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sabato 16 maggio 2015

Lo schiavo di Velázquez: il "Ritratto di Juan de Pareja"



Una tela di Diego Velázquez (1599-1660), attualmente conservato al Metropolitan Museum di New York: 


Su uno sfondo neutro, un uomo dalla pelle scura e neri capelli crespi, vestito di un mantello marrone e di  un abito di panno con un ampio colletto bianco decorato di pizzo, rivolge uno sguardo pieno di fierezza verso lo spettatore. 
Con il suo misto di riserbo e di orgoglio, potrebbe sembrare un nobile gentiluomo, se non indossasse un abito talmente liso da mostrare, sulla manica, un vistoso buco all'altezza del gomito.
Di sicuro non è un raffinato aristocratico, né tanto meno un ricco borghese alla moda.
In realtà, il protagonista del dipinto, Juan de Pareja (1606-1670), occupa il ruolo più basso della scala sociale. 
È uno schiavo
Da anni è al servizio di Velázquez e lavora come assistente nel suo studio, dove, giorno dopo giorno, svolge i compiti più umili: pulire, mescolare i colori, preparare le tele, o fissare i telai. 
Finora la sua è stata una vita di quelle che lasciano poche tracce.
I documenti ne parlano appena: si sa che è nato in Andalusia e che è un "morisco", un discendente di quegli arabi, rimasti in Spagna dopo la Riconquista, convertiti a forza al cristianesimo e che spesso hanno alimentato, soprattutto nel sud della Spagna, il mercato degli schiavi.
Quando Velázquez lo ritrae, Juan de Pareja ha poco più di quarant'anni.
Siamo nel 1650 e entrambi si trovano a Roma: il pittore è stato incaricato da Filippo IV di acquistare dipinti e sculture per decorare le sale ancora disadorne dei palazzi reali. 
Velázquez non ha intenzione di trattenersi a lungo in Italia, ma ha deciso, comunque, di portare con sé il suo schiavo: pensa che potrà essergli utile, non solo come aiutante, ma anche come modello.
In effetti ha pensato di esercitarsi a ritrarlo, quasi fosse uno studio per una testa dal vero, in vista di una prestigiosa commissione che spera di ottenere quanto prima: il ritratto ufficiale del pontefice Innocenzo X. 
Non appena finisce la tela, decide di esporla, come prova della sua abilità, nella mostra organizzata, come ogni 19 marzo, sotto il portico del Pantheon dalla Congregazione dei Virtuosi, a cui si è iscritto fin dal suo arrivo a Roma. 
Il successo del ritratto va la di là delle aspettative. 
Stando a quello che racconta nel 1724, nelle sue "Vite dei pittori spagnoli", lo storico e critico d'arte Antonio Palomino: "il dipinto è elogiato da tutti i pittori provenienti da diversi paesi che dicono che le altre immagini della mostra siano arte, mentre questa sola è verità". 

Velázquez è, dunque, riuscito nel suo intento: con una pennellata veloce, una gamma di colori limitata, una grande economia di mezzi e l'uso di una luce capace di definire le forme, è arrivato a restituire non soltanto l'aspetto, ma il carattere stesso del suo servitore. 
Con una verità che gli consente, al di là delle barriere sociali, di mostrare la simpatia e il rispetto che prova verso il suo modello.
Per lui quel dipinto rappresenta la conferma della sua capacità di ritrattista: sa di essersi guadagnato l'ammirazione dei colleghi e degli intenditori d'arte, tanto che, non appena nominato membro dell’Accademia di San Luca, ottiene  la sospirata commissione per il ritratto del pontefice (qui). 
Il soggiorno romano gli ha portato bene e, a questo punto, può dirsi davvero soddisfatto.

E Juan de Pareja? 
Anche per lui quel ritratto rappresenta una svolta: pochi mesi dopo, nel novembre del 1650, Velázquez decide di affrancarlo con un atto legale, che stabilisce, come unico obbligo, quello di continuare a lavorare nel suo studio per altri quattro anni. 
Saranno anni importanti che gli serviranno per fare esperienza e diventare, oltre che fedele collaboratore dell'artista, anche pittore in proprio (qui).
Da allora in poi, può dirsi padrone della sua vita.
Ma se è vero, come afferma William Shakespeare, che "ogni schiavo ha nelle mani il potere di rompere le sue catene", probabilmente quel potere Juan de Pareja lo ha avvertito già nel momento, in cui si è visto, per la prima volta, nel ritratto di Velázquez.
C'è da pensare che, proprio allora, si sia reso conto che quel dipinto avrebbe consegnato all'eternità dell'arte, grazie al suo sguardo orgoglioso e fiero, l'immagine stessa della sua dignità di uomo. E che in quell'istante non si sia più sentito  inferiore, né schiavo, ma, finalmente e per sempre, un uomo libero.









Ancora due curiosità: la prima l'omaggio che  Salvador Dalì rende in questo dipinto del 1960 al ritratto di Velàzquez. 
La seconda, la cifra record di oltre cinque milioni di dollari, con cui la tela fu acquistata dal Metropolitan Museum (qui