lunedì 1 giugno 2015

I Mesi degli Arazzi Trivulzio: giugno





Le giornate lunghe, il calore del sole, l'aria dolce della sera ci dicono che siamo ormai a giugno. 
È il sesto mese dell'anno ed è arrivato il momento di vedere cosa ci riserva la sesta immagine del calendario che ho scelto per quest'anno: i dodici arazzi del Ciclo Mesi, conservati nel Castello Sforzesco di Milano, commissionati agli inizi del Cinquecento dall'allora governatore della città, Gian Giacomo Trivulzio ed eseguiti dalla manifattura di Vigevano, su disegno di Bartolomeo Suardi detto il Bramantino (1465 ca-1530).



L'arazzo con Giugno è il più danneggiato della serie:  lo sfondo è stato in gran parte rifatto nel corso di un restauro settecentesco. 
Come avviene di solito, la scena è inquadrata da una cornice con gli stemmi dei Trivulzio e delle famiglie ad essi imparentate.
In alto, al centro, spicca il grande stemma dei Trivulzio mentre ai lati, compare la raffigurazione del Sole e del Cancro, segno zodiacale del mese. 
Il verde delle foglie degli alberi carichi di ciliegie, che dominava nel mese di maggio, si trasforma qui nei colori dell'estate: il giallo del grano maturo e il rosso del baldacchino che copre lo schienale del trono. 
Giugno siede al centro, come un antico re, incoronato da una ghirlanda di foglie di quercia e con in mano uno scettro.
Il caldo e la bella  stagione sono arrivati e le messi nei campi sono pronte per la mietitura, come spiega l'iscrizione in lettere capitali nella targa ai piedi del trono:
"Tondere prata messibus/ falcem aridis supponere/ spe aequa labori agrestibus/ dat iunius cura annua: giugno consente per cura annua agli agricoltori, con una speranza pari alla fatica di tagliare i prati e di falciare le messi asciugate (dal sole)"
A sinistra, i contadini vestiti con corte tuniche all'antica e a piedi nudi, sono impegnati, con i loro falcetti a lama ricurva, nel duro lavoro della mietitura; del gruppo fa parte anche una donna che tiene in mano un bastone.


A destra, gli uomini sono occupati in un'altra attività agricola tipica del mese, quella della fienagione. 
I particolari sono resi con una tale accuratezza da raffigurare perfino- alla cintura dell'uomo con la tunica blu- un bossolo portacote, cioè il recipiente che conteneva la pietra per affilare la lama della falce.
Sullo sfondo, due carri tirati da buoi trasportano il fieno.
Come nelle altre scene del Ciclo, Bramantino unisce citazioni dall'antichità classica, nelle vesti o nel trono di Giugno, a notazioni più realistiche, come l'espressione stanca del volto dell'uomo in primo piano che sembra falciare, spossato dalla fatica.

In basso, due secchi colmi di latte, una tovaglia, su cui sono posati  quattro pani alle estremità e, al centro, una cosiddetta zucca del pellegrino, usata come contenitore per l'acqua, compongono una frugale tavola per il pasto dei mietitori. 
E, inseme, formano una sorta di astratta natura morta che conferisce a tutta la scena il carattere di una raffigurazione cristallizzata e senza tempo.








Un approfondimento delle vicende storiche e dell'iconografia degli arazzi è in G.Agosti e J.Stoppa, I Mesi del Bramantino, ed.Officina Libraria 2012.

8 commenti:

  1. Lo scettro di Giugno è ciò che mi ha colpito, così come lo strano albero blu con fiori bianchi a fianco del vessillo, a destra di chi guarda. Il particolare della natura morta è bellissimo, scarna ma con un equilibrio nel posizionare i pochi oggetti che ha del maniacale.

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    1. La natura morta è talmente ordinata da essere quasi astratta/ come sempre Bramantino gioca con gli elementi del quotidiano per trasformarli in un insieme di linee e colori.

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  2. Poverini, però, con quei tuniconi sotto il sole a picco!

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    1. Infatti: le condizioni di vita e di lavoro dei contadini dell'epoca dovevano essere atroci.

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  3. Mi piace molto questo viaggio nei mesi, anche perchè gioco a fare il confronto con la vita campagnola di oggi: nel mio piccolo, so ad esempio cosa vuol dire raccogliere il fieno e, anche se oggi uso dei macchinari a benzina, da bambina ho anche provato ad usare la falce! Solo un attimo eh, e sotto la supersorveglianza di papà... :-)

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    1. Usare la falce è difficilissimo! L'ho provato anch'io con mio nonno, che faceva il contadino, ma non sono riuscita nemmeno a tagliare un filo d'erba!

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  4. È proprio vero Grazia, "la fatica di tagliare" e questo post/arazzo ne è un bell'omaggio, a cose che pare abbiamo dimenticato. Concentrati come siamo al solo "cucinare e mangiare". Una serena settimana

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    1. Per fortuna che c'è l'arte a farci ricordare le cose che credevamo di avere dimenticato!

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