venerdì 24 agosto 2012

Sophie Calle e l'arte di superare una delusione d'amore





In questi giorni ho pensato molto a come può finire un amore. Niente di personale (per fortuna), né tanto meno l'idea di trasformare "Senza Dedica" in una posta del cuore (anche se...).

Tutto nasce da una bella recensione nel blog amico di Scarabooks di un libro di Marcelle Sauvageot "Lasciami sola" (QUI è il link)
Una lettera d'addio, il dolore, un testo limpidissimo e sofferente.
Una maniera di vivere la fine di un rapporto, ma non l'unica.

A tutti (o quasi) è capitato, in amore, di essere lasciati. Con una lite, una telefonata, una lettera, un SMS, perfino un telegramma. Ed è sempre un trauma.
C'è chi piange tutte le sue lacrime
C’è chi scrive lettere di rimpianto e di dolore.
C’è chi si rifugia nella consolazione degli amici, chi si dà ai viaggi, chi mangia chili di torta Sacher.
C’è chi, come Sophie Calle, sulla sua delusione d'amore, crea un’opera d’arte.


Sophie Calle è una delle figure di spicco dell’arte contemporanea francese.
Da anni la sua specialità è quella di abbattere le barriere tra pubblico e privato e di fare della sua vita, dei suoi momenti più intimi, il materiale delle sue opere
Può fotografare il sonno degli ospiti (si spera consenzienti) che si fermano a casa sua, può ingaggiare un investigatore e pubblicare tutta la documentazione che ha raccolto su di lei, può fare di se stessa il personaggio di un libro dell’amico scrittore Paul Auster o decidere di rendere pubblico un video, in cui assiste agli ultimi momenti di vita di sua madre.



Con una libertà insolente e impudica, fa in modo che ogni situazione, anche la più segreta, diventi un atto artistico.
Lavorando sulle sue esperienze di vita e imponendole, in qualche modo agli spettatori, cerca la loro condivisione: si può dissentire, ci si può commuovere, si può protestare, ma non si può rimanere indifferenti. Nella sua vita, come nelle nostre, c'è di tutto: l'amore, la felicità, il dolore, il lutto. E tutto viene esibito.


Anche a lei è successo di esser lasciata.
In maniera inattesa, via email
Un messaggio d'addio, ben scritto, educato, firmato G., con le solite giustificazioni, le inutile profferte d'affetto, l'inevitabile richiesta di rimanere amici, che termina con le parole" prenez soin de vous ".

Prendetevi cura di voi", come si usa tra francesi bene educati, che continuano a darsi del voi anche al culmine della passione amorosa.


E lei cosa fa, ci piange su?  Macché!
Lo rende pubblico, costruendoci sopra un'esposizione che, partendo dalla Biennale di Venezia del 2007, ha fatto il giro del mondo e ancora viene replicata e scrivendoci un libro dalla sfacciata e provocatoria copertina rosa shocking.
Il titolo? "Prenez soin de vous", ovviamente



L'idea è quella di chiedere a 107 donne di tutte le eta (dalla scolara delle elementari, alla pensionata) e di tutte le condizioni (dalla clown, alla veggente, all'artista...) di mettersi al suo posto e di commentare il messaggio d'addio.
Ed ecco che la lettera viene trattata in centosette modi diversi.

Tradotta, in codice a barre, in alfabeto braille, o in latino dalla latinista
Ridotta a origami dall'amica giapponese
Trasformata in sentenza dalla giurista
Sottoposta alla sessuologa che ritiene ormai inutile ogni prescrizione
Analizzata dal punto di vista lessicale dalla linguista
Interpretata come un testo talmudico dall’esperta in esegesi ebraica
O trasformata in cifre dalla contabile

Può diventare un cruciverba, con tutta la storia d’amore riassunta nelle definizioni orizzontali e verticali
Può essere rappresentata in un fumetto,
Ridotta a documento d'inchiesta dalla commissaria di polizia
O a bersaglio per la carabina di una tiratrice.
C'è la ballerina classica, che preferisce danzarla, come in un balletto,
O la danzatrice indiana, che sembra mimarla con movenze lente e aggraziate
C'è chi la lettera la canta, con voce da soprano, chi la suona con un accompagnamento rock

C’è chi la legge: grandi attrici, comme Jeanne Moreau, che la recita in una stanza semibuia, o Victoria Abril, che la declama da un letto che sembra una scenografia di Almodovar

Oppure è resa irresistibilmente comica, se declamata da Luciana Litizzetto, mentre taglia le cipolle in cucina.




E, finalmente, può essere lacerata e mangiata dalla pappagallina Brenda.



Centosette maniere di esporre il messaggio ai visitatori della mostra: i testi o le fotografie delle donne che commentano, mentre i video scorrono e voci differenti leggono, in maniera diversa, le stesse parole.
Centosette maniere di sentirsi complici.
Centosette maniere di esorcizzare il dolore.


Il messaggio di addio si frammenta in mille briciole, si depura, mano a mano che viene letto, trasformato, toccato.
Sfuma nella ripetizione dei gesti, dei rituali, diventa neutro: parole qualsiasi che non feriscono più. E, in fondo, in fondo, si arriva provare una strana e inaspettata simpatia nei confronti del signor G., che ha accettato di essere “cannibalizzato”, senza replicare (ed è a lui, ovviamente, che Sophie Calle ha dedicato il libro e l'esposizione).

Alla fine, ci si può interrogare sul ruolo consolatorio dell'arte, sui confini tra pubblico e privato, e anche se questa si possa considerare o meno un'opera d’arte.

Dopo aver visto la mostra, qualche tempo fa, ho cominciato a seguire, con grande interesse, il percorso artistico di Sophie Calle.
Ma, soprattutto, ho appreso una lezione su come superare una delusione amorosa.
Perché ho capito che la vendetta, in amore, è un piatto da consumare con l’ironia.




Due mostre di Sophie Calle si tengono attualmente in Francia, molto diverse, eppure tutt’e due emozionanti: una ad Arles con una serie immagini di persone, che, per la prima volta, vedono il mare. Nesssuna parola, nessun gesto (tutti sono ripresi di schiena) solo il rumore dell’Oceano e la commozione di condividere un momento irripetibile (QUI è il link)


L’altra mostra si tiene ad Avignone ed è dedicata alla morte della madre, Rachel Monique, ai gesti e ai rituali del lutto e alle ultime immagini, riprese, in un video, fino alla fine (QUI è il link)


36 commenti:

  1. In pratica è la versione globalizzata dell'amico a cui si confidano le proprie pene. Cioè: nel momento in cui si dice ciò che ci affligge, già il peso diviene più sostenibile, si esorcizza l'aurea misteriosa e greve di ciò che fa male. Quante volte la stessa cosa detta da altre bocche ci fa un effetto diverso? Tantissime. Lo stesso principio applicato dalla Calle, solo che lei è stata più brava, perché è riuscita a farci sopra qualcosa di creativo (e anche lucroso se vogliamo) :)

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    1. In effetti il principio è quello e lo pratichiamo comunemente tra amici. Solo che Sophie Calle è un'artista...

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  2. Se mi fosse venuta in mente questa idea ai tempi, con il materiale raccolto adesso potrei aprire un museo, un archivio, un'emittente Tv, una Biennale e completerei l'Expo di Milano.

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    1. E quanto avrei voluto vedere il tuo museo...!

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  3. Quando ho cominciato a leggere questo post mi ha subito infastidito quest'artista: è vero che l'arte nasce dal personale, non c'è dubbio, ma offrire così in pasto la propria vita intima, anche se elaborata artisticamente... che narcisismo estremo.
    Poi, man mano che leggevo, ho cominciato ad appassionarmi, ho riso come una pazza ascoltando la mitica Littizzetto, sorriso pensando alla pappagallina Brenda e capito la ragione profonda di un'opera del genere.
    Infine, sono rimasta assolutamente conquistata dall'idea della mostra sul primo incontro con il mare (e come mi piacerebbe ricordare che cosa ho provato, quando è accaduto, ma avevo 6 mesi).
    Dunque, grazie ancora, per questa bella scoperta.
    Saluti!

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    1. Anche per me Sophie Calle è stata una scoperta. Ho visto la sua mostra "Prenez soin de vous" l'anno scorso a Copenhagen, ho assistito alle reazioni dei visitatori, mi sono incuriosita e, alla fine, ho riso con loro. Da allora la seguo e, a quello che ho letto, tutt'e due le mostre che tiene attualmente in Francia sarebbero da vedere.

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  4. Rileggerò anche "Leviatano" di Paul Auster per definire meglio l'idea che mi sto facendo di questa donna. L'impressione di cannibalismo emotivo è fortissima. Personalmente non sono per la vendetta, in qualsiasi modo si consumi. Preferisco lasciare a chi mi sta accanto la libertà piena di non pensare più a me. Punto. Attaccarsi ai sentimenti degli altri è una forma di infantilismo che crea solo prigioni.

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    1. Anch'io all'inizio ero diffidente, ma poi, trovo che in gran parte delle "opere" di Sophie Calle ci sia un'ironia e un distacco che ripulisce e quasi "cauterizza" le ferite della vita che espone e l'impressione di sfruttamento che, all'inizio, se ne può trarre.
      Quanto alla vendetta in amore, vorrei essere saggia come te.
      In realtà non l'ho mai praticata, ma solo per insipienza

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  5. Quante delusioni d'amore ho subito e quanti ricordi !!! Purtroppo ai miei tempi non c'era la posta elettronica e non c'erano i video. Non so se avrei mai avuto l'idea di esporre in pubblico i miei sentimenti anche se capisco che potrebbe essere un modo di superare prima la delusione.
    Ho visto i link alle altre mostre di questa artista e trovo anch'io che il suo itinerario sia interessante ma preferisco quando espone se stessa e non gli altri
    Ciao
    Marco

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    1. Sono d'accordo, anche se, in qualche modo, anche nelle ultime mostre, soprattutto quella sulla madre, è sempre se stessa che espone.

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  6. Ho letto Lasciami Sola e ne ho ammirato la lucidità, sulla libertà insolente e impudica della Calle devo riflettere prima di decidere se apprezzo o dissento. Ma già il dubbio è indicativo e credo che alla fine della fiera dissentirò consapevolmente

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    1. In effetti quella della Calle è anche una provocazione: io preferisco la sua impudicizia a quella di chi, comunque, si espone alla televisione raccontando i casi suoi, oppure nelle autobiografie, senza avere la sua carica dissacrante e liberatoria. Ad ogni modo è un'artista che fa discutere e sono curiosa di sapere cosa ne penserai dopo le tue riflessioni.

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  7. Sono incantata e allo stesso tempo sconvolta da Sophie Calle, che non conoscevo.
    Incantata dalla sua capacità di volgere in arte la propria vita, anche negli aspetti più dolorosi e devastanti.
    Sconvolta dalla assoluta libertà con cui questa artista si espone al pubblico, senza vergogna, senza pudori.
    Se da una parte posso dire che per me sarebbe un cammino artistico impossibile da perseguire personalmente, dall'altra ammiro anche la sua capacità di capire che la condivisione dei nostri dolori e della nostra miseria umana deve anche partire da se stessi, e non solo dal documentare il dolore altrui.
    E soprattutto il volgere in forma artistica questa condivisione, ecco: questo lo trovo importante, perché evita di ridurre la cosa a un reality show.
    Detto da me, che sono gelosissima del mio privato, è una bella ammissione: ma devo dire che questa artista mi intriga, e ne cercherò altre notizie.
    Grazie, i tuoi post sono sempre pieni di spunti per me!

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    1. Lontanissima Sophie Calle, dal tuo percorso fatto di sfumature e delicatezza, ma sono contenta che ti abbia incuriosito. La voce di Wikipedia su di lei è fatta molto bene e ti potrà dare molti altri spunti.
      Grazie a te per seguirmi con tanta attenzione

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  8. Nulla da dire sull'esperinza condivisa della Calle. Un minuto di silenzio per lo sventurato amante che una ragione in più per lasciarla l'ha avuta.
    Il mio pensiero è tutto per l'ironia per la desacralizzazione dei "drammi" che ci tengono inchiodati un momento di troppo al pensiero, al senso di colpa e al rimpianto, mentre la vita, fuori, scorre senza di noi.
    C'è un filo che lega la tua tastiera e la mia vita. E questo m'inquieta.
    :) Rita

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    1. Più che inquietante,trovo coinvolgente la sintonia:-)
      A presto

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  9. Al di là di tutto non so se "superare" una delusione amorosa consista in quello che ha fatto la Calle. Forse era più corretto il termine "esorcizzare" se non addirittura "banalizzare" o, se vogliamo essere generosi "elaborare". Ma ognuno affronta le delusioni ed il dolore come può. Certo che ci vedo una buona dose di sadomasochismo e, per quel che ne so, il sadomasochismo conduce sempre e soltanto all'indifferenza, ma quest'ultima forse era già in quella mail (che però non ho letto).

    :)

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    1. Hai ragione, più che superare banalizzare e nella banalizzazione rendere le parole del messaggio d'addio, quasi prive di significato. E poi non sono nemmeno sicura che quel messaggio lo abbia davvero ricevuto..:-)

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  10. PS: L'adoro proprio perché crea inquietudine :-)

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    1. PS inquietudine, coinvolgimento e provocazione :-)

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  11. In una società in cui si va a parlare delle proprie cose più intime da Bruno Vespa o da Maria De Filippi quella di Sophie Calle mi sembra una forma intelligente di reazione. Grazie della chiarezza con cui ci porgi le tue riflessioni
    Carlo

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    1. Hai toccato un punto chiave, secondo me. Nella nostra società tutto viene esposto in pubblico, Sophie Calle, forse, vuol decidere lei stessa della sua esposizione. L'ultima mostra, quella sulla madre e sull'elaborazione del lutto, credo sia stata devastante per lei come lo è per il pubblico.

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  12. Ciao Grazia, il primo pensiero su quanto fatto da La Calle, l'ho poi trovato in parte scritto da Ruhevoll.
    UN modo di esorcizzare una perdita, rendendola banale, alla portata di tutti.
    Chissà se funziona davvero, dentro di lei?
    Buon sabato,
    Lara

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    1. Non so se funzioni davvero il metodo della Calle per esorcizzare il dolore. Quello che funziona sono le riflessioni che ci provoca e la maniera con cui costringe anche noi a guardarci dentro.
      Grazie e a presto

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  13. Ti ringrazio di avermi fatto conoscere questa artista che ci fa riflettere sulla attuale società della comunicazione e sulla nostra stessa maniera di rapportarci con gli altri.
    Ho visto entrando che sono la visitatrice numero 111.1111. mi sembra che sia di buon auspicio e di buon augurio
    Buona fine settimana
    Anna

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    1. Sono contenta di averti fatto conoscere Sophie Calle e mi fa piacere che tu sia stata la 111.111esima.
      Ora i numeri sono già cambiati, ma l'auspicio e l'augurio rimane. Grazie

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  14. Non sarò mai un artista. Non oso neanche parlare di quello che mangio... :))

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    1. In effetti, Adriano, se l'arte fosse solo questa, non ce la faresti mai :-)

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  15. conosci Dede? grazie x essere passata da me!

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    1. Si, conosco Dede e conosco il tuo blog. Mi ha fatto un gran piacere vedervi insieme!

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  16. Questo approccio della Calle mi suscita sentimenti contrastanti: da un lato questo suo render pubblica la storia sembra voler comunque dire: è una cosa per cui provo dolore quindi tento di esorcizzarla, pubblicandola; dall'altro parrebbe invece odio che si tramuta in vendetta sul piano mediatico. Non so...preferisco astenermi, fin quando non avrò letto il romanzo. Il monologo della Litizzetto, comunque, lo consiglio ad una mia amica.

    Bye&besos

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    1. È difficile esprimere un giudizio su Sophie Calle. Io trovo che l'inquitudine che provoca sia già di per sé stimolante. Comunque il monologo della Littizzetto è da ascoltare! :-)

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