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lunedì 6 ottobre 2014

Gli Apostoli mancanti: l'"Assunzione della Vergine" di Mantegna nella cappella Ovetari




La matematica non è (o non dovrebbe essere) un'opinione, nemmeno per gli artisti. 
In effetti, proprio un numero sbagliato è alla base di una storia che riguarda l'"Assunzione della Vergine", eseguita da Andrea Mantegna tra il 1453 e il 1457 per la cappella Ovetari nella chiesa degli Eremitani di Padova.


L'affresco è una delle poche parti superstiti della decorazione della cappella, quasi tutta distrutta da un bombardamento nel 1944 (qui è un link) 
La scena è delimitata da un arco dipinto decorato con motivi di candelabre e cornucopie derivati dall'antichità classica: in alto è raffigurata la Madonna Assunta, circondata da angeli festanti, mentre in basso è collocato un gruppo compatto di otto Apostoli che guardano verso il cielo.
Otto? Ma non dovrebbero essere dodici? 
Contiamo meglio! No,no... sono proprio otto. 
Di sicuro, i numeri non tornano. 

E non tornano nemmeno quando la committente, Imperatrice Ovetari, nel 1457, riesce, finalmente, vedere l'affresco terminato.
Ci mancava solo questa- avrà pensato- come se non bastassero tutti i grattacapi che ha avuto fin da quando, una decina d'anni prima, nel 1448, rimasta vedova, ha dovuto adempiere alle volontà  del marito, che, nel testamento, le ha lasciato una cospicua cifra con il compito di provvedere alla decorazione della cappella di famiglia. 
Il soggetto è già stato stabilito: le storie di san Giacomo e di san Cristoforo alle pareti e l'Assunzione di Maria nel fondo dell'abside.
Forse Imperatrice Ovetari, all'inizio ha creduto di cavarsela velocemente, assegnando l'esecuzione a due squadre di pittori: da una parte due maestri veneziani già affermati, Antonio Vivarini e il cognato Giovannni d'Alemagna, dall'altra due giovani e agguerriti padovani: Nicolò Pizzolo e Andrea Mantegna, all'epoca appena diciassettenne. 
La doppia commissione, però, invece di agevolarla, le ha complicato la vita. E non di poco.
Intanto, ci si è messo di mezzo il destino con la morte prematura di Giovanni d'Alemagna, la conseguente rinuncia di Vivarini e l'obbligo di sostituirli con altri due pittori, Bono da Ferrara e Ansuino da Forlì. 
Ma anche con i due padovani le cose non sono andate lisce: avrebbero dovuto andare d'accordo visto che entrambi erano stati a bottega da Francesco Squarcione, dove avevano condiviso l'amore per l'antichità classica e per le complesse ambientazioni prospettiche, ma invece erano nati subito dei contrasti. C'è da dire che tutt'e due hanno un caratterino che definire difficile è un eufemismo. 
Nicolò Pizzolo era già noto, in città, come un insolente attaccabrighe, ma anche Andrea Mantegna, più giovane di lui di dieci anni, si è rivelato un tipetto da prendere con le molle. Non appena ricevuta la commissione per la cappella è andato a vivere da solo e si è impelagato in una causa brigosissima col suo maestro e tutore, Squarcione, reclamando compensi mai ricevuti e- come se non bastasse- ha preso a litigare continuamente con Pizzolo. 
Mantegna è ambizioso e ha voglia di affermarsi. Sicuro di sé e dei suoi mezzi, ha cominciato a metter bocca su tutti i lavori della cappella. Pizzolo, che, di certo, non è abituato ad avere pazienza, non ci ha pensato due volte ad andare per vie legali e a richiedere un arbitrato che stabilisse non solo la suddivisione dei compiti, ma addirittura quella dei materiali. Insomma, sono andati avanti per un po' con una tensione che si tagliava con il coltello come due- per così dire- "separati sui ponteggi", finché Pizzolo è morto assassinato e Mantegna ha continuato praticamente da solo. 
Se Imperatrice Ovetari non ha protestato per la durata dei lavori che, secondo il contratto, dovevano finire in due anni è perché, in fondo, è stata contenta di vedere fiorire, come d'incanto, sulle pareti della sua cappella quello che già tutti considerano un capolavoro. Gli episodi delle vite dei Santi, ambientati con una rigorosa prospettiva matematica e arricchiti da tutta una serie di citazioni dall'antico, provocano l'effetto, insieme solenne e monumentale, di grandi sculture dipinte.
Di certo, ha provato la soddisfazione di avere puntato su un giovane che si è rivelato un vero portento. La fama di Mantegna, intanto, si è diffusa in tutto il nord Italia. Grazie al matrimonio con la giovane Nicolosa Bellini, figlia di Jacopo e sorella di Giovanni, si è legato con la bottega più prestigiosa di Venezia; le commissioni fioccano e ora sta per essere nominato niente di meno che pittore di corte dei Gonzaga a Mantova, dove è riuscito a strappare uno stipendio di tutto rispetto e condizioni di lavoro invidiabili.
Forse- pensa Imperatrice- ormai non ne può più della cappella Ovetari e con gli Apostoli ha un po' tirato via.

Anche lei, con tutta probabilità, è stanca, ma non vuole essere nemmeno presa in giro. È vero che con l'Assunzione si dovrebbe chiudere un decennio di lavori, in cui ha sopportato di tutto, complicazioni, tensioni, liti, strascichi giudiziari, perfino la morte e l'assassinio di due dei "suoi" pittori, ma ora basta: ha pagato per dodici Apostoli e dodici devono essere.
Non gli resta che andare in tribunale.
Il giudice, tanto per andare sul sicuro, si affida al parere tecnico di due artisti, Pietro Maggi da Milano e Giovanni Storiato. 
I due constatano che quattro Apostoli mancano effettivamente  all'appello, ma, tuttavia danno ragione a Mantegna: lo spazio della parete di fondo della cappella, occupata anche dalla finestra, è decisamente troppo stretto e il pittore ha fatto quello che poteva. 
Ci è voluta tutta la sua maestria e la sua abilità prospettica, per stiparvi dentro otto apostoli, mantenendo l'equilibrio e l'armonia della scena. 
Gli altri proprio non ci stavano: fare di meglio era impossibile.
Imperatrice Ovetari si deve rassegnare. 
I numeri sono numeri- è vero-  ma anche la matematica, alle volte, deve cedere il passo alle ragioni dell'arte. 






venerdì 20 aprile 2012

Mantegna: un pittore nelle nuvole





Cercando pittori “innamorati delle nubi”, dopo gli aerei ritratti di Constable e la nuvola amorosa di Correggio, ho fatto un incontro del tutto inaspettato.

Apparentemente niente di più lontano dalla morbida consistenza delle nuvole dello stile di Andrea Mantenga, un artista“che tira più alla pietra, che alla carne viva”, come dice Vasari, e -al pari della Medusa della mitologia- è in grado di trasformare in marmo, roccia o cristallo, ogni elemento dei suoi dipinti.

Eppure Mantegna si incanta a raffigurare, nella sua pittura, le infinite forme che possono assumere le nuvole ed è, addirittura, capace di usare la loro soffice e candida sostanza per firmare il suo capolavoro.
Per scoprire la "sua" misteriosa nuvola, bisogna addentrarsi nella selva di affreschi che coprono le pareti di una piccola stanza del palazzo ducale di Mantova.




È la camera degli sposi, o, meglio, secondo la più corretta definizione dei documenti, la “camera picta”, affrescata Mantegna tra 1465 e 1474.
La sala non ha niente di nuziale, anzi, era destinata alle udienze e ai ricevimenti.
Chi varca la soglia entra dentro uno spazio interamente dipinto, un mondo illusorio creato, come un palcoscenico, per esaltare la gloria dei Gonzaga.
Il soffitto simula una decorazione in stucco con fregi e busti di imperatori e, al centro, si apre un oculo, da cui si intravede l'azzurro del cielo.
Le lunette sono ornate da festoni di foglie e di frutta.
In basso, corre una decorazione con finti intarsi marmorei, mentre, sulle pareti, sontuosi tendaggi dipinti si aprono, come sipari teatrali, su scene della vita di corte.

Il committente è il marchese Ludovico, un politico lungimirante e intelligente che ha saputo trasformare una palude abitata da ranocchi (secondo la malevola descrizione di papa Pio II) in una città moderna, chiamando alla sua corte artisti del calibro di Leon Battista Alberti e, appunto, di Andrea Mantegna.
Per averlo al suo servizio Ludovico non ha badato a spese. Gli ha garantito un ottimo salario, vitto e alloggio e, in più, la promessa di una serie di onoreficenze. Insomma un'offerta di quelle che non si possono rifiutare. Mantegna, ovviamente, l'ha accettata e ora ricambia come meglio non si potrebbe.

Nella parete destra la tenda si apre per rivelare una scena quotidiana.
È come un'istantanea, tanto che sembra che i dignitari di corte non abbiano avuto il tempo di mettersi in posa e che qualcuno stia ancora arrivando, un po' trafelato, dalla porta sulla destra.
E Mantegna li ritrae, così come sono, senza lusinghe o compiacimenti.
Il marchese, in primo piano, tiene un documento tra le mani e si volta verso il suo segretario, mentre il cane preferito è accucciato ai suoi piedi.
Tutti sono elegantemente abbigliati: gli uomini in farsetto e calzebraghe con i colori dei Gonzaga, le donne in ricchi abiti damascati.
Al centro, seduta e imponente, è la moglie di Ludovico, Barbara di Brandeburgo, nipote dell'imperatore Sigismondo, che, con le sue alte parentele, ha dato lustro alla dinastia dei Gonzaga.
Attorno a lei ruota la vita di famiglia. È attorniata dai figli e ha accanto la dama di compagnia favorita, una delle nane, di cui i Gonzaga amano circondarsi, l'unica che guardi verso lo spettatore.


L'altra parete si apre su un paesaggio, ricco di riferimenti classici, con la veduta di una città, che rievoca la Roma. antica. Il marchese, con un seguito di cavalli riccamente bardati, cani, paggi e familiari, va incontro al figlio Francesco,  collocato al centro della scena con un'espressione compunta e soddisfatta. Non nasconde la sua contentezza per la nomina a cardinale che ha appena ricevuto. E, forse, è proprio questa la notizia che il marchese stava leggendo nella scena precedente e per cui aveva convocato tutti i cortigiani: per lui era la conferma dell'influenza e del potere della famiglia.

Cortigiani, cardinali, damigelle, cavalli, cani...ma, finora, nessuna traccia della nuvola misteriosa. Non ci resta che continuare a guardare.
Sopra la porta, in una targa sorretta da putti alati, l'artista, che si definisce  "suus Andrea Mantinia", dedica la sua opera al marchese.
È la consacrazione ufficiale del suo ruolo di pittore di corte. La firma qui c'è, ma non è certo quella che  stavamo cercando.
Comunque, se andiamo avanti e controlliamo anche i dettagli, una sorpresa la troviamo.

Sul pilastro accanto alla porta, ornato da una finta decorazione a stucco, tra tralci e volute, Mantegna ha inserito il suo autoritratto.
Ha scelto di non raffigurarsi in mezzo agli altri  cortigiani e si è rappresentato, invece, a parte, come una sorta di strano fiore, in un gioco scherzoso e allusivo che può equivalere a una firma.

Meno ufficiale e più privata, rispetto a quella della targa dedicatoria, ma non abbastanza misteriosa e, soprattutto, senza alcun legame con le nuvole.



Non c'è che da ricominciare a cercare e, magari, stavolta, alzare la testa e osservare bene l'oculo aperto nel  soffitto con il suo sfondo di un azzurro terso di cielo.


Dalla finta balaustra, che lo circonda, con uno straordinario scorcio prospettico, dame e putti  si sporgono, pericolosamente.

Una conca con una pianta di arancio è in bilico sul bordo e rischia quasi di cadere.

Le giovani donne, accompagnate da una esotica serva nera e da un pavone, sembrano divertirsi a spiare, non viste, quello che succede sotto di loro.

Per curiosare meglio due putti hanno, addirittura, infilato la testa nella balaustra.







Dettagli divertenti e bizzarri, un'atmosfera giocosa: questo sembrerebbe, davvero, il luogo più adatto.
E, in effetti, lo è.
Perché, se si osserva con attenzione, ci si accorge, finalmente, che, proprio qui, tra le nubi, compare il profilo di un uomo.
I lineamenti riprendono quelli dell'autoritratto dipinto da Mantegna, qualche anno prima, nella "Presentazione al tempio", ora a Berlino.

Non c'è dubbio: è proprio lui, che si è nascosto nel posto apparentemente più visibile, al centro della stanza.

E pensare che nessuno, fino a pochi anni fa, lo aveva scoperto.
Di sicuro Mantegna non prevedeva che i moderni strumenti di indagine (foto a luce radente o teleobiettivi) avrebbero rivelato quella sorta di “firma figurata”, che, per soddisfare il suo orgoglio di artista, aveva apposto nella cangiante materia delle nubi.





Dal suo aereo nascondiglio, per secoli, ha contemplato dall'alto quel mondo fittizio che aveva creato per celebrare i Gonzaga.
E là, celato dietro un candido e soffice schermo, forse ha capito che, nell'olimpo della pittura, il potere effimero del principe non conta e che l'unico che valga è quello eterno dell'arte.







L'autoritratto di Mantegna è stato scoperto da un grande studioso, Daniel Arasse, che ne ha parlato ne "Il soggetto del quadro.Saggi d'iconografia analitica"edizioni ETS 2009, pp.67-83, da cui ho tratto notizie e confronti.