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venerdì 15 aprile 2011

La caduta di Costantinopoli: la catena e la porpora





La conquista di Costantinopoli, l'antica Bisanzio, la capitale dell'impero romano d'oriente, da sempre passaggio tra l'Europa e l' Asia, tra oriente e occidente. a opera di Maometto II, nel 1453, (ne ho parlato qui) è una storia intessuta di simboli.

Quando ho visitato il museo archeologico di Istanbul, ho visto, esposti in una teca, parte degli anelli di una gigantesca catena: era quella che, in caso di guerra, poteva  bloccare l'acceso al porto, al Corno d'Oro.
Insieme alle fortificazioni e alle mura, avrebbe dovuto impedire l'ingresso dei nemici in Costantinopoli.
Aveva un valore reale di difesa e, insieme, un valore simbolico: quello di garantire l'invincibilità della città erede di Roma e, dunque, eterna.
La catena, nel 1453, non fu sufficiente.

Costantinopoli, al momento dell'assedio e della battaglia finale, era già completamente isolata. Tutto il territorio intorno era in mano turca. Sopravviveva solo  grazie ai rifornimenti via mare.
Da tempo in Europa si pensava a una crociata contro gli "infedeli" (i turchi, gli ottomani) che avevano conquistato, poco a poco, tutto l'impero bizantino.
Ma tutti i tentativi di organizzarla erano falliti.
Il Sultano, Maometto II, voleva assolutamente legare il suo nome alla conquista della città. Aveva ventun anni ed era ambizioso e senza scrupoli: lo aveva dimostrato la spietatezza, con cui aveva raggiunto potere.
Per prima cosa fece costruire, di fronte alla città, sul Bosforo, una fortezza armata di cannoni, con cui indebolire le mura e, subito, intimò la resa all'ultimo dei basileus, Costantino XI Paleologo.
L'imperatore bizantino rispose con un netto rifiuto.
I cannoni ottomani, i più grandi mai usati, sparavano pochi colpi al giorno, ma sufficienti a dimostrare che la morsa sulla città si stava stringendo.


Assedio di Costantinopoli, miniatura XV secolo, Parigi Bibl. Nat.


L'assedio vero e proprio iniziò ad aprile.
La disparità numerica era enorme: 160.000 i soldati turchi, contro 7.000 difensori. Le flotte veneziane e genovesi erano rimaste neutrali, lasciando ai comandanti la possibilità di schierarsi dalla parte di Bisanzio. All'appello risposero solo 700 veneziani e 600 genovesi.
Dapprima Maometto II cercò di aprirsi una breccia nelle mura che risultarono inespugnabili.
La catena nel porto continuava a impedire l'accesso dal mare.
Cosa fece allora ?
Ebbe un'idea straordinaria e la realizzò.
Fece costruire una passerella di legno, lunga due chilometri, in cui gli schiavi spinsero a braccia le navi, aggirando la catena che chiudeva il porto.
Un'impresa inusitata, un'immagine potente che mi ha sempre rievocato alla mente quella della nave, trasportata via terra, in un film di Werner Herzog, Fitzcarraldo.

L'impressione, allora, dovette essere enorme.
Quando gli abitanti videro le navi turche, capirono che tutto era finito.
Probabilmente ricordarono le parole di un'antica profezia, secondo cui la città sarebbe caduta, solo "quando le navi avessero navigato sulla terra".
L'eclissi di luna della notte del 22 maggio trasformò il terrore in panico.
I cittadini, disperati, celebrarono l'ultima messa nella grande basilica di Santa Sofia, e sfilarono in processione con quello che per loro rappresentava il simbolo dell'intercessione e della misericordia per eccellenza: l'immagine della Madonna.
L'esercito turco, intanto, sferrava l'assalto finale alle mura: era il 29 maggio, la data indicata dagli astrologi di corte.
L'assalto durò a lungo con enormi perdite da tutt'e due le parti.
Alla fine il Sultano ordinò di impiegare le truppe scelte, i giannizzeri, conosciuti come soldati implacabili, catturati tra i bambini dei territori cristiani dell'impero e addestrati solo alla guerra.
I difensori, spossati, quando li videro, capirono che non avevano più scampo e si dispersero in una fuga drammatica.
La città era, ormai, in mano turca.

I testimoni raccontarono di quella notte terribile, in cui il sangue scorreva a fiumi per le strade.
Era stato  il Sultano in persona, su un cavallo bianco, e al grido di "Dio è grande", a dare avvio al saccheggio.
Poi si era diretto, passando da strade quasi impraticabili, verso la basilica di Santa Sofia. Lì si era rifugiata gran parte della popolazione, lì speravano di trovare ricovero anche i membri della corte bizantina. E invece furono massacrati: le dame dell'aristocrazia e i loro figli vennero abbandonati alla violenza delle truppe di più infimo grado, in segno di sopraffazione e di spregio.
I più rimpiansero di essere rimasti in vita.

Maometto II, entrando nella basilica e ascoltando le parole recitate da un imam, aveva chinato il capo fino a sfiorare il pavimento.
Un atto simbolico: da quel momento la grande chiesa, dedicata dall'imperatore Giustiniano alla Divina Sapienza, la Santa Sofia, sarebbe diventata una moschea.
Poi il Sultano, appassionato di poesia, era salito sulla cupola e, meditando sulla distesa di rovine in cui si era trasformata la città, aveva declamato i versi di un antico poema persiano sulla caducità delle umane sorti.
Durante la notte, tra le stragi, le urla e i fumi degli incendi, Maometto II aveva fatto cercare, incessantemente, il cadavere dell'ultimo imperatore bizantino, Costantino XI, che aveva combattuto eroicamente fino alla fine.
Gli imperatori bizantini erano i Porfirogeniti, i nati nella porpora e solo a loro spettavano le vesti di questo colore.


I calzari purpurei rappresentavano il simbolo della loro autorità.
Maometto II voleva assolutamente trovare il corpo del nemico vinto, sia per accertarne la morte, sia per impadronirsi di quei calzari con l'aquila bicipite, gli emblemi del potere imperiale.
Averli per sé avrebbe significato, se non una legittimazione, almeno una sorta di continuazione dell'impero.
Non ci riuscì.
Ancora  una questione di simboli.
Dopo undici secoli l'impero romano d'oriente aveva cessato di esistere.