venerdì 1 maggio 2020

Mantova, Palazzo D'Arco, Sala dello Zodiaco: maggio e il Toro




Anche se il tempo sembra scorrere lentamente in questo periodo di clausura, sono già passati trenta giorni dal mio ultimo post ed è arrivato il momento  di vedere cosa ci riserva il mese di maggio nel calendario che ho scelto per quest’anno: gli affreschi della Sala dello Zodiaco in Palazzo D’Arco a Mantova, eseguiti intorno al 1520 dal pittore e architetto Giovanni Maria Falconetto (Verona, 1468- Padova,1535).


L’immagine, che già a un primo colpo d’occhio, si presenta affollatissima e quasi claustrofobica (tanto per essere in tema con le sensazioni di questi giorni), è dominata dal segno astrologico del Toro che compare sia nella parte alta, su una piattaforma di nuvole, che al centro dell’arco che racchiude l’affresco.

La foto, purtroppo, non è nitida e i simboli e i personaggi sono talmente tanti che, per interpretarli, conviene guardarli uno a uno. 
E allora aguzziamo la vista, come in certi giochi della Settimana Enigmistica, e andiamo alla scoperta delle raffigurazioni che si intrecciano l’una con l’altra: facciamo pure con calma, tanto in questi giorni forzatamente casalinghi il tempo non manca.

Cominciamo dal primo piano dove, in piedi, al centro, compare  Pan, dio della campagna, delle selve e dei pascoli, raffigurato mentre è intento a suonare la siringa con un agnello sulle spalle.
Davanti a lui, a sinistra, sono rappresentate due capre, mentre una terza è mostrata in atto di abbeverarsi all'acqua che sgorga da un’Erma di Priapo. Piú  in alto è raffigurata una coppia di cervi, all’epoca considerati spesso simbolo di lussuria.

E ora passiamo a destra, dove è rappresentato il mito dell’infanzia di Giove con il piccolo dio che, per sfuggire alle minacce del padre Saturno, si è nascosto nei boschi del monte Ida e, aiutato da un pastore nudo, viene nutrito col latte della capra Amaltea.

I riferimenti alla mitologia classica non finiscono certo qui perché il resto della scena è occupato dalla raffigurazione del ratto di Europa, così come raccontato nei versi di Ovidio.
Anche qui conviene guardare i singoli dettagli per districarsi meglio nella vicenda.
A sinistra, sullo sfondo del tempio di Esculapio, alcune giovani danzanti sembrano essere le compagne di Europa che assistono al rapimento della bella fanciulla da parte del padre degli dei, sempre disponibile ad avventure amorose.
In effetti, proprio al centro, Giove, trasformatosi in un vigoroso toro bianco, sta trasportando Europa verso l’isola di Creta.

Per la fine della storia bisogna guardare in alto a destra: qui, sopra un grande edificio identificato con l’Arco di Augusto a Fano, Giove riconoscente per la conquista dell’affascinante Europa, sta collocando un simulacro del Toro nel cielo dell’astrologia.

Insomma, è stata dura ma siamo riusciti a ritessere le fila di un racconto spezzato in tanti piccoli episodi da un’artista che- lo abbiano notato - non ama le narrazioni lineari e si diverte a infarcire le sue storie di dettagli architettonici classici o ad arricchirle (se pure ce ne fosse bisogno) di altri miti.

Quello che emerge è che la scena nel suo insieme pare da interpretarsi come un riferimento alla fecondità e alla fertilità della natura: speriamo che sia un buon auspicio per questo periodo in cui, fuori dalle case in cui siamo confinati, la primavera sembra davvero esplodere e la voglia di uscire si fa sempre più pressante.





mercoledì 1 aprile 2020

Mantova, Palazzo D'Arco, Sala dello Zodiaco: Aprile e l'Ariete




Pandemia, isolamento...un periodo difficile come non mai che però non impedisce al tempo di scorrere e a me di sfogliare, mese dopo mese, le immagini del calendario che ho scelto per quest'anno: i riquadri affrescati intorno al 1520 dall'architetto e pittore Giovanni Maria Falconetto (Verona, 1468-Padova 1535) per la Sala dello Zodiaco in Palazzo D'Arco a Mantova.
Ed ecco dunque cosa ci riserva il mese di Aprile:



Come al solito il soggetto della scena è tutt'altro che semplice, ma in questi momenti di clausura non manca il tempo per cercare di decifrare le arzigogolate iconografie degli affreschi.
In primo piano, è rappresentata una delle pagine più note della storia romana, il notissimo episodio di Muzio Scevola che, sullo sfondo di un accampamento militare, di fronte a un cavaliere e al re etrusco Porsenna, mette la mano sul fuoco di un braciere per punirsi di aver fallito nei suoi propositi e di non essere riuscito a uccidere il comandante nemico.

E, fin qui, sembra che l'interpretazione sia agevole, ma in secondo piano le cose si complicano.
Intanto la donna che tiene un bambino sospeso per i capelli sarebbe da identificare, secondo alcuni studiosi, niente di meno che con la maga Medea  rappresentata nell'atto di uccidere uno dei figli per vendicarsi del tradimento di Giasone. 
Ma cosa c'entra Medea con Muzio Scevola? Niente- mi parebbe-  se non a sfoggiare la cultura dell'artista e del committente.

Ugualmente complessa è l'identificazione dell'edificio che fa da fondale alla scena. 
"Ma è il Colosseo!": direbbero i più. 
E, invece, no, sarebbe fin troppo facile per la cervellotica cultura che sta dietro alle rappresentazioni degli affreschi. 
Una disamina  condotta dagli studiosi su fonti tanto antiche quanto astruse, che qui vi risparmio,  porta a concludere che il misterioso edificio altro non sia  che l'Arena di Verona. 
E perché l'Arena di Verona in un affresco di un palazzo di Mantova che raffigura un episodio di storia romana? Una buona domanda, ma anche questa non ha risposte semplici. 

Un'ipotesi, alquanto elaborata, che riprende testi che vanno da Isidoro di Siviglia  a Andrea Alciati, mette in relazione l'Arena con il culto di Giove Ammone, il dio tradizionalmente  legato al segno zodiacale dell'Ariete.
Stando a questa teoria il cerchio si chiuderebbe proprio con la raffigurazione del segno zodiacale: se si guarda bene in alto a destra, compare in effetti proprio Giove in atto di collocare  nel cielo dell'astrologia il simulacro dell'Ariete.

Quello stesso Ariete che domina sull'intera scena piazzato al centro di una sorta di piattaforma di nuvole.
Insomma, storia romana, mitologia, segni astrologici si mescolano in questo affresco, la cui complessità potrebbe- chissà-  alludere alla complessità dei tempi in cui viviamo.
E speriamo che anche per noi basti il filo della razionalità e della cultura per uscirne al meglio e rivedere finalmente la luce.





domenica 1 marzo 2020

Mantova, Palazzo D'Arco, Sala dello Zodiaco: Marzo e i Pesci




Marzo è sotto il segno dei Pesci nel riquadro affrescato intorno al 1520 dall'architetto e pittore Giovanni Maria Falconetto (Verona, 1468- Padova, 1535) nella magnifica Sala dello Zodiaco in Palazzo D'Arco a Mantova.
La scena, sormontata da un riquadro con la raffigurazione dell'Apollo e Marsia, chiusa in  basso dalla rappresentazione a grisaille di un soggetto bacchico e tagliata dalla porta di accesso alla sala,  sembra dominata dalla fluidità dell'acqua:




In primo piano un uomo si scalda al fuoco; in alto domina la raffigurazione dei Pesci.
Sullo sfondo, due pescatori nudi tirano una rete, mentre una donna e un giovane sono raffigurati nell'atto di precipitare da una rupe, osservati da  due personaggi che tengono in mano dei pesci.
L'interpretazione  della scena, avanzata dalla maggior parte degli studiosi, spiega il collegamento col segno astrologico. 
I due che si gettano dalla rupe sarebbero nient'altro che  Venere e Cupido che si tuffano nell'Eufrate, inseguiti dal perfido Tifone. 
Figlio di Gea e del Tartaro, Tifone aveva generato con la moglie  Echidna, creature da incubo come l'Idra di Lerna, la Chimera, Cerbero o la Sfinge. 
Orribile a vedersi e dotato di una forza mostruosa  si vantava di avere sconfitto perfino Giove. 
Come racconta Ovidio nel suo poema "I Fasti", Venere, sentendo soffiare un forte vento e temendo che fosse il segno della vicinanza di Tifone, pur di sfuggire all'orrido personaggio preferì gettarsi nel fiume insieme al figlio. 
I due furono salvati da due pesci che li trasportarono indenni sull'altra riva. Un'altra versione narra, invece, che furono proprio i due dei a trasformarsi in pesci e a nuotare con le code unite da una corda per non perdersi.
In ogni caso, Giove li pose nel cielo a formare l'omonima costellazione.
Un lieto fine, dunque, che speriamo  sia di buon auspicio per un marzo più sereno e tranquillo del mese tumultuoso che l'ha preceduto.




sabato 1 febbraio 2020

Mantova, Palazzo D'Arco, Sala dello Zodiaco: Febbraio e l'Acquario




Tra i magnifici riquadri affrescati intorno al 1520 dall'architetto e pittore Giovanni Maria Falconetto (Verona,1468- Padova, 1535) per la Sala dello Zodiaco in Palazzo d'Arco a Mantova  scelgo per rappresentare febbraio il segno dell’Acquario. 
Basta guardare il grande affresco per scoprire quanto siano complesse le immagini del calendario che ho previsto per tutto il 2020.



Nella scena in primo piano, sullo sfondo di un edifico antico, riconosciuto come la Porta dei Leoni di Verona, è raffigurato l’incontro tra un cacciatore con due cani al guinzaglio e un altro, più giovane, vestito con elmo e corazza e identificato dagli studiosi con Marte oppure, per via del suo aspetto androgino, con Diana, dea della caccia.

Nel bosco sullo sfondo, una muta di cani aggredisce un orso, una scena questa che, insieme alla principale, potrebbe essere messa in relazione con l’attività venatoria tipica del periodo invernale. 
Ma siccome, come abbiamo visto anche per gennaio, il pittore non disdegna i simboli, anzi più ne mette meglio è, potrebbe essere, invece, interpretata come un riferimento al mito di Callisto.
Secondo la suggestiva narrazione delle "Metamorfosi"di Ovidio la bella ninfa, cara a Diana a cui aveva fatto voto di verginità, viene sedotta da Giove. 
Quando Giunone, irata e gelosa, scopre l'ennesimo tradimento del marito e la gravidanza della ninfa, la trasforma in orsa, dopo che questa che ha dato alla luce un bambino,  
Con le nuove sembianze  Callisto si rifugia  per anni nei boschi, finché non viene braccata da un cacciatore che altro non è che il figlio. 
Solo a questo punto Giove interviene trasportandoli tutt'e due in cielo e trasformando Callisto nella costellazione dell’Orsa Maggiore.


Non bastasse il riferimento al mito raccontato da Ovidio nella scena della caccia, l’artista ne rappresenta ancora un altro nella parte superiore destra dell’affresco.



Anche stavolta si tratta di uno degli innumerevoli amori di Giove: il giovane Ganimede, la cui bellezza aveva colpito al cuore il signore degli dei, viene rapito in cielo da un'Aquila, mentre lo stesso Giove si sporge tra le nubi con le braccia tese, pronto ad accoglierlo.

Al centro dell’arco è collocata, invece, la personificazione del segno astrologico del mese, l’Acquario, legato anch'esso al mito di Ganimede e rappresentato come un giovane che, con un’anfora, versa l’acqua in un cratere.

Insomma, davvero nella scena di febbraio non manca nulla: miti classici, sfondi di edifici all'antica, complesse incorniciature trompe-l’oeil decorate a grottesche. 
Dopo Diana, Callisto e Ganimede, chissà quante altre storie incontreremo aprendo, mese dopo mese. i fogli di questo straordinario calendario!




mercoledì 1 gennaio 2020

Mantova, palazzo D'Arco, Sala dello Zodiaco: gennaio e il capricorno



Anno nuovo, calendario nuovo.
In comune con quello dell'anno scorso- il Libro d'Ore Da Costa-  il calendario  che ho scelto per il 2020 ha solo la datazione, intorno al primo ventennio del Cinquecento. 
Poi, tutto cambia.
Intanto, ci trasferiamo dalle Fiandre all'Italia, poi si passa dalle pagine miniate ai grandi affreschi murali e, con un altro bel salto, dal realismo quotidiano delle miniature di Simon Bening a una pittura piena di simboli, a volte astrusi e, comunque, difficili da interpretare. 
Insomma, il 2020 comincia decisamente sotto altre stelle, o meglio, sotto le costellazioni richiamate nelle raffigurazioni astrologiche che ornano le pareti della Sala dello Zodiaco.





La grande Sala, rettangolare e col  soffitto a travatura, è situata al primo piano di una palazzina della metà del XV secolo,  ubicata all'interno del giardino di Palazzo D'Arco a Mantova.
Gli affreschi con i dodici segni zodiacali occupano tutte le pareti, cinque per ogni lato lungo e uno per ogni lato breve. 

Non c'è ancora certezza documentaria né della committenza, né dell'autore.
Per quanto riguarda la committenza, l'ipotesi più suggestiva  è che sia legata a un ramo della famiglia Gonzaga e, più precisamente, che il committente sia stato Luigi Gonzaga detto Rodomonte, conte di Rodigo e  signore di Sabbioneta, valoroso soldato e uomo di grande cultura.
Generalmente condivisa. è la datazione  del ciclo intorno al 1520 e l'attribuzione dei grandi dipinti all'architetto e pittore Giovanni Maria Falconetto (Verona,1468-Padova, 1535) all'epoca reduce da un lungo viaggio a Roma, in cui aveva visto e disegnato i reperti archeologici e ammirato le opere dei grandi artisti che stavano cambiando il volto della città.
Ma eccoci finalmente a svelare l'immagine  che si lega al segno astrologico del Capricorno e a gennaio:



Il riquadro, collocato al di sotto di un fregio con rappresentazioni desunte da testi di Ovidio, segue le stesso schema degli altri: il segno zodiacale  e le attività agricole legate al mese sono rispettivamente in alto e sullo sfondo, mentre, in primo piano, compare la raffigurazione  di un mito classico o di una pagina di storia antica e, al centro, una grande architettura di epoca romana o bizantina. 
Sotto i riquadri c'è sempre una scena  a grisaille.
Una struttura complessa, dunque, così come complessa è  l'interpretazione.

In questo riquadro, in alto, tra le nuvole appare bene evidente il segno del Capricorno. 
Sullo sfondo, a sinistra, il lavoro dei campi legato al mese è quello della semina con un contadino che sparge i semi in un campo arato.
E, fin qui, non ci sono problemi. 

Diverso è il caso del soggetto principale.
Gli studiosi hanno riconosciuto nel grande edificio al centro, la Mole Adriana (ora Castel Sant'Angelo) e interpretato la scena come l'episodio narrato in una pagina della "Guerra Gotica" dello storico bizantino Procopio di Cesarea, in cui i Romani, assediati dai Goti scagliano sui nemici i frammenti delle sculture del Mausoleo di Adriano che hanno appena fatto a pezzi.
I due personaggi in primo piano sarebbero, allora, il generale bizantino Belisario e il comandante dell'esercito romano, il trace Costantino.

Nella grisaille in basso è raffigurato il combattimento contro le Amazzoni, mentre, nel fregio soprastante, Plutone rapisce Proserpina, condannando la terra al gelo dell'inverno.

Simboli, miti, decorazioni tratte dall'antico si legano in un intreccio che dimostra (o meglio, ostenta) la cultura dell'artista e del committente e ci introducono a un calendario del 2020 pieno di sorprese.

Intanto, Buono e felice anno a tutti!