sabato 13 settembre 2014

Il grigio di Marc Chagall: "L'anima della città"




Dove sono finiti i verdi smeraldo, i gialli vivaci, i rossi carminio che Marc Chagall (1887-1985) utilizzava abitualmente per le sue tele? 
In questo dipinto, intitolato "L'anima della città" e oggi conservato a Parigi al Centre Pompidou, non c'è quasi più traccia dei suoi colori. Su tutto domina il grigio. 


Su uno sfondo che sembra quello di un cielo in tempesta, Chagall si raffigura con due volti, come il dio romano Giano, mentre intorno a lui fluttuano strane apparizioni. 
Siamo nel 1945 e l'artista, già da qualche anno, si è rifugiato, negli Stati Uniti, a New York, per sfuggire la barbarie nazista e la guerra che scuote l'Europa. 
Ma anche da lontano partecipa, lui ebreo, al dolore e alla sofferenza del suo popolo. 
Le tavole della legge, l'arca dell'alleanza avvolta da un drappo rosso e il candelabro che raffigura nel quadro sono tutti simboli  della sua identità. 
Mentre la sua città natale, la sua amata Vitebsk, con le sue cupole colorate e le sue strade costeggiate da case di legno, sembra qui una città fantasma, dove si leva ancora il fumo degli incendi e delle distruzioni della guerra e dove qualche abitante cerca di fuggire su un carretto condotto da una vacca che vola nel cielo. 
Il grande Crocifisso, in primo piano, rappresenta, allora, il dolore per tutte le vittime delle persecuzioni e della guerra. 

Mai come in questo momento, Chagall si sente diviso in due. 
L’angoscia per la tragedia della guerra si accompagna a una sofferenza privata, lacerante: insieme alla sua città, è scomparsa anche colei che ne era l'anima, sua moglie Bella, raffigurata, nel dipinto, avvolta in un telo bianco con la stessa levità di un'apparizione o di un fantasma. 
Proprio la sua Bella, quella che ha ritratto tante volte mentre passeggiava, levandosi in volo con lui nei cieli variopinti della sua pittura (ne ho parlato qui). 
La donna, di cui si è innamorato, che ha sposato nel 1915 e che, per trent’anni, ha diviso la sua vita; la donna che lo conosce fin da quando si chiamava Moshe Shagal ed era un artista squattrinato, con un nonno macellaio e un padre venditore di aringhe. 
Con lei ha spartito, l'amore per Vitebsk e il ricordo delle passeggiate lungo il fiume, i vicoli pieni di gente, il mercato o le piccole botteghe, ma anche l’appartenenza alla stessa comunità ebraica con la presenza quotidiana del rabbino, le cerimonie religiose e l’allegria della musica e della danza scatenata. 
Con lei ha lasciato la Russia per stabilirsi a Parigi e con lei ha condiviso la buona sorte, quando è arrivata la notorietà. 
"È come se Bella sapesse tutto di me, del mio presente e del mio avvenire...per molti anni il suo amore ha avvolto tutto quello che facevo come una luce":- ha sempre detto Chagall. 
Quando è morta, nel 1944 in un ospedale americano, per lui "le tenebre hanno avvolto tutto". 
Ha voltato contro il muro le tele del suo studio e per nove mesi ha smesso di dipingere. 
In quel momento il suo mondo è andato in frantumi, ogni luce è scomparsa e il dolore ha portato via con sé ogni colore, lasciando solo il grigio. 

Ora però, qualcosa sta cambiando, tanto che Chagall ha ripreso a lavorare e si rappresenta qui con pennello e tavolozza. 
Sente che il grigio della sua vita non è ancora sparito, ma forse sta ricominciando a riprendere fiducia nell'avvenire. 
Da un lato, c'è il ricordo di Bella che riempie lo spazio intorno a lui; dall'altro c'è la presenza e forse già l'amore per un'altra donna incontrata da poco, la bionda Virginia, che raffigura in basso con in braccio un gallo, che per lui è il simbolo dello slancio vitale e del rinnovamento. 
Con lei c’è una nuova vita che lo reclama e, soprattutto, c’è la speranza di ricominciare a ridare colore al mondo. 

Pochi artisti, come Chagall, hanno saputo parlare, nei loro quadri, delle loro sensazioni e raffigurarle, come qui, in immagini semplici che richiamano la cultura popolare o le illustrazioni dei libri per bambini, ma che risentono anche di influenze artistiche che vanno dal cubismo al surrealismo. 
"L’arte per me è soprattutto uno stato d'animo": ha sempre detto Chagall, tanto che nei suoi dipinti non cerca di imitare la realtà, ma piuttosto di raccontare quello che gli succede, trasfigurandolo con la sua fantasia, come se i suoi quadri non fossero che un prolungamento di se stesso. 
E così ci consegna, anche stavolta, un pezzetto della sua vita, mescolando la sua vicenda personale alla grande storia, il suo dolore privato al dolore di tutti e trasformando le sue emozioni in un’opera d’arte.






14 commenti:

  1. Sono molto affezionata a questo grande artista - forse perché proprio come dici tu sa parlare attraverso i suoi quadri.
    Grazie per questo bel post, spero ne scriverai altri su di lui. :)

    un caro saluto

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    1. Anch'io sono affezionata a Chagall, tranne che per i quadri dell'ultimo periodo troppo ripetitivi e senza più la felicità e la facilità di dipingere. Forse davvero Bella aveva portato via con sè la sua luce!

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  2. È meraviglioso e interessante io tuo blog ...Finalmente so dove andare quando voglio leggere delle belle notizie sull'Arte ...complimenti ...

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    1. Grazie tantissime e spero di rivederti presto!

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  3. Bellissima lettura: è raro che qualcuno riesca a raccontarmi un quadro come vorrei; tu ci riesci sempre:) Grazie!:)

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    1. Grazie Giacinta! Anche tu riesci sempre a raccontare libri e musica. Forse quello che conta è la passione che ci si mette!

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  4. Anch'io voglio molto bene ai quadri di Chagall, grazie di avercene raccontato un altro :-)

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  5. Rappresenta molto bene lo stato d'animo di Chagall dopo la perdita della moglie e l'orrore causato dai nazisti! A dire il vero preferisco altre sue opere che lo rappresentano di più. Ciò non toglie che, come ho già detto, riesce benissimo a trasmetterci le sue sensazioni. Ciao Grazia

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    1. In effetti Jampy anche a le Piave di più lo Chagall allegro è innamorato del primo periodo. Però ho sentito che dietro questo dipinto c'era una storia ed era quella che volevo raccontare!

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    2. E hai fatto bene! ;-)
      La mia era solo un'opinione personale. Pur non essendo il mio preferito trasmette molto. Ciao e buona settimana!

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    3. Jampy, grazie e scusa gli errori di ortografia nella mia risposta, dovuti a un correttore automatico troppo zelante!

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    4. No problem... Sapessi quanti ne faccio io.... ;-)

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  6. Bellissimo post, anzi sarebbe più corretto chiamarlo articolo. Mi incuriosisce molto il fatto che, essendo ebreo, abbia usato il crocifisso per rappresentare, come dici tu, il dolore per tutte le vittime. E lo mette in primo piano.
    Non sono in molti a evidenziare che il cristianesimo ha come immagine simbolo la tortura e il torturato.

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