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mercoledì 7 agosto 2013

Tempo d'estate: "Le ninfee" di Claude Monet




Voi ritagliate pezzi di cielo e li offrite alla gente, ma niente sarebbe più stupido che dirvi grazie. Non si ringrazia per un raggio di sole” (da una lettera di Georges Clemanceau a Claude Monet)




Come può essere rinfrescante, d'estate, immaginarsi in un giardino ad ascoltare il mormorio dell’acqua di uno stagno e a godersi l’ombra di un salice. Non è difficile, basta, semplicemente lasciarsi andare all'incanto di uno dei tanti dipinti dedicati alle ninfee da Claude Monet (1840-1926). 
Questo, per esempio, oggi conservato a Parigi al Musée Marmottan. 



Una grande tela totalmente invasa da un blu profondo, con, al centro, il rosso vivo dei petali dei fiori. 
Acqua e cielo si mescolano, senza un confine preciso; non c’è né un alto, né un basso, né alcuna definizione della profondità: il verde dei rami dei salici sulle rive dello stagno si confonde con quello riflesso nell'acqua.

Siamo intorno al 1916, nel mezzo di una guerra che ha insanguinato tutta Europa. 
Il mondo della pittura è stato stravolto dalla rivoluzione cubista e nell'aria c’è un grande fermento di idee e, insieme, la voglia di farla finita con il passato e di sovvertire tutto. 
Claude Monet, apparentemente indifferente a quello che gli succede intorno, ha passato da un po' la settantina e, da qualche anno, non si muove più dal suo giardino di Giverny. 
Ha sempre amato vivere nel verde, fin dalla sua prima residenza vicino a Parigi (ne ho parlato qui), ma con Giverny è stato un vero e proprio colpo di fulmine. 

Ha scoperto quel piccolo paese, vedendolo da un finestrino del treno. 
Non appena ha potuto, ha comprato là una casa con un terreno e vi si è trasferito, fin dal 1908, con la seconda moglie e i loro figli. 
Poco più di un ettaro, che, da appassionato di botanica, ha ricoperto di fiori multicolori, quasi fosse una tela impressionista. 
Vicino alla casa ha piantato margherite, rose, iris, tulipani o peonie e ha mescolato piante comuni a piante esotiche per avere una fioritura ad ogni passaggio di stagione. 
Più lontano, ha creato il suo "giardino d’acqua", facendo deviare il corso del piccolo fiume, che scorre vicino e ricavando uno stagno, attraversato una serie di ponti di legno, come nelle stampe giapponesi che ama tanto. 
Lo ha circondato di salici piangenti, di felci e di bambù e nell'acqua ha voluto che fiorissero le ninfee. Gli piace guardarle. 
Si alza all'alba per camminare intorno alle aiuole fiorite, ma finisce per fermarsi sempre là, vicino allo stagno. E controlla ogni dettaglio: quando scopre che c’è troppa polvere fa, addirittura, asfaltare, a sue spese, il sentiero che costeggia la proprietà. 

Sente di aver creato a Giverny il suo paradiso terrestre. "Eccetto la pittura e il giardinaggio non sono buono a nulla":- gli piace ripetere. 
Il suo giardino diventa, poco a poco, la sua unica fonte di ispirazione. Abbandonati i paesaggi con i pioppi, le cattedrali o i tramonti, che pure hanno fatto la sua fortuna, restringe sempre di più il campo dei suoi soggetti, fino a concentrarsi  esclusivamente sullo stagno e sulle ninfee. 
A questi straordinari fiori d’acqua dedicherà più di duecentocinquanta dipinti, che culmineranno nella serie delle otto grandi tele, offerte alla Francia nel 1918, il giorno dopo l’armistizio, per essere esposte all'Orangerie. 
Di guardarle e dipingerle, studiandole ad ogni minima variazione di luce, non si stanca mai.
"Questi paesaggi d'acqua e di riflessi sono diventati la mia ossessione":- ammette lui stesso. 

Lui- che un pittore come Cézanne aveva definito "l'occhio"per eccellenza- soffre ora di un disturbo, una cataratta, che gli impedisce di vedere bene i colori. 
Distingue a mala pena poche tinte: giallo, arancio rosso, verde e blu e riesce a dipingere solo se lavora molto vicino alla tela, quasi immergendosi nella pittura. 
È spesso insoddisfatto e scontento dei risultati, tanto che a volte, in un un impeto d’ira, è capace di buttare a terra tavolozza e pennelli. "Un anno- racconta-  ho bruciato sei tele, insieme alle foglie morte del giardino". 
Ma non si arrende e continua a dipingere. 
"Non vorrei morire prima di aver detto tutto quello che avevo da dire”:- ripete. 

D’estate lavora all'aria aperta, mentre d’inverno rifinisce le sue tele nel grande atelier che si è fatto costruire vicino allo stagno. 
Quando il tempo lo consente, in barca, o seduto  al cavalletto, con la sua barba bianca da patriarca, l’immancabile cappello e le mani sporche di terra e di colori, si accanisce quasi con frenesia, per catturare sulla tela "l'ineffabile, la superficie quasi invisibile che separa la luce dal suo riflesso". 
"Mi piacerebbe dipingere tutto, prima di non vedere più niente"- dice. 
E "tutto" significa, per lui, le piante, i salici e la superficie mutevole del suo stagno. 

In realtà quello che elabora nel suo giardino, lontano da tutto, sentendosi un po' come il sopravvissuto di una stagione eroica, è una sorta di testamento.
Come tutti i grandi artisti, ora che è vecchio, si sente libero di continuare il suo percorso, senza condizionamenti
Sembra che, dipingendo ostinatamente lo stesso soggetto, voglia arrivare a scoprire quello che si nasconde dietro le apparenze. 
E che, in quell'azzurro d'acqua e di ninfee, sia riuscito finalmente a trovare un riflesso dell'infinito.







QUI sono le informazioni e gli orari per visitare il giardino di Giverny.

lunedì 11 luglio 2011

Pomeriggio d'estate nel giardino di Claude Monet





La cosa più  bella in estate, in una giornata piena di sole, è stare all'aperto in un giardino fiorito.
E se, invece,  si è obbligati a rimanere al chiuso, magari in un appartamento soffocante? Allora non ci resta che far vagare  la fantasia con l’immagine di un dipinto.
Come questo, per esempio:



È un sereno pomeriggio estivo in un giardino assolato.
In primo piano, un tavolo, ombreggiato da un albero con una tovaglia bianca, dove è posata una rosa recisa, e gli avanzi di un pranzo alla buona: un tovagliolo spiegazzato, un bicchiere con un po’ di vino, una caffettiera con due tazze, un panino e una fruttiera piena di pesche.
Un bambino, assorto, gioca con le costruzioni.
Le due amiche che hanno condiviso il pranzo, si sono alzate, lasciando, sulla panca, una borsa di paglia e un ombrellino e ora si rifugiano nell'ombra a passeggiare e chiacchierare.

Le piante nelle aiuole, sulle siepi e nei vasi sono fiorite e, sullo sfondo, si intravede la facciata della casa.
Tutto è immerso nel chiarore abbagliante di un sole d'estate.
I fiori, resi con rapidi colpi di pennello, il terreno color ocra, la facciata della casa, la panca: tutto è bagnato di luce.
Una luminosità che dilaga e che accoglie tutta la meraviglia dei colori e della natura.

Gli unici tocchi di nero sono nella borsa di paglia, posata sulla panca e nel lungo nastro del cappello, ornato da una camelia, e negligentemente appeso a un ramo dell’albero in primo piano.
Anzi, sembra quasi che il nero del nastro, sia  lì per attirare l'occhio dello spettatore e per far risaltare, per contrasto, la luce abbacinante del resto del giardino.
Nessuna sfumatura, nessuna gradazione di colore, sfugge all'artista.

Siamo nel 1873, sulle rive della Senna, a pochi chilometri da Parigi, ad Argenteuil, all'epoca un paese in aperta campagna.
Il giardino è quello di Claude Monet.
L'artista ha trent'anni ed è orgoglioso della sua nuova casa, dove si è trasferito da poco con la moglie Camille, la sua modella, sposata, malgrado l’opposizione paterna, e con il figlio Jean.
Ed è la sua famiglia quella che ritrae nel giardino in un pomeriggio estivo qualsiasi: Jean è il bambino tranquillo che gioca da solo, Camille una delle due amiche che condividono un momento di confidenze.

Monet è sereno:  i suoi quadri cominciano a essere richiesti, è in contatto con mercanti d’arte e galleristi e le sue difficoltà iniziali sembrano superate.
L'anno successivo il titolo di una sua tela, "Impressioni al levar del sole", darà il nome al movimento pittorico dell'impressionismo.
Ha deciso, da un po', che quello che gli interessa dipingere è quello che vede intorno a sé, senza mediazioni .
Monet non è che un occhio, ma....che occhio !”: dirà di lui Paul Cézanne.
E quell'occhio, quello sguardo è capace di indagare, con assoluta precisione, tutte le pur minime note cromatiche e di definire lo spazio solo attraverso il colore.
Quello sguardo sa analizzare la luce, come mai era stato fatto prima.
E si accorge che  è la luce  a colorare le ombre.
Sì, perché, qui, le ombre sono colorate, di marrone, di verde, di blu, senza il nero, senza quel chiaroscuro, tradizionalmente insegnato nelle accademie e nelle scuole di pittura.

Quello sguardo è capace di scoprire che è la proprio la luce, con il suo continuo mutare, a cambiare incessantemente gli oggetti e la realtà stessa: i fiori, i vasi, il terreno, le ombre proiettate sul tavolo saranno diversi in ore differenti della giornata.

E questo lo può osservare e dipingere, non al chiuso di uno studio, ma all'aperto.
L'uso dei colori sintetici, in tubetti, gli ha permesso l’utilizzo di una gamma più estesa  di tinte, ma anche la possibilità di stenderli direttamente sulla tela, senza preparazione, con una velocità e un’immediatezza totale e di lavorare en plein air, con una semplice tavolozza.

Non ho mai avuto uno studio e non capisco perché uno dovrebbe chiudersi in una stanza. Per disegnare, d’accordo, ma per dipingere, proprio no” : dice Monet.
E il paesaggio, la natura, il giardino diventano il suo atelier.
Vuole restituire sulla tela l'impressione immediata e casuale della realtà, non solo  i giochi della luce, ma anche il movimento, l'effimero, la transitorietà: vuole arrivare a fissare un momento preciso, un attimo fuggente e irripetibile e a fermarlo, con i mezzi della pittura.


Lo fa anche qui nel suo giardino di Argenteuil.


Tra un po' il tavolo sarà sparecchiato e la natura morta, formata dagli oggetti in primo piano, sparirà, per lasciare il posto a un quieto angolo fiorito.
Le costruzioni, con cui gioca il bambino, verranno riposte, la rosa sul tavolo appassirà, come la camelia sul cappello di paglia.
La spensieratezza di un momento di serenità domestica è fuggevole. 
Monet lo sa.
La consapevolezza che tutto verrà ingoiato dal buio del tempo che avanza, rende, per contrasto, più luminoso l'istante passeggero della felicità.