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sabato 10 maggio 2014

Medici e Magi: la cappella di Benozzo Gozzoli in palazzo Medici a Firenze




La Cappella di famiglia dei Medici, affrescata da Benozzo Gozzoli (1420-1497) nel loro palazzo di Firenze (qui è il link). Un luogo magico, di quelli che raccontano una storia, una bella storia:


Siamo a Firenze intorno al 1460 e, anche se rimangono intatte tutte le istituzioni repubblicane, i Medici, di fatto, governano la città. 
Orgogliosi del loro potere, vogliono dimenticare un passato di mercanti e- come sostengono i più malevoli- anche di usurai, per entrare nel novero degli aristocratici delle più raffinate corti europee.
La Cappella, al piano nobile del nuovo palazzo di famiglia sulla via Larga, è destinata a essere un ambiente di rappresentanza degno delle loro aspirazioni.
Un pavimento  con tarsie di marmi e di porfidi antichi, un soffitto intagliato e dorato, stalli del coro sontuosamente scolpiti: nella penombra, alla luce tremula delle candele, la cappella sembra un piccolo scrigno prezioso, pronto per essere esposto all'ammirazione degli ospiti illustri.

Il committente è il figlio di Cosimo il Vecchio: Piero, detto il Gottoso dalla malattia che lo affligge e che gli amareggia la vita.
Piero, che ha vissuto a lungo a Ferrara  come ospite alla corte sofisticata degli Este, ha ambizioni di nobiltà, si occupa poco della banca di famiglia e ancora meno  di affari o di commerci. 
Timido, riservato e condannato dalla malattia all'immobilità, preferisce dedicarsi a leggere i testi della sua ricca biblioteca e a  collezionare oggetti preziosi da contemplare nel chiuso delle sue stanze. 
È un uomo di grande gusto e aggiornato sulle ultime tendenze artistiche, ma per la decorazione della cappella non si è rivolto a uno dei pittori più innovativi della città. Ha scelto, invece, un onesto e tradizionale artigiano. 
Benozzo Gozzoli, allievo di Beato Angelico, è alieno da ogni sperimentazione, ma ha tutte le doti che Piero apprezza: sa eseguire alla lettera le istruzioni del committente, ha una grande capacità tecnica, è un ritrattista senza pari e, soprattutto,  sa raccontare.

Benozzo lavorerà nella cappella più o meno cinque anni, ricoprendo di affreschi  tutte le pareti e utilizzando i colori e materiali più costosi che i committenti possano pagare, dall'oro, alle lacche, ai lapislazzuli.
Il soggetto che Piero ha scelto è quello del Corteo dei Magi. 
Non è un caso: la cavalcata dei Magi affrescata nella cappella ricorderà a tutti quella che avviene ogni anno lungo le vie della città durante la festa dell’Epifania, organizzata dalla esclusiva Compagnia dei Magi, una confraternita di cui fanno parte anche i Medici. Anzi di cui  sono i personaggi principali. 
Il percorso della spettacolare cavalcata  parte dal convento di san Marco, sotto il loro patronato e passa  lungo la via Larga, dov'è il loro palazzo, per proseguire, solo dopo,  verso il centro della città. 
La cavalcata è divisa in tre brigate come il numero dei Magi: i partecipanti sfoggiano i gioielli  e le vesti più lussuose e sono seguiti da carri carichi di oggetti  preziosi e di animali esotici.
I Medici vedono nella festa l’occasione di ostentare la loro importanza, sicuri che nessuno stia loro alla pari per fasto, ricchezza e, soprattutto, potere.

Anche nella cappella  il corteo è diviso in tre brigate, ognuna delle quali  occupa una parete ed è caratterizzata da un colore dominante nelle vesti e nei finimenti dei cavalli: il bianco per Gaspare, il rosso per Baldassare, il verde per Melchiorre.
Il punto di partenza è Gerusalemme, raffigurata come una bianca città sulla collina. Da lì il corteo di eleganti cavalieri, servitori in livrea e cavalli bardati, si dispiega lungo tutte le pareti in un paesaggio di rocce candide, di ville, di castelli e di alberi come cedri, olivi o cipressi, in cui si svolgono scene di caccia. 
Gaspare, il giovane Mago biondo e imberbe, che guida la cavalcata, ha le sembianze di Lorenzo, il figlio di Piero, lo stesso che conduce  la festa per le vie di Firenze.
Ben visibile, all'altezza della testa, un arbusto di alloro (lauro)  allude al suo nome.
Dietro di lui, i ritratti di altri membri della famiglia, di dignitari e di nobili, di letterati e di filosofi. 


Simboli araldici dei Medici sparsi ovunque, personaggi illustri, sfarzo, lusso. Non c'è che dire: Benozzo ha svolto bene il suo compito. 
Ha saputo dare alla storia il sapore di una favola. E ancora non basta.
Alla cavalcata dell’Epifania, si accompagna e si sovrappone il ricordo di un altro grande evento:  il corteo d’apertura, a Firenze, del Concilio del 1439,  istituito con l’intento di riunificare le Chiese d'oriente e d'occidente e di salvare Costantinopoli dalla minaccia turca. 
Sulle pareti, Benozzo fa rivivere anche i protagonisti di quello straordinario avvenimento: nel vecchio Mago Melchiorre, che guida un corteo imponente con tanto di leopardi maculati,  di cammelli e di animali da soma carichi di merci, raffigura Giuseppe il patriarca di Costantinopoli.


Il Concilio di Firenze riveste per i Medici  una grande  importanza: grazie a loro, in quel momento, Firenze era diventata il centro d'Europa.
Era stato Cosimo il Vecchio a far trasferire il Concilio da Ferrara a Firenze, approfittando delle voci di un'epidemia di peste nella città estense e sborsando colossali somme di denaro per regali e prestiti. 
Indipendentemente dagli scarsi risultati diplomatici raggiunti (Costantinopoli cadrà nel 1453 nella mani di Maometto II), l'arrivo dell'imperatore, dei dignitari della corte di Bisanzio e dei loro letterati ha avuto un impatto dirompente in ogni campo. Anche nel più banale. Tanto che perfino la cucina ne ha  registrato le tracce: il vino dolce da, allora, è chiamato alla greca vino di Xanto, "vin santo", mentre la carne di maiale, cucinata secondo la tradizione, ha avuto il nome, che tuttora conserva, di "arista"(buonissima). 

E, poi, quante immagini, quante sensazioni! 
Mai si è vista una simile concentrazione di volti e di abbigliamenti così eccentrici. Tutto è oggetto di meraviglia: dalle lunghe barbe, in una città di uomini abituati a rasarsi, alle vesti, ai copricapi.  
Una miniera di spunti dalla letteratura, alla filosofia, ma anche dall'arte e alla moda. 
Ed ecco, su uno sfondo verde di campagna, il terzo  Mago, Baldassarre, dall'età virile e dalla pelle scura, con i tratti dell'imperatore bizantino Giovanni Paleologo e con quel tipico cappello a ogiva (lo skiadion), capace di colpire la fantasia degli artisti  da Pisanello a Piero della Francesca.


Tutto un  mondo da scoprire e da assaporare.
La facile pittura di Benozzo, con il suo gusto per i particolari,  è lo strumento ideale per rievocare, a distanza di anni, quel momento esaltante e per ricordare, a chi non lo sapesse, il ruolo di Cosimo e della sua famiglia. 
E non certo per vano esibizionismo. 
Solo ora che sono stati  narrati come protagonisti di un'epoca d'oro, i Medici si sentono pronti a governare la città come dei veri Signori, a imporre il loro modello di eleganza e a rivaleggiare, per sfarzo e magnificenza, col mondo dell'aristocrazia. 






 Della cappella e della sua storia ho parlato più diffusamente qui


lunedì 5 maggio 2014

L'ombra di Masaccio: la "Cacciata dall'Eden" della Cappella Brancacci





La "Cacciata dall'Eden", una delle scene degli affreschi dipinti da Masaccio (1401-1428) per la cappella Brancacci nella chiesa del Carmine di Firenze.




Su uno sfondo azzurro di cielo, un angelo dalla veste rossa, brandendo la spada, caccia Adamo ed Eva dal paradiso terrestre: hanno trasgredito, mangiando il frutto dell'albero della conoscenza e ora sono puniti. 
A rappresentare l'Eden c'è solo una grande porta. 
Non vediamo la bellezza di quello che hanno perduto, vediamo, invece, che ora stanno avanzando in un paesaggio deserto e ostile.

Adamo si copre il volto con le mani, scosso dai singhiozzi. Eva lascia vedere il viso deformato dalle lacrime, gli occhi stretti, la bocca aperta. Quasi una maschera della tragedia. Sono nudi e se ne vergognano: hanno perso la loro comunione con Dio e sanno che, d'ora in poi, dovranno lavorare con fatica, partorire con dolore e morire.
Sono solo un uomo e una donna impauriti che non sanno più dove rifugiarsi. 
Si allontanano dal loro paradiso perduto, posando pesantemente i piedi per terra.

Ed ecco un dettaglio straordinario: i loro corpi fanno ombra.
Un piccolo particolare, ma dietro, c'è un mondo intero.

Masaccio ha passato da poco la ventina, quando lavora agli affreschi della cappella Brancacci con il collega e amico Masolino.
I due non potrebbero essere più diversi. Masolino, più maturo di anni e di esperienza, è un pittore ancora legato ai modi dello stile tardo gotico. Masaccio, più giovane e irruente, è pronto a sperimentare tutte le novità che sente nell'aria.
Siamo  negli anni tra il 1424 e il 1426, Firenze, allora, è  una Repubblica orgogliosa di affermare la sua indipendenza, dopo aver vinto la guerra con i Visconti e imposto la sua supremazia su gran parte della Toscana.
La ricchezza della città è assicurato dalle banche (il banco dei Medici è il più importante d'Europa) e dal commercio della lana e dei tessuti.

Masaccio è arrivato a Firenze dalla campagna. 
È nato nel 1401, il 21 dicembre, san Tommaso e con il nome di Tommaso è stato battezzato. Sarà noto, però, a tutti col soprannome di Masaccio, non tanto perché "fusse vizioso", ma- perché come afferma Vasari- "come quello che, avendo fisso l'animo alle cose dell'arte, si curava poco di sé e manco d’altrui".
La sua famiglia è benestante: il padre esercitava la prestigiosa professione di notaio, ma la madre, rimasta vedova, si è risposata subito dopo. L'apprendistato in città, in una bottega di pittore, riprendendo il mestiere del nonno decoratore di cassoni, può essergli parso il modo per sentirsi più indipendente. Nel 1422 è già pronto a iscriversi all'Arte dei medici e speziali, la corporazione dei pittori. Ed è lì che forse incontra Masolino (1383 ca-1440) e comincia  lavorare con lui.

A Firenze, in quel periodo, c'è un grande fermento. 
Sono gli anni, in cui si costruisce la cupola del Duomo, simbolo dell'orgoglio cittadino, e in cui si aprono continuamente nuovi cantieri. Ovunque si parla d'arte come mai prima era successo. La città è piccola e gli artisti si conoscono tutti: camminano per le stesse strade, frequentano gli stessi ambienti, discutono insieme.
Per Masaccio quello è un periodo di idee e di incontri: è diventato amico di Brunelleschi, l'architetto della cupola e di uno scultore famoso come Donatello. I due hanno una ventina d'anni più di lui, ma lo trattano da pari a pari. 
Masaccio, probabilmente, sente tutta l'emozione di essere accolto e ascoltato da quegli artisti già affermati. Con loro può parlare delle sue ambizioni e del suo mestiere di pittore. Al centro dei loro discorsi- si può ben immaginare- c'è la riscoperta dell'antichità classica, la volontà di tornare a porre l'uomo al centro dell'universo, l'invenzione della prospettiva lineare e di un modo nuovo di rappresentare lo spazio. 
Insieme condividono l'euforia di chi si sente partecipe di un grande rinnovamento.
In genere, è difficile avvertire il cambiamento mentre lo si vive. 
A Firenze, in quegli anni, non è così: la storia cambia qui e ora (hic et nunc) affermano gli umanisti e i letterati. 
È dai tempi dell'Atene di Pericle- si dice - che non c'era un simile fervore d'arte e di pensiero. 

Sono grandi momenti. Masaccio lo sa e vive, con l'entusiasmo di un ventenne, la sensazione di essere là, dove si fa la storia.
Gli affreschi della Cappella Brancacci sono per lui l'occasione di mettere in pratica tutto quel ribollire di idee: ripartire dalla pittura sintetica e solida di Giotto, concepire le figure come corpi vivi, collocarle in uno spazio misurabile e- con il nuovo strumento della prospettiva- "sfondare" la parete e rappresentare, in pittura, la terza dimensione.
Questi sono probabilmente i suoi pensieri quando comincia a dipingere.

Ed ecco allora che quello che pareva solo un dettaglio- quell'ombra proiettata dai corpi di Adamo e di Eva- diventa pieno di significato.
Per la prima volta nella pittura dell’Occidente, Masaccio  dipinge un'ombra vera e reale, un'“ombra portata”, quella che ogni solido proietta sulle superfici circostanti.
E riesce a rappresentare la massa e il volume dei corpi di Adamo ed Eva. E anche la loro umanità: cacciati dal Paradiso, hanno perso la levità che li rendeva simili agli angeli, sono diventati pesanti. Di una pesantezza che sembra tenerli ancorati alla terra. 

Prima di Masaccio- dice Vasari- le figure "stavano in punta di piedi", mentre con lui stanno "coi piedi in sul piano" , sono salde sul suolo.
E su quel suolo, appunto, fanno ombra.
Quei pochi tratti scuri, che spiccano sul fondo ocra del terreno, sono il segno che Masaccio ha raggiunto quello che voleva. 
Con la sua pittura, le sue luci e le sue ombre,  sta conquistando un nuovo modo di rappresentare il mondo.





Qui avevo già parlato più estesamente di Masaccio e dell'ombra

martedì 6 settembre 2011

La congiura dei Pazzi (fine).





Per sapere davvero com'è andata, bisogna trasferirsi negli Stati Uniti all'inizio degli anni Duemila.

Un professore universitario, Marcello Simonetta, ha portato con sé alla Wesley University un trattato per decifrare documenti in codice, scritto nel 1474 da un suo antenato, Cicco Simonetta, allora potente Cancelliere degli Sforza.
Vuole riuscire a decriptare una lettera cifrata che ha trovato in un archivio privato di Urbino.





La lettera sembra sfidare ogni sforzo, ma, con pazienza e con l'aiuto del trattato quattrocentesco, l'enigma comincia a sciogliersi.
In italiano sono le vocali a ricorrere con maggiore frequenza e, dunque, saranno le vocali a fornire la chiave del codice.
Comincia dalla "A" e isola nella lettera una sequenza che si ripete con regolarità.
Prova a inserire, poi, nei simboli mancanti le consonanti adeguate ed ecco che arriva a decifrare l'espressione "la Sua Santità".
Scopre, allora, che la missiva, diretta agli ambasciatori di Urbino, parla del papa. E cosa dirà?
Piano piano, proseguendo con metodo e con pazienza, emerge con chiarezza tutto il testo.

La data è il 14 febbraio del 1478, due mesi prima della congiura.


Il mittente è uno dei signori più famosi d'Italia: Federico da Montefeltro, duca d'Urbino.



All'epoca dei fatti, come si direbbe in un verbale di polizia, ha cinquantasei anni e le sue fattezze, semmai dovessero comparire in una scheda segnaletica, sarebbero davvero inconfondibili.


Ha perso un occhio e un pezzo di naso in un torneo e, per questo, si fa ritrarre sempre di profilo dall'amico Piero della Francesca o dai pittori di corte.



È un condottiero, un capitano di ventura, disposto a vendere i suoi servigi al migliore offerente.
Anche lui è  salito al potere grazie a una congiura che- si sussurra- lo ha molto opportunamente liberato dell'erede legittimo alla signoria, il fratello Oddantonio.
Nel 1446 un' altra congiura, questa volta sventata, gli ha assicurato saldamente il potere.
È uno che di complotti, evidentemente se ne intende e che li sa usare.

La lettera,  prova, inequivocabilmente, il suo  coinvolgimento  nell'ideazione della congiura: lo scopo è quello di strappare Firenze ai Medici.
Caspita! Allora è lui l'uomo misterioso! 
L'uomo che, al sicuro, nel suo studiolo ornato di tarsie lignee, al centro del suo immenso e meraviglioso palazzo redige il messaggio segreto.
Pensare che nessuno lo aveva mai sospettato. Al papa, ovvio, si era pensato, ma a lui, lo sdegnoso signore d'Urbino, mai.
E cosa scrive ai suoi ambasciatori col messaggio cifrato che deve arrivare nelle mani del  papa e che nessuno deve intercettare ?
Scrive che, una volta che Lorenzo e Giuliano saranno uccisi, è disposto a contribuire alla conquista della città con seicento dei suoi migliori soldati.
È sicuro, dunque, che una congiura ci sarà e che i Dioscuri moriranno.
E sa che il pontefice si fida di lui e delle sue capacità di stratega perché ha occupato, a lungo, la carica di "Capitano del papa" ed è stato proprio Sisto IV a conferirgli il titolo di Duca d'Urbino.  


Il complotto, dunque, è ordito a Roma, non a Firenze. L'irascibile e invidioso Jacopo Pazzi non è che uno strumento nelle loro mani.
L'equilibrio tra i piccoli stati italiani è instabile e l'eliminazione di Lorenzo e Giuliano de' Medici poteva modificare tutto.
Se fosse andata come nei piani, Federico da Montefeltro avrebbe avuto come compenso, forse, un ampliamento di territorio e, di sicuro, la crescita della sua influenza e del suo potere.
E chissà: forse Repubblica di Firenze sarebbe stata annessa ai territori dello Stato pontificio.

La storia d'Italia e d'Europa sarebbe stata diversa.
Molto diversa.
A questo punto è solo "fanta-storia" sbizzarrirsi a immaginare uno Stato pontificio che arrivava a comprendere tutta l'Italia centrale, e per conseguenza, nessun Granducato di Toscana, né le Cappelle Medicee o le sculture di Michelangelo, i ritratti di Bronzino (giusto per rimanere nel campo dell'arte) o le due regine di Francia Caterina e Maria, tutt'e due nate nella famiglia Medici.... e non solo..
Tutto sarebbe cambiato e, forse, non in meglio.

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Veleno, pugnali,tradimenti violenza: nella congiura dei Pazzi ci sono tutti gli elementi di una visione romanzesca del Rinascimento italiano.
Eppure tutto è vero, tutto è storia, eppure agli intrighi, alle violenze partecipano grandi personaggi, gli stessi capaci di disquisire di sottili questioni filosofiche e di commissionare magnifiche opere d'arte.
Un secolo complesso, difficile, tormentato, ma illuminato da intuizioni geniali, idee e capolavori.

Che avesse ragione di Orson Welles nella sua memorabile battuta nel film "Il terzo uomo" ?:
"In Italia per trent' anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento. In Svizzera con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace che cosa hanno prodotto? L'orologio a cucu'".

Il libro L'Enigma Montefeltro di Marcello Simonetta racconta la storia precedente e successiva alla congiura dei Pazzi e svela il coinvolgimento di Federico da Montefeltro: il link è qui.




giovedì 1 settembre 2011

La congiura dei Pazzi (2)





Tra pensare e mettere in atto una congiura ce ne corre!
I preliminari sono finiti: adesso bisogna agire. 
Ma all’inizio tutto sembra andare storto.
Il primo tentativo fallisce prima di cominciare.
I Pazzi hanno deciso di versare un veleno nelle coppe di vino di Lorenzo e Giuliano de' Medici, durante un banchetto a cui dovrebbero partecipare.
Ma Giuliano, quella sera, ha mal di stomaco e declina l’invito: senza di lui non si può procedere.

I congiurati non demordono e decidono di usare i pugnali la domenica 26 aprile in duomo, nel corso della messa solenne.



Anche qui le cose si mettono male: il killer, che supponevano spietato, si fa venire problemi di coscienza e si rifiuta di uccidere in un luogo consacrato. Velocemente vengono assoldati due preti abili con i pugnali, che- forse perché son di casa- hanno meno scrupoli.
Intanto due dei congiurati attendono che i due Medici escano di casa e, con una scusa, li abbracciano.
Non è certo per l' ultimo saluto: si vogliono accertare che non portino, sotto il farsetto, l’abituale cotta protettiva in lana di ferro e che siano disarmati.

Vanno tutti alla messa.
Il segnale convenuto è quello della campanella, al momento dell’ Elevazione.
La tensione in chiesa è al massimo. Quando la campanella suona, due congiurati si gettano subito contro Giuliano e lo uccidono con diciannove pugnalate e con un tale impeto da ferirsi tra di loro.
L'attacco è stato talmente fulmineo che i fedeli, inginocchiati, non hanno avuto il tempo di reagire. Lorenzo, invece,  ha visto il fratello a terra, i pugnali, il sangue e ha capito tutto. 
Anche lui è colpito al collo, ma riesce a impugnare la spada di uno dei suoi e, protetto dagli amici, si rifugia in sagrestia, chiudendosi alle spalle la pesante porta di bronzo.
È salvo.

Nel frattempo Jacopo Pazzi, all'ora convenuta, pensando che i due Medici siano morti, esce per strada e al grido di "Libertà!"cerca di provocare una sollevazione popolare: sa che, a un suo segnale, le truppe del pontefice e dei suoi alleati, appostate ai confini, interverranno a dargli man forte.
Ha completamente sbagliato i suoi calcoli. La popolazione, alla notizia dell'accaduto e al suono delle campane a martello, si è sparsa subito in città. Ma non per seguire i Pazzi.

Jacopo si è ingannato: i fiorentini li amano i due Dioscuri e non si schiereranno mai dalla parte degli uccisori.

I seguaci dei Medici sono i primi a reagire e, al grido di "Palle, Palle!" (le palle dello stemma mediceo), cominciano a dare la caccia ai congiurati.

Lorenzo, intanto, si affaccia, ferito, dal balcone del Palazzo di famiglia.




Il popolo lo acclama in delirio: i congiurati non avranno scampo.
E sarà una carneficina: verranno uccisi tutti.
Anche l'arcivescovo di Pisa: impiccato in abiti vescovili, alla finestra del Palazzo pubblico.
Ottanta saranno i morti.
Jacopo Pazzi, che aveva cercato di nascondersi, verrà stanato, pochi giorni dopo e ucciso. La folla inferocita farà scempio del suo cadavere.

Sandro Botticelli avrà l'incarico di effigiare- come memento- tutti gli impiccato in una sala del palazzo di giustizia.


L'unico dei congiurati che era riuscito a scappare fino a Costantinopoli verrà consegnato ai Medici, qualche mese dopo, dal Sultano ottomano che non si vuole inimicare i banchieri fiorentini.

Verrà impiccato anche lui e, questa volta, sarà Leonardo a raffigurarlo, appuntando, nel foglio da disegno,con implacabile esattezza anche i colori precisi delle sue vesti.

Insomma Lorenzo ha trionfato.
I beni della famiglia Pazzi vengono confiscati, gli stemmi distrutti, i nomi cancellati in tutti i documenti ufficiali. 
Una completa damnatio memoriae.
Ormai, anche per la popolazione di Firenze Lorenzo è diventato il Magnifico: in città non ha più oppositori.

Sullo Stato della Chiesa si prenderà una sottile, anche se postuma, vendetta: non solo il figlio Giovanni sarà eletto papa col nome di Leone X, ma anche il figlio illegittimo di Giuliano salirà al soglio pontificio come Clemente VII.
E poi, con un un accorto gioco diplomatico, saprà ritessere le fila con tutti i suoi nemici.
Machiavelli scriverà cinicamente,  qualche anno dopo, che  in fondo la congiura gli è servita: si è liberato di quel vanesio del fratello e ha confermato il suo potere.
È riuscito ad acquisire una posizione importante nella scacchiera italiana e sa che i colpevoli della congiura non potranno più nuocergli perché ormai si sono svelati.
Crede di conoscerne tutti i nomi.

Proprio tutti ?

L'uomo dall'inconfondibile profilo, in realtà, ha saputo rimanere nell'ombra.

Non si aspettava che la congiura finisse così, ma si sente al sicuro. Nessuno sa o sospetta il ruolo che ha giocato. Tutta la colpa sarà attribuita a una rivalità cittadina e a Jacopo Pazzi, che avrebbe attirato dalla sua parte anche il papa.

Controlla la minuta della lettera che ha scritto: il codice è indecifrabile, ne è certo.
La ripone in uno degli armadi del suo studiolo ed esce tranquillamente a discutere con l'architetto del suo nuovo gigantesco palazzo (ecco qui due indizi!).

Pensa che non sarà mai scoperto.
E, invece, come in tutti i gialli che si rispettino, anche in questo, il colpevole è  destinato a essere svelato.

(continua)




martedì 30 agosto 2011

Un giallo: la congiura dei Pazzi (1)





Cosa c'è di meglio in queste pigre e piovose giornate di fine estate che leggere un giallo?
Raccontarlo, è ovvio.
Sì, proprio un giallo. Ed è una storia vera, dove si mescolano avidità, dramma, colpi di scena e una suspense degna di Hitchcock.
È la congiura dei Pazzi.





Siamo nella Firenze del Quattrocento, nell'aprile del 1478. Un aprile particolarmente assolato. 
Per le strade strette si affollano donne dalle lunghe vesti e uomini in farsetto e calzebraghe.
La città è piena di cantieri e di nuovi edifici. La cupola del Duomo, inaugurata trent'anni prima, domina il panorama e le stanze dei palazzi delle famiglie nobili sono fresche di intonaco. C'è un gran fervore di attività, di commerci e di scambi.
Le botteghe degli artigiani e degli artisti lavorano a pieno regime. E, per i vicoli,  c'è un rumore incessante di telai, di colpi di martello, un brusio continuo di voci.
La città è, formalmente, una Repubblica, ma, di fatto, la famiglia Medici esercita il potere: gli è bastato mettere nei posti chiave i propri uomini di fiducia.

Lorenzo
I protagonisti, o, meglio, le vittime designate sono due: Lorenzo e Giuliano de' Medici
Dal 1469, quando il padre, Piero, è morto si comportano come  se fossero i signori della città.


Sono giovani (non ancora trentenni), eleganti, intelligenti, beffardi, si vestono sempre all'ultima moda; si atteggiano ad aristocratici; vincono giostre e tornei e corteggiano (ricambiati) le donne più ambite di Firenze.


Intorno hanno una schiera di cortigiani pronti a riempirli di lodi
Li hanno, perfino, definiti i "Dioscuri", come Castore e Pollluce, i due semidei figli di Giove.
Pura adulazione, perché belli come Dei greci, di certo non  sono.


Hanno preso dalla madre, Lucrezia Tornabuoni, il naso storto e schiacciato, la voce in falsetto e la pelle olivastra e chiazzata.
Per fortuna ne hanno ereditato anche l'intelligenza affilata e acuta come una lama di pugnale (giusto per essere in tema).
Ricchi, questo sì lo sono: il Banco Mediceo, retto con acume e abilità dal nonno Cosimo, ha in mano l'economia europea.
Loro si disinteressano di  finanze, non si vogliono "sporcare le mani": al Banco ci pensano i loro consiglieri.
Si dilettano, piuttosto, di arti, di poesia e, soprattutto, di donne.

Giuliano


Giuliano, il più giovane e bello, ruba la scena al fratello, con la libertà del secondogenito che non ha sulle spalle il peso della successione.
Intorno a lui c'è un alone di romanticismo che gli piace accentuare, da quando è morta di tisi (come ogni eroina che si rispetti) la donna più bella della città, Simonetta Vespucci.
Tutti sanno che l'ha amata e che gli ha dedicato, nel 1475, la vittoria nella giostra più famosa mai corsa a Firenze, cantata dal poeta di famiglia, Agnolo Poliziano.
Il fratello maggiore, più pratico e costretto da anni a un matrimonio obbligato con la romana Clarice Orsini, pensa, intanto, ad aumentare l'influenza e la rete di conoscenze della famiglia.
I due vanno molto d'accordo: sono, ormai, nove anni che spadroneggiano e dettano legge in città.
Ce n'è abbastanza per rendere geloso chiunque, tanto più i nobili fiorentini, che  si dice siano rissosi, invidiosi e che non ne perdonino una.

Jacopo de' Pazzi, esponente di una delle più importanti famiglie cittadine, non è uomo da subire in silenzio.
Nel 1478 ha cinquantasei anni. 
È anche lui amante delle arti: si è fatto costruire un palazzo bello come quello dei Medici e  il suo stemma, con due delfini, si trova bene in vista dappertutto
Anche lui è ricco, intelligente astuto, anche lui ama il lusso e il potere.
È sempre più stanco di sottostare ai due antipatici e apparentemente fatui Dioscuri.
Da anni i Medici e i Pazzi non si risparmiano colpi bassi, mirando là dove sono più sensibili: il portafoglio.
Una lotta senza sosta, dove tutto è lecito. Gli ultimi due  round sono stati clamorosi.

Jacopo Pazzi ha messo a segno un colpo da campione: si è accordato col nuovo papa, l'ambizioso Sisto IV della Rovere, ed è riuscito a esautorare i Medici dalla gestione delle finanze pontificie.
Una dura batosta perché significa una perdita netta di denaro e di influenza e, soprattutto, la rinuncia alle miniere di allume dei monti della Tolfa, allora di pertinenza papale. E l'allume è un fissatore per la tintura dei tessuti, indispensabile per Firenze, che ha basato la sua fortuna sul commercio dei panni di lana.

I Medici hanno reagito subito. 
Nel 1477 muore Beatrice Borromei, imparentata con la famiglia Pazzi per via di matrimonio.Tutta la sua eredità spetterebbe a Jacopo.
"Spetterebbe", appunto, se Lorenzo non intervenisse, facendo approvare dai suoi, nel Consiglio, una legge retroattiva ad personam (anche allora usava), che, con un cavillo, priva i Pazzi di ogni eredità.
Per Jacopo Pazzi è troppo: è la goccia che fa traboccare il vaso.
Si vede sfumare sotto gli occhi l'occasione di diventare il più ricco di Firenze e, forse, la possibilità di prendere il potere, mentre i due Dioscuri se la ridono, festeggiano e scrivono poesie su "Quant'è bella giovinezza !".

È necessario farli fuori.
Un killer lo ha trovato ed è uno che col pugnale ci sa fare. Ora bisogna creare l'occasione e, soprattutto, le complicità e le protezioni giuste per dopo, per quando i due saranno eliminati.
Ed ecco che la congiura prende forma: anche il papa Sisto IV ha voglia di sbarazzarsi dei Medici per cedere ai nipoti Riario, cui è legatissimo, qualche pezzo del territorio fiorentino.

La Repubblica di Siena e il re di Napoli danno, segretamente, il loro assenso. Nessuna simpatia o antipatia personale. È una questione di realpolitik: i Medici sono diventati troppo arroganti; con i Pazzi, invece, si potrà trattare.
Entra in gioco perfino l'arcivescovo di Pisa, Francesco Salviati, che si vuole vendicare dei Medici perché gli hanno negato l'arcivescovato fiorentino.

Dietro le quinte, nell'ombra c'è un uomo potente, uno stratega, uno dei mandanti, forse l'organizzatore occulto.
Di lui, per ora, intravediamo, a mala pena l'inconfondibile profilo, mentre tiene tra le mani una lettera cifrata.





Non resta che fare un piano e sistemarli, davvero, e una volta per sempre, i due Dioscuri.

(continua)





sabato 16 ottobre 2010

Sognare Firenze





Ho studiato e vissuto a Firenze. 
La città, per chi, come me, abitava in aperta in campagna, era un punto d‘arrivo, un luogo di ritrovo, il posto, dove scoprire nuove amicizie e nuovi modi di pensare.

Frequentavo un liceo, proprio in centro, vicino a piazza del Duomo. 
Per andare a scuola passavo dalle Cappelle Medicee, dalla Sagrestia Vecchia…
Ma la città per me non era quella dei grandi monumenti.
Conoscevo la fama, la Firenze, il Rinascimento, ma, così…come si sa che esistono la circolazione sanguigna, o gli atomi,  o i pianeti del sistema solare.

Non entravano nella mia vita: san Lorenzo era il mercatino dell’usato, piazza Signoria il luogo di un bar in cui si serviva una cioccolata squisita, piazza santa Maria Novella il punto di incontro con gli amici. 
Passavo per le strade inconsapevole, più che disattenta.
L’ora di storia dell’arte era, in genere,utilizzata per ripassare le materie dell’ora successiva e, mentre l’insegnate recitava, con voce monocorde, nomi e date, noi, armati di vocabolari, completavamo affannosamente le versioni di latino o di greco.
Prima liceo, nuovo insegnante,prima lezione di storia dell’arte.
Arriva con un pacchetto di foto e, mentre noi lo scrutiamo sospettosi, comincia a girare tra i banchi e ne deposita una per ciascuno con una cartina della città. 
Silenzio: si fanno sparire i vocabolari, si aspetta.

“Ecco - dice- tra un mese mi dovrete dire cosa rappresentano le foto e dove si trovano “ e inizia a parlarci di Firenze, di Brunelleschi, di Masaccio, dei Medici.
Comincia a dipanare davanti a noi un racconto …ci incanta. 
Già il primo pomeriggio ci scateniamo per la città.
Ed ecco che quell’edificio, da cui passavo tutti i giorni, ha un nome, una storia: è il palazzo Medici Riccardi, dove abitavano Cosimo, Lorenzo il Magnifico, è quello di cui ci parlava, quello che ci evocava nel racconto.
È stato come imparare una lingua, come vedere un mondo per la prima volta: la città si presentava davanti a noi, piena di significati. 
Entravamo dentro chiese, mai visitate prima, vedevamo affreschi, quadri, tutto.
Una vertigine. 
Una meraviglia che ancora non mi abbandona.
Ho scelto storia dell’arte, ne ho fatto la mia professione e, ancora, quando rientro a Firenze, in una città ormai degradata, violentata dai pullman, dal traffico e dallo sporco, mi riscopro a guardarla con lo stesso stupore dei miei quattordici anni.

E la città, di nuovo, si apre a me con lo stesso incanto.




Litfiba : Firenze sogna :