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martedì 22 gennaio 2013

Joseph Beuys "La vasca da bagno": una pulizia eccessiva





Tutto comincia a Leverkusen, in Germania. La città non è bella, ma è molto ricca: è la sede di una grandissima azienda, la Bayer, che finanzia eventi e mostre. La Bayer è anche il principale sponsor del Castello di Morsbroich, il museo cittadino d'arte contemporanea, un vero fiore all'occhiello che vanta opere dei maggiori artisti del Novecento.

In una giornata d'autunno, l'11 novembre 1973, in una delle sale del museo è in programma un banchetto importante, organizzato dal partito socialdemocratico, a cui partecipano autorità e notabili da tutto il paese.
I tavoli sono apparecchiati, le luci accese, i fiori già disposti nei vasi. 
Tutto sembra pronto, ma, improvvisamente, qualcuno si accorge che le sedie sono troppo poche. 
È una riunione di uomini politici: va da sé che nessuno vorrà rinunciare alla poltrona. Bisogna provvedere o si rischia che tutto vada a rotoli.
In gran fretta, si mandano a chiamare le due donne delle pulizie, perché vadano a cercare le sedie nel magazzino, le puliscano e le portino nella sala.

Le due donne si mettono subito al lavoro e scoprono, tra le sedie impilate, una piccola vasca da bagno smaltata, una di quelle tinozze da neonati che poggiano su quattro piedi. 
Perfetta per tenere in fresco le bottiglie di birra e trasportarle, mano a mano, nella sala del banchetto.



Ma guarda un po' che sudiciume!- pensano- è tutta incerottata e piena di grasso e garze: che schifo!
Per fortuna hanno con sé sacchi della spazzatura e detersivi. 
Basta staccare i cerotti, buttare via lo sporco e strofinare vigorosamente con uno straccio perché la vasca brilli come nuova.
La riempiono di cubetti di ghiaccio ed è fatta.
Durante il banchetto, la birra, tenuta in fresco, va giù che è un piacere e la riunione fila liscia come l’olio. 
Qualcuno, forse, avrà ringraziato le donne delle pulizie per la bella pensata.

Qualche mese dopo, a Monaco, un ricco collezionista, Lothar Schimmer, sta aprendo le casse con le opere del suo artista preferito, Joseph Beuys (1921-1986). 
Sono appena rientrate dopo che le aveva prestate a una importantissima mostra, "Realität- realismus- Realität" che, prima di arrivare a Leverkusen, aveva girato in vari musei tedeschi. 
In una delle casse c'è il pezzo a cui tiene di più, un capolavoro che era riuscito fortunosamente ad acquistare qualche anno prima.
L'apre con un po' di trepidazione e, non appena toglie l'imballaggio, rimane esterrefatto.
Non crede ai suoi occhi, è come un incubo: la piccola vasca-scultura, che ammirava tanto, è vuota e, per di più, completamente ripulita. 
Le donne delle pulizie hanno lavorato benissimo. Lo smalto è di un candore abbagliante e dell’intervento di Beuys non c’è più traccia.

Fosse stata una tela, una scultura in pietra o in marmo, le due donne non l’avrebbero toccata. Fosse stata in una vetrina, magari con una didascalia, l'avrebbero guardata con rispetto.
Ma che quella vasca incerottata, lasciata in un magazzino, fosse un capolavoro non gli era proprio venuto in mente.

Certo che Beuys non era un artista facile da capire.
Lui stesso- l’aveva dichiarato più volte- non voleva dare messaggi semplici, ma coinvolgere lo spettatore nell'interpretazione delle sue opere, suscitando emozioni e riflessioni.
Tutto il suo percorso era nato sotto il segno di un rapporto tanto sacro e misterioso con la natura da valergli la denominazione di "sciamano". 
All'interno di questo cammino quasi iniziatico, intende creare un’arte totale che rispecchi il suo itinerario spirituale e che includa episodi del suo passato. 
Più che pezzi a se stanti le sue opere sono una sequenza di “azioni artistiche”, in cui arte e vita si fondono e per cui usa materiali inediti come il grasso, il sangue o la terra.

La sua “Badwanne, vasca da bagno” del 1960 rievocava un evento fondamentale della sua biografia: nel corso della guerra,  dopo l’abbattimento del suo aereo in Crimea, era stato curato dai Tartari, che lo avevano salvato dal congelamento ungendolo di grasso animale, tenendolo avvolto in strati di coperte di feltro e curando le sue ferite con garze e cerotti. 
Il materiale che aveva posto nella vasca ricordava questa esperienza di dolore e di guarigione, destinata a segnare per sempre la sua arte. (QUI è l'interpretazione che Beuys stesso dà della sua opera)

Dopo essere stata il pezzo forte dell’esposizione e aver suscitato i commenti stupiti degli spettatori e quelli entusiasti dei critici, la vasca era finita, inspiegabilmente, nel magazzino, insieme alle sedie del Museo. 
Per le due donne delle pulizie, che nulla sapevano di teorie artistiche e cammini iniziatici, il contenitore di tutte la sofferenza e dei ricordi di Beuys era parso buono solo per rinfrescare la birra. 
Il grasso e le garze, poi, erano sembrati, letteralmente, spazzatura. Che fare, allora, se non pulirla?

Joseph Beuys si rifiutò di reintervenire di nuovo sulla vasca e di ricreare la sua opera: per lui sarebbe stato “falsificare se stesso”. 
Dopo un lungo processo il collezionista venne risarcito con 80.000 marchi e il museo dovette pagare una penale.

Delle donne delle pulizie non si seppe più niente. 
Forse continuarono a non capire le concezioni artistiche di Beuys, ma si può essere sicuri che, da allora in poi, stettero più attente a non buttare via un'opera d'arte insieme all'acqua sporca.