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mercoledì 5 marzo 2014

Tiepolo a Villa Valmarana: il Sacrificio di Ifigenia




"Oggi ho visitato la Villa Valmarana, decorata da Tiepolo, che lasciò libero corso alle sue virtù e alle sue manchevolezze..." (Goethe, Diario del viaggio in Italia, 24 settembre 1786)



Ha una sessantina d'anni Giambattista Tiepolo, quando, intorno al 1757, viene incaricato della decorazione della villa di campagna della nobile famiglia Valmarana nei dintorni di Vicenza. 
Come al solito, si è messo subito al lavoro. 
Malgrado l'età, non si sente diverso da quel vivace Tiepoletto- così l'avevano soprannominato- che, anni prima, aveva dichiarato, in un dipinto, tutto il suo amore per la giovane moglie (ne ho parlato qui). 
Ora è diventato famoso e, se non ricco, è almeno benestante, la famiglia si è fatta numerosa e due figli, Giandomenico e Lorenzo, lavorano stabilmente con lui. 
Ma quel mare di  idee che gli affollavano la mente ancora non si è placato. 

Quando arriva a Vicenza, è tornato da poco da Würzburg, dove ha ricoperto di affreschi le centinaia di metri quadri della Sala imperiale e dello scalone della Residenza di un Principe-Vescovo dal nome per lui impronunciabile, dando fondo a tutta la sua fantasia (ne no parlato qui). 
Ma ora, nella cornice più intima della bella villa alle pendici del monte Berico, non c'è posto per i suoi scorci vertiginosi di cieli.  
Le stanze sono quelle, molto più raccolte, di una villa di campagna, in cui la famiglia passa le sue vacanze: i suoi affreschi, dipinti ad altezza d'uomo, entreranno quasi a far parte della loro vita quotidiana.  
Come quelli cinquecenteschi di Paolo Veronese.
Il committente, Giustino Valmarana, uomo di lettere e appassionato di teatro, ha scelto lui stesso i soggetti: al pianterreno le scene d'amore, tratte dai poemi più noti, una per ogni sala, ben si confanno al gusto di una nobiltà di provincia, che sa vivere il lusso con garbo e misura. 

Proprio all'ingresso della villa, invece, nella sala principale, ha previsto la scena col "Sacrificio di Ifigenia". 
Sono in molti, all'epoca, a conoscere quell'antico mito, in cui si mescolano Dei ed eroi, sentimenti forti, commozione e sgomento. 
Per chi non lo sapesse, poi, c'è sempre chi è disposto a raccontarlo. 
"...Tutto  comincia, quando Agamennone uccide, per errore una cerva sacra alla dea Diana. La dea, adirata, provoca una lunga bonaccia che per tre lunghi mesi impedisce alle navi di Agamennone e a tutta la flotta greca di partire per la guerra di Troia. L’indovino Calcante comunica che l’ira della dea sarà placata, solo se Agamennone accetterà di sacrificare la sua figlia più bella, Ifigenia. Agamennone, pur combattuto tra senso del dovere e amore paterno, decide di mandare a chiamare con l'inganno la moglie Clitemnestra e la figlia, facendo credere che Ifigenia andrà in sposa ad Achille. Non appena la giovane arriva in Aulide, tutti i condottieri greci si trovano d'accordo: Ifigenia deve essere sacrificata alla dea..."

Cosa? Un dramma proprio sulla parete d'ingresso?- si sarà detto qualcuno. 
Niente affatto: la scena è destinata più a emozionare che a turbare.
Perché in fondo ci sarà un lieto fine.



Il fedele scenografo dei suoi dipinti, il "quadraturista" Girolamo Mengozzi Colonna (1688-1772), ha aiutato la pittura di Tiepolo a "sfondare" il muro, creando uno spazio illusorio. 
Sei bianche colonne ioniche, delimitando  la scena, fungono da quinte teatrali e, insieme, quasi sostenessero il soffitto, suggeriscono una prosecuzione della stanza al di là della parete.
La sala della villa è diventata il palcoscenico perfetto per la sua rappresentazione. 

Al centro, sullo sfondo di un cielo azzurro terso, il sacerdote Calcante, attorniato da comparse abbigliate in stravaganti vesti orientali, sta per uccidere con un coltello la giovane Ifigenia. La brocca con l'acqua rituale e il rogo sono pronti e un servo si avanza per raccogliere in un vassoio il sangue della vittima. 
Alla folla, sulla destra, si è mescolato  un personaggio, vestito alla moda settecentesca e con una corta barba, forse il committente degli affreschi, Giustino Valmarana, che sembra entrato in scena senza nemmeno cambiarsi. Qualcuno, invece, si è nascosto dietro una colonna, da cui fa emerge solo un braccio. 
In disparte, Agamennone, chiuso nel suo dolore, si cela il volto con un ampio manto rosso, in un gesto da consumato attore tragico. 

È l'unico non si è accorto di quello che sta per succedere; tutti gli altri  guardano già verso l'alto. 
Tiepolo, da gran regista qual è, ha scelto il momento di maggiore pathos per introdurre, quasi partisse realmente dalla stanza, una vaporosa nuvola rosata. Sopra la nube due amorini conducono la cerbiatta, che, per volere della dea Diana, verrà immolata al posto di Ifigenia. 

Ecco lo scioglimento, ecco quel lieto fine che tutti attendevano.
La patetica e discinta Ifigenia ormai è salva, mentre la brezza, che consentirà alle navi di partire, agita i grandi stendardi rossi sullo sfondo. 
Nell'affresco-teatro, eroi e divinità hanno recitato la loro parte, come attori o, meglio, come cantanti di un melodramma. 

In quella parete di tre metri per sette, si sono mescolate realtà e illusione. 
Grazie a una pittura lieve fatta di tinte chiare, azzurre, ocra, rosate, di ombre colorate e di leggeri chiaroscuri, con il colore freddo del cielo che esalta, per contrasto, quello più caldo delle vesti. Fino a dare l'idea della luce di un eterno mattino.
La finzione di un mondo, che sarà, entro breve, destinato a infrangersi. 

Tiepolo comincia a essere consapevole di camminare su una cresta sottile e che il suo gioco di illusioni non potrà durare a lungo. Tanto che sarà lui stesso, nella foresteria di villa Valmarana, a lasciare il posto alla pittura del figlio Giandomenico (qui), conscio che le sue costruzioni illusorie, i suoi artifici e le morbidezze della sua pittura sono ormai fuori posto. 
La realtà avanza ed è una brutta realtà.
Venezia sta cedendo il suo ruolo di prima potenza commerciale con l'Oriente. Come l'Italia tutta, anche dal punto di vista artistico, ha perso ogni primato e altri centri, dalla Francia all'Inghilterra, si stanno sempre più affermando. 
I suoi vaporosi teatrini rococò sono destinati a cedere il posto a una pittura più attenta al reale. 

Tiepolo continuerà a lavorare tra Venezia e l'entroterra ma partirà nel 1762 per la Spagna dove morirà, otto anni dopo, di malattia- e forse di nostalgia-  dopo avere intessuto per l'ultima volta, per la retriva monarchia spagnola, le reti dorate delle sue illusioni.





Per informazioni su orari di visita e attività di Villa Valmarana il link è qui.

domenica 27 gennaio 2013

"Apelle ritrae Campaspe" di Giambattista Tiepolo: il pittore innamorato





Una tela di Giambattista Tiepolo (1696-1770), attualmente al museo di Montreal, con "Apelle che ritrae Campaspe". 
Un dipinto, dove si intrecciano storie d'amore, miti dell'antichità classica, il potere della bellezza e dell'arte e- giusto per dare un po' di pepe- anche un pizzico di sensualità.


Il soggetto, tratto dai testi antichi, ha come protagonista, niente di meno che Alessandro Magno. 
Il grande condottiero, era innamorato perso della bella Campaspe, fino al punto di farne la sua favorita. Per avere il suo ritratto aveva scelto il più grande pittore dell'antichità, Apelle. 
Complice la lunghezza delle sedute di posa e la bellezza della donna, l'artista se ne invaghisce e Alessandro, grande anche nella generosità, accetta di cedergliela.

Tiepolo ambienta la storia su un palcoscenico di teatro, ricreando un improbabile studio del pittore, in cui si mescolano elementi del passato e del presente. 
Nel porticato, si erge, tra i soldati armati di lance e di picche, la scultura gigantesca di un Ercole che pare di cartapesta. 

Nella penombra dell'interno, il bruno Alessandro Magno, da consumato attore occhieggia con uno sguardo geloso, mentre un soldato si china a mormorargli chissà che cosa. 
Accanto, in un bagliore di sete, siede, su un comodo cuscino, la bella Campaspe, dal profilo di cammeo. 

Un vivace cagnolino e un servitore nero, spiccano, sul fondo di un colore tra rosso e marrone e danno risalto al grande cavalletto, che domina la scena. 
Lì, pennello alla mano, siede Apelle, intento a dare un ultimo tocco di rosa al seno della bella modella.



In questa messa in scena, però, qualcosa non torna. 
Il volto di Apelle, che si gira con aria fin troppo sbigottita, e il suo abbigliamento, di certo poco consono all'ambientazione classica, danno  l'impressione che il pittore voglia coinvolgerci nel suo gioco, con una strizzatina d'occhio.
Nello spettacolo che ha organizzato da esperto regista, Tiepolo ha scelto di far recitare interpreti inaspettati.
È lui stesso che ha prestato le sue fattezze ad Apelle, abbigliandosi in modo stravagante e scopertamente teatrale, con un giubbone ornato di pelliccia e un bizzarro colbacco. Tra le sete multicolori di Campaspe, invece, ha celato, ma non troppo, la florida bellezza della moglie, Cecilia Guardi. 
Nella storia dipinta sono loro i protagonisti.

Era passato solo qualche anno dall'inizio del loro amore e i più pettegoli ne parlavano ancora. 
Tiepolo, all'epoca ventitreenne, era già un pittore affermato. 
I veneziani conoscevano bene il suo viso espressivo dagli occhi neri e vispi e il grande naso aquilino. Lo vedevano spesso camminare, con la testa tra le nuvole e il passo veloce di chi ha una fretta indiavolata, assorto nel mare di fantasie che covava dentro, in attesa di ricrearle in pittura. 
Talmente piccolo e snello da giustificare l'affettuoso soprannome di Tiepoletto, che gli avevano affibbiato.

Ai più romantici piaceva credere che si fosse innamorato di Cecilia, per il suono della sua voce. 
Di certo l'aveva sentita cantare, quando dipingeva nella chiesa dell’Ospedaletto, uno dei quattro “conservatori” della città, dove Cecilia era stata accolta e dove orfanelle e ragazze povere venivano educate alla musica, sotto la guida di maestri illustri.
Altri sussurravano, invece, che, invaghito del suo visetto spiritoso e dei suoi capelli biondi, non avesse esitato ad abbordarla per strada.

Cecilia era di famiglia povera, anche se il padre, Domenico Guardi, vantava ascendenti di piccola nobiltà di provincia, che, però, gli erano serviti ben poco nella carriera di pittore intrapresa a Venezia insieme ai figli Francesco e Giovanni Antonio.
Aveva appena diciassette anni quando Tiepoletto l’aveva chiesta in moglie, senza che i fratelli (il padre, nel frattempo era morto) facessero obiezioni. 
Di lui si fidavano: era un collega conosciuto, con una bottega ben avviata e delle buone relazioni tra l’aristocrazia, capaci di fruttargli delle ricche commissioni.
A opporsi era stata, invece, la madre di Tiepolo: sosteneva, a gran voce, che, orfano di padre, era troppo giovane per sposarsi e imparentarsi con una famiglia di pittori squattrinati e con pretese di nobiltà.

L'artista, sicuro di sé, non si era perso d'animo e aveva scritto al Patriarcato una lettera di supplica, spiegando che aveva preso “strettissimo impegno di contrarre matrimonio". 
Sapendo che i suoi familiari avrebbero tentato “di fatto e senza fondamento alcuno” di impedirlo “con grave pregiudizio della reputazione e dell’onore" di Cecilia che ne sarebbe stata “gravemente diffamata”, chiedeva che la cerimonia si svolgesse senza pubblicità. Insomma, voleva un matrimonio segreto. 
Nel 1719, zitti zitti, i due si sposarono. 
Inutile dire che la notizia di quelle nozze, officiate di nascosto- forse, proprio per questo- aveva fatto scalpore. 
Tutti sapevano che, a distanza di anni, Tiepoletto era innamorato come il primo giorno.
E ora, sotto la maschera del soggetto classico, ha trovato, ancora una volta, il modo di esaltare la bellezza della moglie e i suoi sentimenti.

Anche se, a guardar bene, si capisce che quello che si celebra nel dipinto è molto di più. 

È l'amore per la pittura e l'ammissione del potere dell'arte, a cui si era inchinato perfino il grande Alessandro.
Per Tiepolo, poi, è soprattutto il riconoscimento del suo valore d'artista, tanto che non ha esitato a sfidare il più grande pittore della classicità e a mescolare leggenda e vicende familiari.

Grazie alla sua inventiva sbrigliata e alla fluidità della sua pennellata e dei suoi colori ha reinterpretato, con brio e ironia, la storia antica.
Come un mago, ha dato vita alle sue fantasie, trasformando Campaspe nella moglie Cecilia  e se stesso nel mitico Apelle. 


E così ci ha catturato  con la sua rete impalpabile di illusioni, trascinandoci con sé nel teatro incantato della sua pittura.





È questo il  dipinto che apre la bella mostra "Giambattista Tiepolo", attualmente in corso a Villa Manin di Passariano (QUI è il link)



venerdì 17 febbraio 2012

Giandomenico Tiepolo: il mondo nuovo




Per Giandomenco Tiepolo (1727-1804) essere figlio d’arte non è di certo facile. La sua è una famiglia impegnativa: gli zii materni sono Antonio e Francesco Guardi, ma, soprattutto, il padre è il grande Giambattista, il protagonista assoluto della scena pittorica veneziana.
Una presenza ingombrante per Giandomenico, che si è formato con lui e lo ha seguito per tutta Europa: da Wurzburg (ne ho parlato qui) a Madrid, dove Giambattista è morto.

Giandomenico, rientrato a Venezia, crea la sua bottega e consolida la sua reputazione di pittore e incisore, con una vena di ironia beffarda e malinconica. Ma l’ombra del padre continua a incombere su di lui.
Per sentirsi libero decide di dipingere ad affresco, solo per se stesso,  le pareti della sua villa di campagna a Zianigo. 
Là si sente svincolato da ogni pressione e può finalmente dare sfogo alla sua ispirazione. Dipinge piccoli ritratti di animali, storie di stralunati Pulcinella e scene di vita quotidiana.
Come il “Mondo Nuovo”:



Un grande affresco, largo cinque metri e alto circa due, con un taglio della scena teatrale o, meglio, cinematografico.
A sinistra una palizzata di assi, fa da quinta e indirizza lo sguardo verso un "casotto", una baracca sormontata da una torretta e con due stendardi. All'orizzonte si intravedono, indistinti, mare e laguna.
In primo piano, c'è un gruppo di persone tutte viste di spalle, dove si mescolano popolani, nobili e borghesi, uomini e donne, abbigliati in redingote, ampie gonne, parrucche, cuffie o cappelli. 
A sinistra, spicca la maschera di Pulcinella. In un angolo, tra la massa dei curiosi, due persone di profilo. Sono i due Tiepolo: Giandomenico, che sbircia la scena con l’occhialino e il padre Giambattista, a braccia conserte e con l’aria distaccata.

Al centro, un ragazzino vestito di bianco è il solo che sia rivolto verso lo spettatore.

Tutti sembrano in attesa di un evento: attendono il loro turno per guardare, dentro una finestrella del casotto, uno spettacolo che per noi resta invisibile.

Un uomo in tricorno, l'unico con un abito scuro, in piedi su uno sgabello, sembra mostrare qualcosa con una lunga bacchetta.


Se ci fosse il sonoro potremmo sentire, al di sopra del brusio, dei commenti e, forse, di qualche protesta, la voce squillante dell’ imbonitore, che  ripete: “Venite, venite a vedere il mondo nuovo”.
Ecco cosa aspettano: aspettano il “mondo nuovo”.

Siamo a Venezia nel 1791 e l’anno si è aperto, come al solito, tra le feste.
La città, estenuata dalle perdite economiche e militari, ha rinunciato al predominio sul Mediterraneo e alle sue fonti di ricchezza. Ma vive un tramonto glorioso: al potere reale si è sostituito quello dell’apparenza e non è mai sembrata così bella e lieta.
Ha 150.000 abitanti e - si dice - altrettanti turisti. È diventata una tappa obbligata del Grand Tour: la sua brillante vita mondana e un patrimonio artistico intatto, mai toccato da guerre o saccheggi, attraggono visitatori italiani e stranieri.

"Splendore e sporcizia", secondo un viaggiatore dell’epoca, si mescolano.
E la città sembra oscillare tra due anime, quella del gioco e delle avventure di Giacomo Casanova e quella critica e realistica di Carlo Goldoni.
La dolcezza del vivere è al suo culmine.
Ricevimenti, caffè, teatri, concerti, giochi d’azzardo e, soprattutto, il Carnevale.
Lunghissimo: cinque mesi l’anno, in cui tutti possono uscire in maschera. Ogni trasgressione è ammessa. E balli dappertutto, dai palazzi alle locande: un'entrata sicura per l’economia della città che, sul Carnevale, ormai, ci vive.
La gente ha un bisogno continuo di nuovi divertimenti.
Vicino a Piazza San Marco hanno costruito due "casotti", dove si mostrano le più varie attrazioni: cavadenti, animali esotici e uno svago che ha incontrato, da subito, un enorme successo, il "Mondo nuovo", appunto.
È un lanterna magica, un cosmorama, dove si possono vedere immagini esotiche di terre lontane.
Al "Mondo nuovo" si dedicano articoli e poesie. È uno spettacolo suggestivo che lascia spazio alla fantasia: l'evasione di cui molti hanno bisogno.

Ecco cosa sta guardando la folla dell’affresco.
Ma è solo questo? No, non è solo questo.
Quello che si avverte nel dipinto è, soprattutto, una sensazione di profonda inquietudine.
I tempi sono duri e Giandomenico Tiepolo lo sente. Non è più il momento per gli illusori mondi creati dalla pittura del padre, né per eleganze capricciose o riccioli vaporosi.
Il suo stile si semplifica, diventa sobrio, sintetico, quasi abbreviato.
Quello che conta è cogliere e ricreare l’atmosfera del tempo. E nell'aria c’è il senso imminente della fine di un’epoca.

La rivoluzione francese ha spazzato tutto, ha creato nuove aspirazioni e incrinato vecchie certezze. Tra pochi anni, le truppe napoleoniche entreranno in una Venezia stremata. Sarà proprio Bonaparte a cedere la Serenissima all'Austria.
Giandomenico Tiepolo, nato veneziano, morirà austriaco.
Questo, certamente, non lo può prevedere, ma, in qualche modo, lo intuisce.

La folla senza volto, accalcata intorno alla baracca, sembra rappresentare l’intera Venezia, col suo passato glorioso e il suo avvenire incerto.
Non è un caso che Tiepolo provi il bisogno di inserirvi le immagini che danno il senso del passare del tempo e dello scorrere delle generazioni: il ritratto di suo padre, la maschera di carnevale del Pulcinella e il ragazzo vestito di bianco che, forse, rappresenta il futuro.


Quella che tutti attendono è molto di più di una lanterna magica: è la promessa di un avvenire migliore e la speranza di un “mondo nuovo” che spazzi la paura del presente. E così si lasciano tentare dall'imbonitore e si rifugiano nell'ultima illusione.

Ma il dipinto non riguarda solo la Venezia del Settecento.
Ogni finis historiae, il dileguarsi di orizzonti e di sicurezze che accompagna il tramonto di un'epoca, porta i segni della stessa malinconica inquietudine.
Ed è quella inquietudine che sembra toccare anche noi e che riconosciamo nel nostro senso di incertezza e nelle nostre paure.



Gli affreschi della villa di Zianigo, che qualcuno ha paragonato addirittura ai dipinti della "Quinta del sordo" di Goya (1819-1823), furono fatti staccare nel 1906 dai proprietari di allora per venderli all'estero. La vendita, per fortuna, fu bloccata e ora sono tutti conservati nel museo di ca' Rezzonico a Venezia (qui il link)

 
 
 

lunedì 4 luglio 2011

Tiepolo a Würzburg, Apollo e i quattro continenti: tutto il mondo in un affresco.




Quando sono arrivata a Würzburg, in Baviera, sapevo che nel palazzo dei principi vescovi, c'erano gli affreschi di Tiepolo.
Avevo letto che il soffitto dello scalone era enorme, ma non ero pronta all'emozione che ho provato. Un'emozione da effetti speciali.
Non c'è foto, né ricostruzione che possa preparare alla meraviglia, alla vertigine -una sorta di sindrome di Stendhal- che coglie quando si entra e si scopre di essere letteralmente circondati dall'affresco.
Enorme. E non è un'esagerazione.

Il soffitto occupa 570 metri quadri: una superficie dipinta impressionante e meravigliosa.


Nell'inverno del 1750 Tiepolo ha cinquantaquattro anni, quando parte per Würzburg con un aiutante e i due figli, Giandomenico, ventitreenne e Lorenzo, appena quattordicenne.

Forse non sa nemmeno esattamente dove si trovi la città verso cui è diretto, ma ha ricevuto, a Venezia, da un banchiere tedesco, una di quelle proposte che non si possono rifiutare.
Gli è stato offerto un compenso da capogiro per decorare con storie di Federico Barbarossa la sala dei banchetti, la Kaisersaal, del principe vescovo della Franconia, Karl Philip von Greiffenclau, nel suo palazzo, la Residenza, progettato, venti anni prima, da Balthasar Neumann.

Tiepolo, forse, non conosce Würzburg; di sicuro, però, il principe conosce lui e la sua reputazione e per questo è disposto a spendere qualsiasi cifra.
Venezia, a metà Settecento, non è più una potenza economica e mercantile, ma c'è un prodotto che esporta in tutta Europa: l'arte, o, meglio, la grande decorazione con motivi mitologici, capaci di creare una storia, un passato prestigioso, anche là dove storia non c'è.

Tiepolo è l'artista più noto per la facilità e la velocità con cui dipinge: “è un fuoco inesauribile...fa un quadro in meno tempo che ad altri occorre per stemperare i colori” aveva detto l'ambasciatore di Svezia. E con risultati straordinari.
Il principe Greiffenclau lo sa; governa un piccolo paese, ma è ambizioso e si sente alla pari con la più alta aristocrazia europea. Non bada a spese e non ha remore.
Vuole il meglio e lo avrà.

Nell'estate del 1752 i lavori alla Kaisersaal sono finiti.
Tiepolo potrebbe tornare a casa e, forse, ne ha anche voglia.
Ma invece, no: il principe è rimasto contentissimo del pittore. E allora gli propone un lavoro quasi impossibile, una sfida: la decorazione del gigantesco soffitto dello scalone che dall'ingresso porta al piano principale.
L'impresa è davvero colossale, ma se c'è un artista, o meglio, una ditta capace di portarla a termine è quella dei Tiepolo.
Il compenso, anche stavolta, è irresistibile.
Tiepolo accetta e, subito, impianta un immenso ponteggio. Comincia a lavorare all'affresco, dal centro, stendendo l'azzurro chiaro del cielo, prima che venga l'inverno. Col freddo si sospendono i lavori: pittore e committente ne approfittano per discutere sui bozzetti, sempre più vicini all'esecuzione finale. Il soggetto principale e i dettagli sono definiti uno a uno.

Quando l’attività riprende, nella primavera del 1753, procede speditamente, tanto che ad agosto il soffitto è pronto e a ottobre il cantiere chiude.
I Tiepolo ripartono per Venezia, senza nostalgia, forse, per il clima freddo e umido di Würzburg, ma con qualche rimpianto nel lasciare quegli affreschi che li hanno trasportati nella dimensione incantata del racconto e della mitologia e sotto il cielo, perennemente azzurro, della pittura.



Il soffitto è concepito come un unica scena con i punti di vista che cambiano mano mano che si sale sullo scalone. L'integrazione con gli stucchi, tra le figure dipinte e quelle scolpite da Antonio Bossi, è perfetta.

Al centro l'esaltazione del principe che, come Apollo, il dio delle arti, circondato dagli Dei dell'Olimpo, porta la luce ai quattro angoli della terra.
Attorno al cornicione i quattro continenti sono rappresentati da figure femminili. Le raffigurazioni sono tratte dal repertorio di immagini e di motivi più comunemente usato, l'”Iconologia” di Cesare Ripa, ma non mancano dettagli desunti da qualche cronaca fantasiosa di viaggio





L'America, come un idolo coronato di piume, è seduta su un coccodrillo e circondata da una folla di indigeni che le portano doni.








Il continente è selvaggio: lo dimostrano le teste mozzate in primo piano, così come gli indigeni seminudi che trasportano il corpo di un coccodrillo e che arrostiscono su uno spiedo carni di dubbia provenienza,

In basso a sinistra un artista itinerante, in abiti europei, preso dalla curiosità, rischia quasi di cadere dal cornicione e si aggrappa alla tavoletta su cui stava disegnando





L'Asia, sul dorso di un elefante, è una principessa crudele- una Turandot ante litteram- che, circondata da dignitari, sta decidendo la sorte di un prigioniero seminudo e impaurito. Un pappagallo colorato becca la ghirlanda che circonda un ritratto sopra la balaustra del cornicione.







Accanto si accumulano  opere d'arte esotiche forse destinate all'Europa: sculture, un grande obelisco e una lapide dalla misteriosa iscrizione, appoggiata, su un panno per non scivolare dall'architrave in stucco su cui poggia.








L'Africa è una nera bellissima avvolta da una veste bianca con un morbido turbante: siede sul dorso di un cammello accucciato, e riceve, in omaggio, doni sontuosi e  un incensiere fumante.









Merci pregiate, controllate da funzionari ottomani, stanno per essere caricate su un elefante, mentre uno struzzo impaurito tenta di fuggire, trattenuto a stento, dalla cornice, sotto lo sguardo di una scimmia curiosa.








L'Europa è il continente “civile”, circondata dalle arti e dalla religione che vincono sulla potenza militare. Le armi sono inutili e a niente serve il cannone, se non come sedile per un gentiluomo che ha le fattezze dell'architetto Neumann, in compagnia del suo cane preferito, in precario equilibrio sul cornicione.
In alto il ritratto del principe Greiffenclau, avvolto in un mantello di ermellino, è sostenuto dalla Fama e dalla Gloria, e circondato da un grifone araldico, trasformato, per gioco, in un animale vero e proprio.

E poi altri particolari: figure, animali, colori, tessuti...: è davvero tutto un mondo da scoprire.

Qui Tiepolo si è voluto ritrarre con il figlio Giandomenico, incipriato e imparruccato come un damerino, mentre contempla la sua impresa.

E di impresa si trattò: 
duecentodiciotto giornate di lavoro per centinaia di metri quadri di affresco. 


Dentro- è stato detto- c'è l'enciclopedia della pittura del Settecento. C'è una fantasia sbrigliata, uno stile lieve, aereo, ironico, straordinario.
Trompe-l'-oeil, architettura fittizia che si mescola a quella vera, immagini che debordano, superano i confini della rappresentazione e invadono il mondo reale.

Sì, non è il cinema che ha inventato gli effetti speciali.





So bene che nessuna foto può restituire la meraviglia di una visita: allora - non si sa mai -ecco qui un link con qualche notizia utile su Würzburg. 
E d'estate la Baviera è, davvero, bellissima.