gioco di sguardi.

La gentildonna bionda è da identificare con la bellissima Gabrielle d'Estrées, la favorita del re di Francia, Enrico IV. La bruna, che le rassomiglia come una goccia d'acqua, è probabilmente una delle sorelle.
In secondo piano, un'altra tenda rosso più scuro, si apre su un ambiente in penombra, appena rischiarato dalle braci di un cammino. 
Una lama di luce illumina un dipinto, in cui si intravede il corpo disteso di un uomo. Una donna sta cucendo accanto a un tavolo ricoperto da un panno verde cupo.

Fin qui potrebbe trattarsi del doppio ritratto di due sdegnose aristocratiche, colte in un momento di intimità.
Invece, un gesto rimette in gioco tutto.
Un gesto, che sarebbe provocante e impudico, se non fosse compiuto con tanta fredda eleganza: la donna bruna stringe tra il pollice e l'indice il capezzolo del seno dell'altra.
Con una rispondenza perfetta, Gabrielle ripete lo stesso gesto, tenendo tra le punta delle dita un prezioso anello d'oro.
Il tono di raggelato erotismo fa pensare a un qualche indecifrabile rituale.

Un mistero stuzzicante, tutto da svelare.
Non resta che cominciare a indagare, partendo, per esempio, dall'elemento più bizzarro della scenografia: la vasca da bagno ricoperta di candida seta.
Se c'è un motivo per cui le due donne hanno scelto di essere ritratte immerse in una tinozza, non è certo legato all'igiene e alla cura del corpo.
Siamo in tempi in cui lavarsi è considerato addirittura pericoloso per la salute e la poca pulizia obbliga a mascherare l'odore acre del corpo con litri di profumo.

Il fatto è che la rappresentazione di giovani donne al bagno, anche se priva di ogni orpello mitologico, offre l'unica possibilità di ostentare, senza scandalo, la nudità femminile. 
Per Gabrielle è il soggetto più adatto per esibire la bianchezza immacolata del corpo.
Tutti sanno quanto sia orgogliosa della sua pelle lattea, considerata il segno distintivo della vera aristocrazia. 
È convinta che, vedendola ritratta nuda, perfino le più gelose dame di corte dovranno riconoscere la bellezza del suo incarnato perlaceo, esaltato da un tocco di rosso carminio sulle labbra e sulle punte dei seni. 
E, del resto, è proprio il suo splendido candore ad avere abbagliato il re, quando lo ha incontrato la prima volta. Allora aveva diciassette anni e già il peso di un passato burrascoso alle spalle. 
Enrico, sposato con Margherita di Valois era abituato da tempo a coltivare fuori del matrimonio la sua galanteria. Eppure si  è innamorato come un pazzo di quella bionda dalla pelle di porcellana e non ha avuto pace finché non l'ha conquistata.

Le indirizza lettere appassionate, la ricopre di regali, la vuole con sé ovunque e sempre al posto d'onore: i più malevoli insinuano che sia stato stregato.
Dal suo matrimonio con Margherita non ha avuto figli ed è Gabrielle a dargli il tanto desiderato erede, un maschio, subito legittimato. 
Da allora a corte hanno preso l'abitudine di chiamarla "presque reine, quasi regina".

Sarà l'invidia, ma sono in molti a non vederla di buon occhio, anche se devono ammettere che, grazie alla sua influenza, Enrico, protestante di nascita, ha accettato di convertirsi al cattolicesimo.
Una conversione che gli è valsa l'incoronazione a re di Francia e la frase "Parigi val bene una messa", con cui passerà alla storia.

"Solo Dio o la morte del re potranno fermare la mia fortuna":- si vanta, intanto, Gabrielle, sempre più sicura di sé e del suo trionfo.
E proprio nel 1599 Enrico, dopo aver ottenuto l'annullamento del matrimonio, le dona, durante una grande festa, l'anello con cui è stato appena incoronato, manifestando platealmente la sua intenzione di sposarla, mentre è incinta del loro terzo figlio.

Ecco, allora, come sarebbe nato il soggetto del quadro.
Il dipinto, destinato a essere condiviso in privato solo con pochi cortigiani fedeli, rappresenterebbe niente altro che la celebrazione di questo evento, nascosta ma non troppo, sotto il velo delle allusioni e dei simboli.
Per chi lo guardava non era difficile comprendere il significato dei gesti speculari e simmetrici che le due donne compiono all'unisono, come in un balletto.




L'anello in mano a Gabrielle rappresenta il matrimonio e la sua consacrazione ufficiale a regina.
Il corrispondente gesto della sorella di stringerle il capezzolo, lontano da ogni ambiguità erotica, allude alla nuova gravidanza e all'allattamento.
Insomma, è la conferma che, grazie a quella bellezza  che ora tutti possono ammirare, Gabriella ha raggiunto il suo scopo: salire sul trono di Francia.
La donna, seduta sullo sfondo, starebbe cucendo le fasce destinate al bambino.

Tutto parrebbe chiaro, eppure... 
Eppure qualcosa ancora non mi convince.
E allora? Allora non mi resta che tornare a guardare il quadro, magari iniziando dalla penombra dello sfondo per capire se, nascosti nel riflesso scarlatto delle tende e in quello sulfureo del fuoco, non si possano scoprire altri e più inquietanti segreti.

(continua)







giovedì 16 maggio 2013

L'arte del ricordo di Joan Mitchell





In questi giorni un fastidioso disturbo agli occhi mi impedisce di leggere o di usare a lungo il computer. Non volevo, comunque, lasciare il blog senza una nuova immagine e allora mi è venuto a mente di pubblicare il dipinto di una pittrice che amo molto, Joan Mitchell (1926-1992).




Il trittico intitolato "La grand Vallée XIV" è attualmente conservato a Parigi al Centre Pompidou. 
Fa parte di una serie di pitture di grandi dimensioni realizzate, pensando non a un posto concreto, ma a una valle magica descritta da un'amica come il luogo fatato della sua infanzia.
Un paesaggio, dunque, non tratto dal vero, ma ricreato con l'emozione e con la fantasia, sull'onda delle parole di un racconto, di un ricordo.

I gialli, i verdi e tutte le gamme del blu, che esplodono sulla tela, lasciano immaginare alberi dalle tinte brillanti, i riflessi dell'acqua di un fiume o l'azzurro nitido del cielo: la gioia della natura vista attraverso gli occhi di una bambina.

I grandi colpi di pennello che coprono tutto il dipinto rimandano alla spontaneità della pittura dell'Action Painting, in cui Joan Mitchell, nata a Chicago, si era formata ai suoi esordi negli Stati Uniti.
Ma all'influenza dell'arte americana si unisce qui il ricordo delle grandi e luminose tele degli impressionisti. 
Lo stesso che l'ha spinta a trasferirsi dagli Stati Uniti alla Francia in un piccolo paese di campagna, Vétheuil, non lontano da Giverny, sulle tracce di uno dei suoi pittori preferiti, Claude Monet. 

Al contrario di Monet, però, Jean Mitchell non lavora mai al cavalletto, en plein air, ma nel suo studio. 
Lì si sforza di ritrascrivere sulla tela le tracce che le passeggiate o le escursioni nella campagna hanno depositato nel suo cuore e nella sua memoria.
"Preferisco lasciare la natura dov'è. È già bella così":-usava dire. 
La sua aspirazione è che suoi diventino, piuttosto, "paesaggi dell'anima".

E sono proprio questi i paesaggi, a cui mi piacerà  ripensare, in questi giorni, nei momenti in cui me ne dovrò stare forzatamente ad occhi chiusi, magari cullata da una musica come questa.



Per maggiori notizie su Joan Mitchell, QUI è il link al sito della sua Fondazione e QUI la recensione di una delle poche mostre delle sue opere tenute in Italia.




martedì 7 maggio 2013

L'insostenibile leggerezza di Raoul Dufy




"Dufy è il piacere allo stato puro" (Gertrude Stein)


Ci sono giornate in cui una punta di malinconia ci assale all'improvviso. 
Che cosa fare allora? Ci si può rifugiare nella cioccolata, nella musica, nella lettura dei libri di Quenau o di Achille Campanile, oppure, nei casi più ostinati, si può sempre tenere sottomano la riproduzione di un quadro di Raoul Dufy (1877-1953). 
La magia dei suoi colori scintillanti, forse, non riuscirà a cancellare del tutto la tristezza, ma, di sicuro, ci aiuterà a guardare il mondo con occhi diversi. 

E pensare che qualche critico lo giudica ancora un pittore troppo gioioso e lieve per essere un artista con la "A" maiuscola, come se per creare un'opera d'arte fosse indispensabile macerarsi o covare dentro di sé le più profonde angosce.
Invece Dufy non solo non sembra soffrire, anzi, pare divertirsi a fare il prestigiatore e a estrarre dalla sua magica tavolozza tutto quello che c'è di più bello, luminoso e armonioso nella vita. 
Come nella sua "Regata a Cowes", oggi alla National Gallery di Washington:


Siamo nel 1931 e, all'epoca, Dufy, è un artista maturo e affermato. 
Dopo una prima adesione all'impressionismo, pur rimanendo sempre indipendente, ha costeggiato tutte le avanguardie, dai fauves di Matisse, da cui è rimasto folgorato,  alla sintesi di Cézanne o al cubismo di Braque. 
Da sempre, nei suoi dipinti, ha privilegiato la luce e, soprattutto, il colore, che è diventato l’elemento fondante delle sue composizioni.
Lo ha capito  fin da quando- come racconta lui stesso- osservando una ragazza correre per strada, ha avuto la sensazione che la mente registri  il colore ancor prima dei contorni.
Per questo nella sua pittura ha deciso di dissociare il colore dal disegno.

Come qui, dove il blu luminoso e sfolgorante del mare satura tutta la tela quasi fosse una grande pozza colorata. 
Su questo sfondo di un azzurro intenso, Dufy ha tratteggiato sinteticamente le onde, le vele o gli stendardi variopinti delle barche, facendoli diventare come "geroglifici" di una sorta di stenografia disegnata.
Le abbreviazioni dei contorni bastano da sole a definire l’essenza delle cose e a rappresentare la scena, anzi, a restituire le sensazioni che ci provoca. 
E sono, come spesso avviene in Dufy, sensazioni di gioia e di allegria.
Della regata rimane il ricordo dell'azzurra immensità del mare, del vento che increspa le onde, delle vele spiegate e delle tinte squillanti delle barche impavesate a festa.
Resta la memoria di un momento di emozione, che, sia pure per poco, ha fatto dimenticare le brutture della vita.

Il mare, le vacanze, i concerti, le corse ippiche sono i soggetti favoriti di Dufy. 
Gli piace l’atmosfera allegra, l’energia e il movimento della folla che si diverte: gli piacciono i momenti, in cui la vita appare come una festa.
Una festa, però, che non ha nulla di superficiale e di mondano.
Per lui il piacere è una cosa seria: quello che vuole trasmettere nelle sue opere è la felicità pura dell'istante.
"Sarei soddisfatto- era solito dire- se solo potessi arrivare a esprimere tutta la gioia che  è in me!"

Un'esistenza la sua, come tante, con i suoi momenti lieti e quelli dolorosi, fino alla sofferenza della malattia, un'artrosi alle mani che, in vecchiaia gli impedisce di dipingere. Una vita fuori dalla luce dei riflettori, tutta spesa nel proprio lavoro e nella voglia di creare.
Tremila tele, seimila acquerelli e altrettanti disegni e, poi, le illustrazioni, i costumi teatrali, la ceramica, i tessuti per la casa di mode di Paul Poiret o per le seterie di Lione: la sua produzione sterminata sembra non abbia altra ambizione che quella di abbellire la vita. 
Di di certo, non è ambizione da poco.
La sua leggerezza, che non lascia mai trasparire lo sforzo, è la medesima di cui parla Italo Calvino. È la stessa apparente levità di quella musica di Mozart, che ama tanto, o degli aggraziati passi di danza di un balletto, che nascondono il sudore e la fatica. 
È quella pausa di respiro, di cui tutti abbiamo bisogno.

E allora non resta che lasciarsi andare al suo pennello incantatore, accettare il suo invito a guardare la meraviglia di quello che ci circonda e, aprendo le finestre alla luce della primavera, abbandonarsi alla bellezza della vita.



R.Dufy, Fenêtre avec vue, Nizza, Musée des Beaux Arts






QUI è un sito interamente dedicato a Raoul Dufy. 
Se la giornata ci sembra  grigia, ci si può sempre distrarre guardando i suoi dipinti, magari con il sottofondo di una canzone come  "La belle vie" di Sacha Distel.


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mercoledì 1 maggio 2013

Il Ciclo dei mesi: maggio





Siamo arrivati al primo giorno di maggio e sono finiti (o, almeno, si spera) i capricci di marzo e di aprile: il clima è più stabile e il sole più caldo. 
Nel "foglio" del calendario del ciclo dei Mesi di Torre Aquila a Trento, si ritrova intatto il tepore di queste giornate primaverili.


Sotto il sole di maggio, trionfa la bella stagione.
Su uno sfondo di rocce simili a cartapesta, le foglie degli alberi, i cespugli e i prati splendono di un verde brillante. 
La natura è in pieno rigoglio. Ovunque sono sbocciate le rose.

Nell'affresco sono raffigurati soltanto dame e  gentiluomini. 
I contadini, con cui abitualmente spartivano la scena, non compaiono.
Rispettando la consuetudine che voleva che i lavori agricoli fossero completati entro il 23 aprile, la festa di san Giorgio, hanno già preparato e seminato i campi, riparato o ricostruito gli steccati degli orti. 
Ora si possono finalmente concedere una pausa di riposo.

In alto, al centro di una città chiusa da una rossa cortina muraria, spicca il candore di una bianca chiesa gotica.
Un ponte di assi conduce, ai piedi di una montagna, verso un prato fiorito, dove giovani ed eleganti aristocratici sono seduti intorno a una tavola imbandita. 
Una delle dame ha lasciato il banchetto per raccogliere l’acqua che sgorga abbondante da una fontana di marmo rosso. 
Forse è un’allusione alla fonte della giovinezza, che, secondo la leggenda, poteva rinnovare per l'eternità bellezza e gioventù.

In basso, una spalliera di candide rose racchiude un prato cosparso di fiori, dove si sono radunati raffinati gentiluomini e belle dame.
È proprio qui che è diretta anche la gentildonna, abbigliata in verde, che, nel Mese di aprile, stava velocemente attraversando il confine dipinto tra le due scene. 
Stanno arrivando tutti per festeggiare la primavera.
Hanno tirato fuori dal guardaroba i loro abiti più belli e variopinti. 
Gli uomini indossano giubbetti aderenti con calzebraghe colorate, o ampi mantelli dagli orli sfrangiati, le donne sono vestite con attillate sopravesti. 
I più attenti alla moda calzano le scarpe dalle lunghe punte che in Francia fanno furore. 
Un giovane si inginocchia, in atto di omaggio, di fronte alla propria dama, un altro china la fronte per essere incoronato con una ghirlanda di fiori.

Di certo non c’è il lusso e la raffinatezza del calendario dell'anno scorso, le "Très Riches heures di Duc de Berry": le vesti non sono di tessuti preziosi, né arricchite da decorazioni dorate. 
Siamo nella periferia dell'Impero, nella corte austera di Trento, governata da un principe vescovo, il committente della serie Giorgio di Liechtenstein. 
Ma anche qui i passatempi e le feste dei nobili sono ispirati all'eleganza delle corti del Nord Europa e ai modelli di quei romanzi cavallereschi che, all'epoca, si leggevano appassionatamente dappertutto. 

Nella tradizione cortese Maggio era il mese destinato agli svaghi amorosi.
Allegre brigate di giovani usavano  percorrere le campagne fiorite, celebrando riti antichi e festeggiando il rinnovamento della vita in un'atmosfera di gioiosa spensieratezza.
Anche nella splendente primavera, affrescata da Maestro Venceslao ai primi  del Quattrocento, le paure e le ansie del quotidiano sembrano svanire in un sogno d'amore e in un profumo di rose.






lunedì 22 aprile 2013

Robert Louis Stevenson, Tusitala, il narratore di storie





Nel 1994 Hugo Pratt decide di fare un lungo viaggio nel Pacifico: uno dei suoi desideri è quello di rendere omaggio alla tomba di Robert Louis Stevenson, lo scrittore che ama da sempre e verso cui sente di avere un debito di gratitudine.  


I suoi racconti, la sua fantasia e il suo desiderio di avventura gli hanno ispirato molti dei suoi romanzi a fumetti e hanno contribuito a dare vita a un personaggio come Corto Maltese. 
Per questo si ferma a Upolou nelle isole Samoa. 

Stevenson è uno scrittore già famoso, quando, nel 1890, si è trasferito là con la moglie e i due figli di lei per sfuggire alla tisi che lo sta divorando. 
A Samoa il clima caldo è l'ideale per la sua salute, mentre i collegamenti settimanali con l'Australia, gli consentono di mantenere le relazioni con i suoi editori e con gli amici. 
È sicuro che là si troverà bene, tanto che ha acquistato una vasta tenuta a Vailima, sulle colline di Apia, la piccola capitale dell'isola e vi ha costruito una grande casa bianca. 
Scrive a un tavolo del salotto, dove ha fatto costruire un grande cammino, l'unica traccia della nostalgia che ancora nutre per la sua gelida Scozia. 

Con gli isolani ha stabilito, da subito, una grande intesa: subisce il fascino delle loro usanze e ne ha un profondo rispetto. 


Lo si vede spesso, esile, con gli occhi vivaci e i baffi ben curati, percorrere a cavallo l'isola, vestito di bianco e con gli immancabili stivali ai piedi, sempre pronto a fermarsi per un saluto. 
Si sa che è particolarmente attento a tutelare i diritti dei Samoani e che approfitta della sua fama per inviare in Europa frequenti missive per informare l'opinione pubblica e proteggere la popolazione dalle mire delle potenze occidentali. 
A Samoa tutti gli sono grati: lo hanno soprannominato, con affetto, Tusitala, il narratore di storie. Non si sa come, ma suoi racconti sono arrivati ad affascinare anche loro. 

Quel 3 dicembre del 1894 non sembra un giorno diverso dagli altri. 
Stevenson ha appena finito un capitolo del libro che sta scrivendo, il "Weir di Hermiston", quando si accascia su una poltrona per un malore che pare, da subito, molto grave. Le cure del medico sono inutili. 
Muore a quarantaquattro anni nella casa che tanto ama e, con intorno, tutti i suoi familiari. 
Da tempo ha espresso il desiderio di essere sepolto sulla cima del monte Vaea, il luogo sacro che domina l'isola e che si può vedere dalla finestra della sua biblioteca. Arrivare fin lassù, però, sembra impossibile: non c'è nessun sentiero e le pareti sono troppo scoscese. 
I familiari non sanno come fare, ma ecco che qualcosa di imprevedibile succede. 

Non appena la notizia della morte di Stevenson si sparge cominciano ad arrivare a Vailima non solo le autorità e gli amici, ma- prima lentamente e poi sempre più numerosi- i capi dell'isola e i loro guerrieri, fino a formare una vera e propria folla. Qualcuno ne conta addirittura quattrocento. 
Lo vegliano, cantando antichi canti e pronunciando, nella loro lingua lenta e cadenzata, le tradizionali frasi dell'addio. Hanno portato con sé quello che hanno di più prezioso, gli "ie tonga", i tappeti di stuoie intrecciate, di cui si servono per le cerimonie sacre e che rappresentano, per loro, ricchezza e posizione sociale. Con quelli ricoprono la bara.
Sono venuti tutti per il loro Tusitala e sono disposti a scalare il monte Vaea. L'impresa non è facile: il caldo è soffocante, le rocce sono scivolose per la pioggia. La vegetazione fitta e i tronchi degli alberi caduti ostacolano il cammino. 
Durante tutta la notte, al lume delle torce, riescono ad aprire un primo ripidissimo sentiero: il giorno dopo, si fanno faticosamente strada verso la cima, a tappe forzate, portando a turno, a spalle, la pesante bara di legno, cadendo e rialzandosi più volte, ma sempre proseguendo con ostinazione. 
Li segue il corteo dei familiari e degli amici. 


Quando arrivano sulla vetta, in uno spiazzo da cui si intravede il mare, circondato da precipizi e da cascate, calano nella terra il feretro cosparso di fiori. 
Sudati, stanchi e silenziosi quei guerrieri seminudi e coperti di strani tatuaggi, hanno offerto  a Tusitala il più commovente degli omaggi. In quell'isola sperduta, quelli che più d'uno chiama, con una punta di disprezzo, i selvaggi, hanno reso l'onore più grande alla fantasia e al genio di uno scrittore. 




Più tardi, la tomba sarà coperta da una lapide con i versi che Stevenson stesso aveva indicato: "Egli riposa qui, dove desiderava riposare. 
Dal mare è tornato a casa il marinaio. Dalle colline è tornato il cacciatore"


Quando Hugo Pratt arriva a Upolou il sentiero che conduce alla tomba è del tutto ricoperto dalla vegetazione. "Ho dovuto scalare tronchi enormi, cadere nel fango, ma non ci sono riuscito: racconta. 
La tomba di Stevenson l'ho vista dall'alto, da un elicottero neozelandese che mi ci ha fatto volare sopra. È un appuntamento che mi è rimasto nel cuore perché sono sicuro che lassù il profumo del mare è più intenso, i colori sono più vivi, la realtà è più netta e la fantasia è più vicina".



Hugo Pratt racconta la storia di Stevenson e di Samoa nel suo bel libro "Avevo un appuntamento" Edizioni Socrates 1994. 



domenica 14 aprile 2013

Impara l'arte (3), ovvero, il mappamondo di Achille Campanile





Per cercare di non smentire quella che qualcuno definisce "la vocazione didattica del blog", mi piace, di tanto in tanto, offrire qualche aiuto per superare le insidie nascoste nel terreno infido dell'arte.
Grazie a un racconto di uno dei miei scrittori preferiti, Achille Campanile, ho scoperto e subito divulgato QUI il metodo del "crescendo elogiativo", utilissimo per affrontare, con una certa sicurezza, la visita allo studio di un pittore.
Per chi, invece, decidesse di entrare in un museo o una galleria d’arte contemporanea, il "generatore automatico di critica d’arte", che ho fornito QUI, si rivelerà uno strumento indispensabile per non restare mai senza parole.

È arrivato ora il momento di inoltrarsi in un territorio completamente diverso, ma altrettanto accidentato: quello dell'antiquariato. 
C'è sempre chi sogna di arredare la casa con mobili d'epoca, di riconoscere a colpo sicuro una poltroncina Luigi XIV da una Luigi XV o di datare, senza esitare, un tavolo o una credenza. 
Mobili, tappeti, soprammobili, lampadari...: le cose da sapere sono tante e le trappole continue.
Ma, anche in questo caso, c'è Achille Campanile a farci da guida.

È vero che il racconto che ho trascritto non insegnerà a districarsi nell'infinito mondo degli stili. Sarà, però, fondamentale per chi voglia addentrarsi in un settore particolare, ma non privo di amatori, come quello degli antichi mappamondi. 
Qualche tempo fa era frequente vederli troneggiare in vetrine di antiquari o di rigattieri accanto all'immancabile tavolo fratino e alla severa sedia Savonarola. Oggi meno diffusi li si ritrova, comunque, in aste o siti di vendita online, senza che abbiano perso nulla della loro malinconica dignità.
Se capiterà di fare qualche incauto acquisto e di portarsi a casa un globo terracqueo dalla datazione quanto meno sospetta, grazie all'esempio di Campanile, ne potremmo sempre uscire a testa alta e con pizzico di ironica signorilità.



Il primo nostro acquisto fu un mappamondo; da tempo avevo accennato a un mio vago desiderio di possederne uno, ma non mi riusciva di trovarlo. 
D’estate andammo al mare in una cittadina romagnola, dove, in un negozio d’antiquario, ne scoprimmo uno grossissimo.
Bene- dissi- si vede che in questa terra di castelli malatestiani, fra cui quello dove la leggenda colloca l’uccisione di Francesca da Rimini, si può ancora trovare qualche suppellettile antica che nelle metropoli non si trova”…
Il ritorno in città fu trionfale con la sfera di circa un metro di diametro pericolosamente issata sul tetto dell’automobile. E a Milano suscitammo ammirazione e invidia in tutti i visitatori, a cui mostravamo con orgoglio il raro pezzo, spiegando che molto probabilmente proveniva dal castello di Francesca.

Figurarsi la nostra sorpresa, quando ci accorgemmo che inesplicabilmente le vetrine milanesi cominciavano a riempirsi di mappamondi identici al nostro. 
E non soltanto vetrine d’antichità, ma anche di mode, di viaggi, di libri, di qualsiasi merce che potesse giustificare la presenza di un globo terracqueo antiquato…
Bisognava pensare che, durante la nostra assenza estiva, fosse accaduto uno straordinario rinvenimento di tali pregevoli oggetti; che addirittura fosse stato scoperto un vasto giacimento di mappamondi antichi.
La cosa straordinaria, oltre al perfetto stato di conservazione, era che questi mappamondi, per la maggior parte, erano identici al nostro... Bisognava pensare che, nei secoli scorsi, in ogni abitazione, anche la più povera, ci fossero almeno due o tre grossi mappamondi. Due o tre per stanza, beninteso...
C'è da pensare che a quell'epoca tutti fossero navigatori e scopritori di mondi.
Una cosa, poi, che addirittura rivestiva i caratteri del prodigioso, era che cominciarono ad apparire in vendita antichi mappamondi apribili, a mo’ di cocomeri spaccati, nel cui interno era sistemato un bar completo di bottiglie, bicchieri ecc…
Di fronte a una tale improvvisa inflazione…fu giocoforza rinunciare alla provenienza dal castello di Gradara e mi sentivo un po’ imbarazzato quando mi si domandava “Autentico?” non volendo io, né ammettere di aver ricevuto un’impiombatura, né sostenere troppo sfacciatamente una data d’origine….

Mi tolse dall'imbarazzo un amico che, alla domanda “Autentico?” relativa a un suo mappamondo del tutto identico al nostro, mostrò di non dar peso alla cosa.
Alzò le spalle. “Mah- disse con noncuranza- è in casa nostra da che ero bambino”.
Adottai subito la risposta..
Ma, invece che “in casa nostra da che ero bambino” dissi “in casa di mio nonno, da che era bambino suo nonno”.
Una piccola modifica, ma è una pennellatina che non guasta.”






A. Campanile, da 'Il trumeau', in “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima
Il particolare col bellissimo mappamondo è tratto dal "Ritratto di astronomo" di Jan Vermeer.



martedì 9 aprile 2013

La 'silenziosa luna' di Adam Elsheimer





"Che fai tu, luna in ciel/ dimmi che fai/silenziosa luna? Sorgi la sera e vai/ contemplando i deserti,/ indi ti posi..." (G.Leopardi, Canto notturno di un paese errante nell'Asia)



La luce argentea  di un cielo illuminato dal plenilunio  domina la scena della "Fuga in Egitto" di Adam Elsheimer (1578-1610), un piccolo dipinto su rame firmato e datato 1609, attualmente conservato alla Alte Pinakotek di Monaco.

La storia è quella raccontata dai Vangeli: per salvare il Bambino, San Giuseppe e la Madonna, avvertiti da un angelo, fuggono verso l'Egitto. 
Avanzano, di notte, avvolti nel silenzio e nell'oscurità, mentre San Giuseppe con una torcia  illumina il cammino
Protetti e accompagnati dal chiarore della luna e dalla luminosità intensa delle stelle, piccole come capocchie di spilli, costeggiando una fitta foresta. 
Davanti a loro, alcuni pastori hanno acceso il fuoco di un bivacco: le faville si levano verso l'alto e rischiarano, con i loro minuscoli bagliori, il buio del bosco. 
La scena sacra si dissolve nell'ampio paesaggio, sovrastato dal cielo stellato e dal candore della luna che si riflette nello specchio di uno stagno.



Il formato ridotto (appena 31x41 cm) non deve ingannare: Elsheimer ci consegna con questo suo ultimo dipinto (morirà l'anno successivo ad appena trentadue anni) un piccolo miracolo. Un capolavoro che sarà fondamentale per lo sviluppo della pittura di paesaggio, che, ai primi del Seicento, si evolve da sfondo di storie mitologiche o sacre a genere a se stante. 
Qui, in effetti, la storia e  i suoi  personaggi quasi si perdono nell'ampiezza dell’ambientazione notturna. 
È il cielo ad occupare gran parte della composizione. E non è un cielo irreale o astratto. 

Per la prima volta la via Lattea appare raffigurata non come una nebbia argentata, ma come un insieme di miriadi di stelle. 
L’attenzione, con cui Elsheimer rappresenta le costellazioni come l’Orsa minore o l’ammasso delle Pleiadi, è tale da far supporre che potesse conoscere  le rivoluzionarie ricerche di Galileo, che, proprio nell'anno del dipinto, presentava ufficialmente all'Università di Padova l’invenzione del suo cannocchiale.  
Qualche studioso  ha, addirittura, cercato di stabilire, usando le mappe storiche del cielo, quale fosse la notte raffigurata tra  il 21 marzo o il 19 aprile del 1609.
Ma un riscontro preciso non c'è.
In realtà, a guardare bene, la rappresentazione delle stelle non è del tutto esatta e chi l’ha analizzata dal punto di vista scientifico, ha scoperto più di un'incongruenza.

È che Elsheimer non è né un astronomo, né uno scienziato, ma un pittore che sa trasformare in colori e immagini tutto quello che vede.
Quando esegue il quadro ha dietro di sé una vita di inquietudini: è uno di quegli artisti "nati sotto Saturno", il pianeta simbolo dell''"umor nero" e la malinconia ha accompagnato tutta la sua esistenza. 
Era partito dalla Germania poco più che ventenne, lasciando la sicurezza di una piccola bottega artigiana (il padre era un sarto) per cercare fortuna a Roma, la città che già aveva attirato pittori come Caravaggio e Annibale Carracci.  
Arrivato nella capitale, dopo un lungo viaggio e una sosta a Venezia, si è convertito al cattolicesimo ed è riuscito a inserirsi nella turbolenta e rumorosa colonia dei pittori stranieri. Lí ha saputo conquistare, lui così silenzioso e riservato, l’ammirazione e l’affetto di un artista esuberante come Rubens. 

La sua inclinazione all'isolamento, si è aggravata, a detta dei maligni, dopo il matrimonio e dopo l’infelice tentativo di entrare in affari, vendendo lui stesso i suoi dipinti e le sue incisioni. Finanziariamente è stato un disastro: le malversazioni del suo socio hanno finito per condurlo alla prigione per debiti. Le difficoltà della vita si sono fatte sempre più forti.
Da allora lo si vede spesso, solitario e appartato, camminare per le vie della città, assorto in se stesso, senza parlare con nessuno. Per giorni e giorni vaga per la campagna, imprimendosi nella memoria ogni dettaglio del paesaggio per riproporlo, poi, nei suoi piccoli dipinti. 
Solo la natura sembra placarlo. 
La sua acuta sensibilità e il suo disagio di vivere lo portano a rifugiarsi nell'osservazione del cielo delle tepide notti romane, cercando, in quella contemplazione, tranquillità e pace.
Tutte le  sensazioni che prova le  sa rendere a pieno in questo straordinario paesaggio, che è, insieme, classico e romantico, idealizzato e scientifico.
L'ammirazione commossa e riverente per la natura si mescola all'attenzione per le novità degli studi astronomici, appena divulgati. 

Mettere insieme scienza e arte non è facile, ma Elsheimer riesce a trovare un equilibrio perfetto, unificando tutto in un'atmosfera sospesa di poesia.   
Il cielo, illuminato dalla luce misteriosa delle stelle e la luna piena che raddoppia il suo chiarore, specchiandosi nelle acque calme dello stagno, compongono una sorta di elegia sulla magia e il fascino silenzioso della natura.   
Ci sono quadri che, come i libri di cui parla Kafka, hanno la forza di "un'ascia che spezza il mare ghiacciato che è dentro di noi" e quadri come questo, che, invece, sanno commuovere con la delicatezza e la  discrezione di una carezza nella luce candida e incantata della luna.






Come sempre quando parlo della luna è inevitabile il ricordo dell'omaggio più bello che la musica e  il canto abbiano mai reso alla "casta diva"