…in questa forma / passa la bella donna e par che dorma
(T. Tasso, Gerusalemme liberata, XII, 64-69)
Lucca, in questo lunedì di Pasqua, era assolata e bellissima.
Tanta la gente che affollava le strade. Tanta la gente che entrava nella chiesa di san Martino per visitare la tomba di Ilaria del Carretto.
Per i lucchesi di sangue o di cuore, come me, Ilaria è una presenza familiare.
Nei manuali di storia dell’arte il suo sarcofago, eseguito tra 1406 e 1408, è considerato il capolavoro di Jacopo della Quercia (1374 circa-1438).
Vi si legge che riprende motivi dell'antichità classica e che mostra, nell'iconografia, l’influenza della scultura gotica francese, insieme a un'attenzione, già quasi rinascimentale, per la definizione del volto e del corpo.
Tutto vero, ma non basta a spiegare la suggestione di questa scultura, che ha saputo incantare poeti come D’Annunzio, Quasimodo o Pasolini.
Ilaria era arrivata a Lucca a ventitré anni per diventare la sposa di Paolo Guinigi, signore della città, già trentenne e da poco rimasto vedovo. La prima moglie era morta, appena bambina, a dodici anni, troppo giovane per dargli un erede.
Ilaria era arrivata a Lucca a ventitré anni per diventare la sposa di Paolo Guinigi, signore della città, già trentenne e da poco rimasto vedovo. La prima moglie era morta, appena bambina, a dodici anni, troppo giovane per dargli un erede.
Paolo Guinigi l’aveva scelta per la sua bellezza, ma anche per le alleanze che poteva assicurargli suo padre, Carlo del Carretto, marchese di Savona e signore di Finale.
Quando arrivò per celebrare le nozze, nel febbraio del 1403, tutta la città fu conquistata dalla sua leggiadria. Furono tre giorni di banchetti ininterrotti. Gli uomini percorsero in corteo le strade della città. Le dame tirarono fuori dalle cassapanche i loro abiti più ricchi e i gioielli più lussuosi.
Le cronache del tempo raccontano di festeggiamenti di uno sfarzo straordinario, che si rinnovarono, nove mesi dopo, quando dette alla luce il primo erede maschio.
Sembrerebbe una favola. Questa volta, però, non c'è un lieto fine.
L’anno dopo, un secondo parto le fu fatale.
Era il dicembre del 1405 e aveva ventisei anni.
Il marito ne fu talmente affranto da non prendersi nemmeno la briga di smentire le voci di avvelenamento, ignominiose quanto infondate, che circolarono, da subito, in città.
Ilaria fu sepolta nella cappella di famiglia.
Paolo Guinigi si rivolse al giovane e promettente scultore senese Jacopo della Quercia, allora a Lucca, per celebrare, con un monumento funebre da porre nella cattedrale, la memoria della bellezza e della dolcezza della moglie.
L'artista realizzò un sarcofago con un basamento di ispirazione classica decorato da "amorini" reggi-ghirlande e, sui lati corti, dagli stemmi delle famiglie Guinigi e Del Carretto.
Ilaria giace distesa, con la testa appoggiata su due cuscini e le mani raccolte in grembo.
È abbigliata con un'eleganza che richiama la moda del nord-Europa: indossa una veste, aderente, con le maniche lunghe e il bavero rialzato. I capelli sono raccolti in una "ciambella", decorata da un nastro avvolto.
Il volto delicato, di un marmo, levigato fin quasi alla trasparenza, sembra accennare un sorriso
Ai suoi piedi un cagnolino: è un motivo ripreso dai sarcofagi francesi, dove appare come un simbolo di fedeltà coniugale. Qui, però, sembra animarsi e prendere vita.
Si volta con uno sguardo perplesso verso la padrona, quasi stupito di non poter più giocare con lei.
E continua a dimostrarle il suo affetto e la sua devozione.
L'atmosfera è di una dolcezza incantata. Non c'è nessuna idea di dramma o di sofferenza, tanto che non pare la raffigurazione di una morte, ma quella di una dormitio, di un sonno.
Ilaria sembra addormentata, quasi per magia, come la principessa di una favola, in attesa del bacio del principe che la risveglierà.
E, forse, il suo fascino sta proprio nell'indurci a pensare che l’abbandonarsi alla morte possa essere così: sereno come un lungo sonno, vegliato per l’eternità da un cagnolino fedele.

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