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domenica 1 giugno 2014

Il calendario di pietra: giugno




"Dixe Zugno: io sego lo grano, de le cerexi (ciliegie) i'me empo le mano/sego lo fieno de suxo a lo piano e coglio l'agresto (le erbe selvatiche) per farne sauore (condimento)" (Ballata dei mesi, sec.XIV).

Grano, ciliegi, fieno, erbe odorose: nella ballata dei mesi, Giugno si vanta, a buon diritto, di essere il periodo dell'anno in cui la terra si mostra più fertile e feconda. Anche il nome latino, "Iunius", ne riflette la pienezza e l'abbondanza, sia che tragga origine, come qualcuno afferma, da "juniores", i giovani, e simboleggi la forza della giovinezza, sia che, invece, derivi, come sostiene la maggior parte degli studiosi, da Juno, Giunone, la dea sposa di Giove, protettrice dei matrimoni, delle nascite e della prosperità. 
Giugno è il mese del trionfo della luce, del solstizio d'estate e delle giornate più lunghe dell'anno. Il sole, però, non è abbastanza caldo da bruciare e consente ancora di poter falciare l'erba dei campi; le messi sono arrivate a maturazione e la frutta è pronta per essere colta.
Un mese intenso, dunque, per i lavori agricoli raffigurati nei Calendari scolpiti degli inizi del XIII secolo.

Nelle formelle dei Mesi di Ferrara, oggi conservate nel museo della Cattedrale, Giugno è un ragazzo che, con i piedi nudi e la corta tunica rialzata, fermata con un nodo alla vita, si sta arrampicando su un albero (forse un pero) carico di foglie e, soprattutto, di frutti. 


Ha già raggiunto il ramo, più basso e tra un po'assaporerà la dolcezza di un frutto. Una vera squisitezza in un'epoca, in cui la frutta veniva prodotta solo per essere servita alla tavola dei nobili e i contadini si dovevano accontentare di coglierla dai rari alberi che crescevano spontaneamente vicino ai loro orti.
In tutta la formella si respira un'aria di grande vitalità e c'è una precisa attenzione alla realtà, dal gesto del giovane, al particolare della tunica annodata in vita e rialzata in modo da non intralciare il movimento, all'intreccio ombroso dei rami dell'albero. 
Accanto- ed è la prima volta che compare nel ciclo di Ferrara- spicca la presenza del grande granchio che simboleggia il Cancro, segno zodiacale del mese. 

Ad Arezzo l'ignoto scultore del ciclo dei Mesi della pieve di santa Maria Assunta, stavolta non segue, come di consueto, l'iconografia dei Mesi di Ferrara. Sceglie, invece, di raffigurare, in un modo più aderente alla tradizione, la  attività agricola tipica di giugno: il taglio del grano.


"Giugno, la falce in pugno": dice il detto popolare che rispecchia la tradizione. 
Anche qui,  in un campo di spighe gialle che sembrano invadere tutto spazio della rappresentazione, è all'opera un giovane mietitore, a piedi nudi e con una corta tunica fermata alla vita da una cintura. 
Purtroppo i molti secoli passati non hanno risparmiato la scultura, tanto che nel corso del tempo sono andate perse le mani che, sicuramente, impugnavano la falce nei gesti tradizionali della mietitura, tramandati fin dall'antichità: afferrare, con la mano sinistra, un manciata di spighe e tagliarle, con la falce impugnata nella destra, a mezza altezza, in modo da lasciare sul campo le stoppie per alimentare il bestiame che vi avrebbe pascolato. 
La scena occupa uno spazio maggiore delle altre, quasi a sottolinearne l'importanza: per tutti il grano e il pane rappresentavano l'alimento per eccellenza. E qui le spighe, alte e fitte, fanno sperare che il raccolto sarà abbondante.

La frutta, il grano e il pane che verrà: nel ciclo delle stagioni, Giugno è il periodo più fecondo dell'anno, in cui godere dei prodotti della terra e scordare, al calore del sole, le paure e il freddo dell'inverno.





venerdì 2 maggio 2014

Il calendario di pietra: maggio




"Dixe Mazo: io so lo più bello/ roxe e fiuri, ch'io fazo fioriri de novello/ chantare gli oxelini ad uno drapello/ de tutti li mexi io son lo più bello"(Ballata dei mesi, sec.XIV)

Nella ballata dei mesi, Maggio si presenta, con un pizzico di vanità,  come il più bello di tutti. È il mese, in cui la primavera è al suo culmine e le giornate diventano sempre più lunghe e luminose. 
Non stupisce che, fin dall'antichità, Maggio sia stato legato alla luce e alla fioritura, tanto che i  Romani lo avevano associato ad Apollo e lo festeggiavano con le feste dei Floralia e con i riti della fertilità. Lo stesso nome latino, Maius, deriverebbe da Maia, la dea primigenia protettrice della terra e del rigoglio della natura. 
Nel Medioevo, durante il calendimaggio, la celebrazione tradizionale della primavera, i giovani usavano danzare sotto gli alberi, raccogliere rami fioriti da deporre davanti alle case delle ragazze da marito, o, ornati da ghirlande di fiori, cantare, radunandosi in cortei gioiosi. In Francia gli uomini decoravano i copricapi di foglie e le dame più aristocratiche si abbigliavano con vesti di un particolare tono di verde (ne ho parlato qui). Insomma, Maggio è da sempre il mese delle feste e dell'amore.

Nei calendari scolpiti degli inizi del XIII secolo, che ho cominciato a "sfogliare" fin dall'inizio di quest'anno, a Maggio, le fatiche dei contadini lasciano il posto agli svaghi degli aristocratici.
Nelle formelle dei Mesi di Ferrara, attualmente al Museo della Cattedrale, Maggio è un giovane cavaliere pieno di dignità, con un mantello sulle spalle e un grande scudo a mandorla con, al centro, una borchia sporgente. 
Il cavallo è bardato- all'uso del tempo- con sella, staffe, briglie e pettorale e avanza, con gli zoccoli ferrati, tra l'erba alta e rigogliosa di un prato.


Anche nel Calendario dei Mesi di Santa Maria della Pieve di Arezzo, dove compaiono ancora i colori originari, Maggio è rappresentato come un giovane elegante. 
Con in testa una corona di fiori e i piedi ben piantati sulle staffe, cavalca un cavallo dal manto nero. 
Sembra che abbia scelto di indossare la sua veste più raffinata, una corta tunica bordata d'oro, mentre regge, con fierezza, il grande scudo da parata decorato da una specie di sole con i raggi rossi e oro.


Immagini che rappresentano per tutti un simbolo di cortesia e di eleganza e che sembrano uscire da uno di quei racconti cavallereschi che, all'epoca, passano di bocca in bocca.  
In un periodo, in cui domina la violenza e la guerra, il cavaliere di Maggio  non ha nulla di minaccioso, anzi, sembra incarnare le doti legate all'ideale stesso della cavalleria. 
Avanza con un atteggiamento di nobile eleganza, guardando dritto davanti a sé, senza lancia e senza armatura. 
Nessun combattimento in vista, solo la voglia di festeggiare la bella stagione, come  uno dei componenti di quelle allegre brigate che saranno descritte, meno di un secolo dopo, nei versi di Folgore di San Gimignano. 
Quei cortei di giovani che, ai primi di maggio, cavalcano per le strade delle campagne e le vie delle città con i loro scudi da torneo, portando mazzi di rose e di viole, mentre dai balconi e dalle finestre piovono su di loro ghirlande di fiori (il link al sonetto di Maggio è qui)

I due cavalieri dei calendari di pietra di Ferrara e di Arezzo sembrano simboleggiare la bellezza, la gioventù e la gioia stessa della primavera. Nel tepore del mese di Maggio, mentre l'aria è odorosa di fiori, fanno sognare un momento di riposo dalla durezza del quotidiano e immaginare che, almeno per un attimo, sia possibile fuggire la realtà e rifugiarsi in un mondo che abbia la dolcezza di una favola.






sabato 12 aprile 2014

Lo studiolo di Leonello d'Este a Ferrara: il sogno delle Muse




Nel 1441, quando Leonello d’Este (1407-1450) diventa signore di Ferrara ha trentaquattro anni ed è uno dei tanti figli illegittimi di Niccolò III, talmente numerosi da giustificare il detto popolare "di qua e di là dal Po, son tutti figli di Niccolò". 
Il padre si è assicurato che avesse una buona educazione, facendolo istruire nel mestiere delle armi ma, soprattutto, nello studio delle lettere classiche e assegnandogli, come precettore, un umanista come Guarino Veronese. 
Leonello non lo ha deluso. 
Elegante, raffinato e sempre vestito alla moda, è noto ovunque per la sua erudizione e per il suo amore dell’arte. 
Ha chiamato in città pittori come Piero della Francesca, Andrea Mantenga o Pisanello, intrattiene una fitta corrispondenza con letterati e artisti del calibro di Leon Battista Alberti e colleziona- tra i primi in Italia- dipinti e arazzi fiamminghi. 
Da politico accorto, ha capito che la cultura e la magnificenza possono essere strumenti di governo e che uno stato piccolo come il suo, schiacciato tra lo Stato pontificio e la Repubblica di Venezia, ha bisogno di visibilità per ritagliarsi uno spazio tra le signorie italiane ed europee (di Leonello e della sua "strategia di immagine" ho parlato qui).

Per i suoi momenti di riposo si è fatto  riadattare la palazzina di caccia di Belfiore, costruita alla fine del Trecento poco fuori dalle mura della città. 
Abbastanza lontana per sfuggire alla pesantezza della vita di corte, ma, abbastanza vicina da poterla raggiungere a piedi. Nel parco fa allevare caprioli, cervi e daini e coltivare vigne e alberi da frutto. 
Passa sempre più tempo laggiù, tanto che ha pensato di farsi costruire un piccolo ambiente appartato, dove rifugiarsi con i suoi amati libri, lontano dagli affanni quotidiani. Ma un ambiente che sia anche un luogo di rappresentanza per ricevere i visitatori più illustri e diffondere la sua fama di "princeps civilitatis". 
Sarà questo il suo studiolo, destinato a diventare, in qualche modo, il cuore stesso della corte.
L'atmosfera sarà quella di cui parla lo stesso Leonello in un brano del "De politia literaria" dell'umanista di corte Angelo Decembrio, dedicato alla sistemazione di una biblioteca privata. 
Una stanza silenziosa e raccolta con pochissime suppellettili, dove nell'aria si sentano i profumi delicati del rosmarino, del mirto o del cedro, accompagnati dalle fragranze di rose o di viole. Tende di lino che filtrino la luce delle finestre affacciate sul verde, e il silenzio interrotto solo dagli accordi di una cetra. Negli armadi, qualche libro religioso, qualche romanzo cavalleresco di quelli che Leonello ama tanto e poi, soprattutto, autori classici dai filosofi ai poeti.
Un luogo davvero degno di un principe. 

I lavori dello studiolo hanno inizio nel 1447. In basso è prevista una decorazione lignea, probabilmente intarsiata, con gli armadi per i libri, commissionata a Arduino da Baiso. In alto una serie di dipinti. 
Per le pitture Leonello ha ritrovato in qualche testo classico un soggetto che più adatto non si potrebbe, tratto dalla mitologia e mai più raffigurato dall'antichità. 
Un'assoluta novità per un'epoca, più abituata ai temi cavallereschi o alla raffigurazione ancora medievale delle Arti liberali: in quello spazio incantato le silenziose compagne delle sue letture saranno niente meno che le Muse. 

Trovare il modo di rappresentarle non è facile, ma Leonello sa a chi rivolgersi. Incarica del programma iconografico il suo vecchio precettore, Guarino Veronese, che si mette subito al lavoro. E in una lettera del novembre del 1447, basandosi su un commento medioevale alle "Opere e i giorni"  di Esiodo, gli fornisce tutte le indicazioni necessarie. 
Le Muse di Leonello saranno legate non solo alla musica e alla poesia, ma anche all'agricoltura e alle bonifiche che gli Este hanno intrapreso nei loro territori. 
Dee e contadine diventeranno così, allo stesso tempo, simbolo di cultura e di buon governo. 

Erato (il dipinto è ora alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara), protettrice dei legami coniugali e della poesia erotica, seduta su un trono, sullo sfondo di una campagna ben curata, si sta slacciando il corpetto, mentre tiene in mano un ramo di rose. 
La parte superiore della figura è ancora di impostazione tardo-gotica e contrasta con la forza espressiva del panneggio del manto e del piede calzato di rosso, proteso in scorcio sul gradino del trono. 
Probabilmente qui  si avvicendano due diversi artisti che compaiono nei documenti come "dipintori dello studiolo",  il più tradizionale  Angelo Maccagnino e il pittore di corte Cosmè Tura. 





Urania (conservata anch'essa alla Pinacoteca Nazionale di Ferrara), con in mano l’astrolabio e lo sguardo rivolto verso il cielo, siede su un ricco trono di marmo policromo, in cui è inserito un libro aperto. 
Nella parte alta dello schienale, la siepe intrecciata e l'unicorno-simbolo di purezza- con il muso chino verso l'acqua, alludono all'attività di bonifica nei territori estensi.








Talia (ora la Museo di Budapest), protettrice della semina e della fertilità, siede su uno sfarzoso trono dorato, decorato da mazzi di candii gigli  e tiene in mano un tralcio d'uva e una rosa. Sulla testa ha una corona di spighe.
Sopra il trono, quattro putti giocano con festoni di pesche e di mele. 
L’autore, l’unico di cui compaia la firma, è il pittore di origine ungherese  Michele Pannonio.







Tersicore (ora al museo Poldi Pezzoli di Milano), la musa della danza, siede su un trono ricoperto da un drappo di velluto ed è abbigliata con calzature rosse e un'elegante veste alla moda del tempo. Tre putti danzano ai suoi piedi, intrecciando nastri trasparenti.
Anche qui, come negli altri dipinti, il punto di vista ribassato conferma una collocazione nella parte alta delle pareti. 









Polimnia (ora alla Gemaldegalerie di Berlino), patrona delle colture agricole, è l'unica che non sieda su un trono. 
È, invece, in piedi, abbigliata con una cuffia e una veste da contadinella, su un parapetto sullo sfondo di una campagna coltivata.
Ha in mano una pala e, sulle spalle una zappa decorata da un tralcio di vite.
Lo stile, sintetico ed essenziale, tiene conto delle novità portate a Ferrara da Piero della Francesca.







Calliope (ora alla National Gallery di Londra) legata all’arte poetica e attribuita a Cosmé Tura (ne ho parlato qui) è una delle immagini più misteriose.
Siede su un trono fantastico decorato di pietre preziose e di bizzarri delfini d'oro dai denti aguzzi e dalle pinne attorcigliate e tiene in mano un ramo di ciliegie.
Tutt'e sei i dipinti sono su tavola e misurano più o meno un metro per settanta.






Queste sei bellissime immagini delle Muse,  le sole che restano  delle nove originarie, sono sparse ora in tutti i musei d'Europa. 
Insieme ai testi letterari e ai documenti d'archivio, sono l'unica testimonianza del progetto immaginato da Leonello e da Guarino Veronese.
Leonello muore prima che i lavori siano finiti, ma lo studiolo viene comunque terminato per volontà del fratello Borso. 
Dopo pochi annidurante la guerra con Venezia del 1484, la stanza viene danneggiata da un incendio. Verrà ancora una volta restaurata dal Duca Ercole, ma, poi, con l'andar del tempo, l'intera palazzina di Belfiore finirà per essere abbandonata, fino alla distruzione negli anni trenta del Seicento.
Tutti gli arredi sono dispersi e di quel luogo incantato non rimane più nulla.

Quello che sopravvive è il mito.
Lo studiolo di Leonello d'Este diventa il simbolo di uno dei momenti più straordinari  del Rinascimento, in cui l'amore per la classicità si lega alla raffinatezza della vita della corte. 
Le Muse, che per merito di Guarino e di Leonello si sono reincarnate nella Ferrara del Quattrocento, rimangono le affascinanti custodi di quel sogno di cultura e di bellezza.




Sulle Muse e sullo studiolo sono stati scritti miriadi di testi. Uno dei più belli e documentati rimane il catalogo della mostra "Le Muse e il principe. Arte di corte nel Rinascimento padano", ed. Panini 1991.



martedì 1 aprile 2014

Il calendario di pietra: aprile



"Dixe Avrile: ch'io ve so ben dire/tutte l'albore ch'io fazo fiurire/ cantare gli oxelini e il dolce dormire/A zovini e a vecchi ch'io allegro lo chore" (Anonimo, Ballata dei Mesi, sec.XIV)


Aprile, il mese del risveglio della natura, quando le giornate si allungano, facendosi sempre più calde e l'aria è già quella della primavera. 
Gli alberi fioriscono, l'erba dei prati diventa più verde e tutto sembra in rigoglio. 
Fin dall'antichità Aprile è il mese legato all'amore, tanto che c'è chi ne fa derivare il nome alla parola greca "aphros", la schiuma, da cui, secondo la mitologia, sarebbe nata la dea Afrodite. Anche se l'ipotesi più probabile è che derivi, invece, dal latino "aperire", aprire, e alluda allo schiudersi dei fiori. 

I fiori, in effetti, sono i protagonisti delle rappresentazioni di Aprile nei calendari scolpiti della prima metà del XIII secolo che, per quest'anno, ho deciso di "sfogliare" a ogni inizio del mese. 
Stavolta nessuna attività agricola: la fatica dei contadini e il duro lavoro nei campi lascia spazio alla gioia della bella stagione.
Ad Arezzo, tra i Mesi della Pieve di Santa Maria Assunta, Aprile è un ragazzo sorridente, vestito con l'abito della festa, con in testa una ghirlanda di fiori, un fiore senza gambo- forse una rosa- nella mano destra e un rametto nella sinistra. Sembra fiero di indossare la sua elegante tunica bicolore rossa e nera, legata alla vita da una cintura. 
Ma, temendo ancora un ultimo colpo di freddo dell'inverno, non ha trascurato di coprirsi col mantello e neppure di calzare le pesanti scarpe adatte alla cattiva stagione. 
Sulla parete di fondo, all'altezza del volto, una rosetta scolpita è lì a testimoniare l'arrivo del bel tempo: 


La stessa rappresentazione semplice e sintetica si ritrova nel ciclo- cronologicamente di poco precedente- del Calendario dei Mesi di Ferrara.
Qui Aprile condivide la formella con lo scapigliato e ispido mese di Marzo, tutto intento a suonare il corno (dell'iconografia di Marzo ne ho parlato qui). 
E, senza nessuna soggezione per lo scorbutico compagno, sembra che, sollevando il piede, accenni perfino a un passo di danza:


Basta poco: un gesto e un sorriso, che sembra addirittura evocare quello di certe sculture arcaiche e chi guarda può immaginare, dietro la scontrosa grazia di quell'adolescente coronato di fiori, tutto l'incanto del mese. 
La primavera è giovane e il clima ancora mutevole, ma il freddo e anche la fame patita nel lungo periodo invernale sono finiti. Ricchi e poveri, aristocratici e contadini possono finalmente avere una pausa dalla durezza della vita di tutti i giorni e rallegrarsi che la natura ricominci, ancora una volta, il suo ciclo. 




La musica per accompagnare l'immagine del Mese di aprile potrebbe essere questa

sabato 1 marzo 2014

Il calendario di pietra: marzo



"...de presso piglia la tuba ser Marzo pregonatore/ e corre de qua e là, fazando gran rumore"
(Bonvesin de la Riva, Tractato dei Mesi, fine sec.XIII) 


Una giornata variabile, un cielo che passa dal grigio all'azzurro e che cambia continuamente. 
Ecco quello che ci si immagina, quando si pensa a Marzo, il mese "pazzerello" per eccellenza, in cui si incontrano (e si scontrano) la buona e la cattiva stagione.
"San Benedetto (il 21 del mese), la rondine sotto il tetto", oppure "A marzo, chi non ha scarpe vada scalzo", sono i proverbi che salutano, con l'equinozio di primavera, il ritorno del bel tempo.
Marzo è davvero speciale.
Prende il nome da Marte, dio della guerra, ma anche protettore  del risveglio primaverile e del rinnovamento.
Prima del calendario gregoriano, era il 25 marzo, il giorno dell'Incarnazione e dell'annuncio a Maria- nove mesi giusti prima di Natale- a segnare, in gran parte d'Italia, l'inizio del nuovo anno

Ma Marzo è anche- e soprattutto- il più volubile dei mesi. 
La pioggerellina, descritta nella poesia imparata a memoria da tanti di noi alle elementari (qui è il link), si può alternare, nella stessa giornata, al sole più radioso: il tempo è imprevedibile.
Tanto che anche nei Calendari di pietra di otto secoli fa, che ho cominciato a "sfogliare" a partire da gennaio (qui), quello del Duomo di Ferrara (ora al Museo della Cattedrale) e quello della Pieve di Arezzo, Marzo è legato ai mutevoli capricci del vento.

A Ferrara, dove Marzo condivide la formella col mese di Aprile, sembra che sia il vento rude degli ultimi giorni d'inverno a soffiare impetuoso e a scompigliare la barba e i capelli di un uomo irsuto, vestito di una corta tunica e in atto di suonare un corno.

Più calmo, invece, il vento che, ad Arezzo, arriva a sollevare i capelli ispidi e chiari di un Marzo ancora freddoloso, abbigliato con scarpe robuste, una lunga veste color ocra fermata alla vita da una cintura e un mantello raccolto sul braccio destro. E anche lui sta per soffiare nel corno che ha appena portato alla bocca.


Non compare  stavolta nessuna delle attività agricole tipiche della stagione, a cui ci eravamo finora abituati. 
Quello che viene raffigurato è il "Marcius cornator", o, per dirla in italiano, "Marzo che suona il corno". 
Un soggetto che ha dietro di sé una lunga storia.
Forse solo pochi degli anonimi scultori degli inizi del Duecento, che, passando da un cantiere all'altro, lavorano ai Calendari dei Mesi come quelli di Ferrara e di Arezzo, hanno avuto la possibilità di vedere l'immagine di quello stesso scapigliato suonatore nei mosaici dei pavimenti di antichi palazzi o nei fogli miniati di qualche manoscritto. 
E, probabilmente, sono ancora meno quelli che sanno che la figura, rappresentata nei mosaici e nelle miniature, così come il Marzo, che intagliano con tanta fatica nella pietra, si rifanno all'iconografia di Eolo, il mitologico dio dei venti. 
Proprio Eolo che, con i capelli in disordine e le guance gonfie, estrae, soffiando dalla sua otre le tiepide brezze o la fredda tramontana.

A mala pena qualcuno di loro sa leggere e scrivere e ben pochi conoscono testi letterari o mitologici. Ma sono proprio quegli scultori itineranti, dai capomastri ai più modesti scalpellini, che fanno in modo che il filo con il passato non si spezzi mai del tutto, trasmettendo di padre in figlio o da maestro ad apprendista, quel motivo tratto da un'antichità che ha il sapore di una favola lontana. 
Fino a trasformare il dio del mito in un robusto e scarmigliato contadino, capace di sollevare, suonando nel corno, quei venti di Marzo che sgombrano le nuvole dell'inverno e preparano il cielo all'arrivo della primavera. 
E a infondere in quell'antica rappresentazione una nuova verità.





Per approfondire la storia dell'immagine del "Marcius cornator”, il link è qui.


domenica 2 febbraio 2014

Il calendario di pietra: febbraio




"Dixe febraio: io non arò ma' bene/ L'acqua e la neue adoso me uene/Rompo la ghiaza com gran pene/ De tuti i mixi io som lo pezore
Disse febbraio: io non avrò mai pace/L'acqua e la neve mi piombano addosso/Rompo il ghiaccio con gran fatica/Di tutti i mesi sono senz'altro il peggiore" (Anonimo, Ballata dei mesi, sec.XIV)

Gennaio quest'anno è passato in fretta. Appena un soffio ed è già il momento di staccare il secondo foglio del calendario.
Siamo a Febbraio, il mese destinato, nell'antica Roma, ai Lupercali, i riti della purificazione e che proprio dal verbo latino februare (purificare) prende il nome.
Sono davvero molti i calendari scolpiti con le raffigurazioni dei mesi che, tra XII e XIII secolo, ornano le chiese grandi e piccole delle città e della campagna. Tra le tante immagini ho scelto quella del Ciclo eseguito, nella prima metà del Duecento, per la porta meridionale del duomo di Ferrara (e ora conservato al museo della Cattedrale). 
Ed ecco il Febbraio di otto secoli fa:


A sinistra, un giovane contadino, che indossa una corta tunica, trattenuta alla vita da una cintura e con maniche lunghe e strette, si protegge dal freddo con un mantello. Regge in una mano un grande ramo secco e nell'altra una roncola. Ai piedi non porta gli zoccoli, abitualmente usati dai più poveri, ma comode calzature di pelle (o più probabilmente di feltro) che arrivano alle caviglie. 
È raffigurato mentre è intento a uno dei pochi lavori consentiti dalla stagione: la potatura. 
O, forse, invece, sta preparando un palo di sostegno per le viti che allora in Italia venivano già coltivate in filari ravvicinati.
Qualunque sia l'attività, in cui è occupato, probabilmente non vede l'ora di rientrare nel caldo della casa. Ora come allora febbraio era il mese più freddo dell'inverno: i detti popolari "Febbraio, febbraietto mese corto e maledetto", oppure "febbraio corto e amaro" hanno tramandato nel tempo l'idea di un mese gelido e aspro. Un mese, in cui stare al chiuso per proteggersi dai rigori della stagione.
In effetti, a destra, il focolare aperto senza camino- completo di un paiolo e di una cremagliera appesa a un anello al soffitto- e gli insaccati che pendono alla parete danno l'idea di un interno, in cui trovare rifugio. Nessun lusso, nessun elemento superfluo, ma c'è, comunque, da esserne contenti.
Soprattutto in un'epoca in cui non tutti possono contare sul calore del fuoco o sulle scorte di cibo accumulate e in tanti, invece, patiscono i morsi del gelo e della fame.

La scena è tutta qui. Con pochi tratti, l'ignoto scultore riesce a restituire l'atmosfera dell'inverno: gli bastano i rami spogli degli alberi, le calzature pesanti e la presenza, appena suggerita, del tepore del fuoco. 
Un così spiccato interesse per la realtà gli deriva, probabilmente, dalla sua esperienza di artigiano, abituato a trasferirsi ovunque possa trovare lavoro nei cantieri delle cattedrali. Forse nei suoi spostamenti  ha visto i calendari dei mesi delle chiese dell'Ile-de-France ed è rimasto colpito dalla loro attenzione ai più minuti dettagli della vita quotidiana.
Ed è quello che cerca, appunto, di riproporre nel Ciclo di Ferrara. Un altro tocco di verità era aggiunto dal colore che, all'origine, ornava tutte le scene, ma che ormai, con l'andare del tempo, è completamente scomparso.

In ogni caso, quello che colpisce nel mese di Febbraio è la grande dignità, con cui  è rappresentata la scena. Tanto che sembra che il giovane abbia la fierezza di un antico guerriero e impugni il ramo, che tiene in mano, come fosse una spada.
A Ferrara, come negli altri Calendari dei Mesi, i contadini, una parte indispensabile quanto spesso bistrattata della società, diventano finalmente protagonisti: sono loro e non i personaggi delle storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, i nobili, o i Santi a ritmare, col loro lavoro, l'avvicendarsi delle stagioni.
E sono i loro gesti e la loro fatica quotidiana, altrimenti ignorata, ad essere tramandati fino a noi.






giovedì 27 ottobre 2011

Dosso Dossi: gli incanti di Melissa.




A quali magie è intenta la bella donna, sullo sfondo di un bosco illuminato dalla luce di un cielo tempestoso ?




Che sia una maga è fuori di dubbio.
Siede all'interno di un cerchio magico tracciato sul suolo e consulta una tavoletta con astruse formule cabalistiche, mentre accende una torcia da un braciere. 
Indossa una sontuosa veste di seta azzurro scuro e una sopraveste in broccato con disegni dorati su un fondo scarlatto.
Un turbante giallo a fili d'oro  le conferisce un tocco di fascino esotico.

Il primo ventennio del Cinquecento non è ancora finito, quando  Dosso Dossi (1486?-1542) esegue il dipinto, mentre lavora a Ferrara per gli Este  (ne ho parlato anche  qui).

La signoria estense è, allora, una delle più raffinate d’Italia
La vita della corte scorre tra le occupazioni quotidiane  e gli  svaghi.
Nelle lunghe giornate di ozio si vince la noia, facendo conversazione, giocando a scacchi, ascoltando musica e, soprattutto, appassionandosi alla sorte degli eroi dei poemi cavallereschi.

Il poeta di corte, Ludovico Ariosto, ha appena pubblicato, nel 1516,  la prima edizione del suo "Orlando furioso”. È stato subito un successo.
Un best seller: duemila copie stampate e vendute, davvero parecchie per l'epoca.

Le vicende sono avvincenti: vi si narra di donne, cavalieri, amori, duelli e magie. La trama coinvolge, fa rimanere  col fiato sospeso ed è facile restarne catturati.
Dosso, di sicuro, l'"Orlando furioso" lo conosce bene: è un amico e un ammiratore del poeta.

E allora per svelare l’identità dell’affascinante incantatrice non ci resta che addentrarci nella selva di storie narrate nel poema.

All’ottavo canto si scopre, finalmente, chi sia la bella maga.
È Melissa, la fata buona che protegge Ruggiero e Bradamante e che profetizza la discendenza estense dalle nozze dei  due eroi.
È proprio lei  che usa il cerchio magico, il libro e il fuoco per liberare i nobili cavalieri trasformati in fiori, alberi e animali dagli incantesimi della perfida Alcina.

E tutto si spiega.
L’uccellino, la rosa e il cane, in primo piano, attendono,  con pazienza, di riprendere il loro aspetto umano; gli "omuncoli" dagli esotici gonnellini, appesi all’albero, rappresentano, forse, le fasi intermedie della metamorfosi.
Intanto i cavalieri già liberati riposano seduti sul prato, mentre, nello sfondo, si distingue  il castello incantato dove erano tenuti prigionieri.

Sortilegi a fin di bene, "scioglimenti" e liberazioni che ben si accordano con la dolcezza serena e pacata della donna.

Quella di Melissa, però, non è  l'unica magia del dipinto

Perché anche Dosso è un mago, capace di ogni incantesimo con colori e pennello.



In una radiografia del dipinto si vede che, nella prima redazione, accanto a Melissa, compariva  un cavaliere in armatura: Astolfo, il primo a essere  liberato, dopo essere stato mutato in albero da Alcina.

Dosso, il mago-pittore, dopo averlo creato, ha deciso di farlo sparire.
Gli è bastato un colpo (o forse più) di pennello, per cancellarlo e trasformarlo nel   bonario cagnone dallo sguardo umano. 
L'unica traccia rimasta dell'elegante cavaliere  è il pettorale vuoto della corazza, appoggiata all'albero.

Inserire la figura di Astolfo in primo piano  sarebbe stato più aderente al testo, ma  avrebbe reso il dipinto troppo affollato  e  avrebbe diminuito l'impatto  straordinario  di Melissa.

Dosso cede, dunque, alle esigenze della pittura: non è e non si sente un semplice illustratore.
Si basa su un testo letterario, ma, come succede quando si narra  una favola, non sta troppo attento all'esatttezza di ogni  singola  citazione. 
L'importante è che il racconto fili. Per questo inserisce elementi che non ci sono e ne cancella altri fondamentali.
Quello che conta  è  l’atmosfera e il fascino  della narrazione.

Con la stessa libertà si  lascia andare alla gioia e all’incanto del dipingere.
Indugia sui tessuti e accentua gli effetti baluginanti della seta e del broccato, poi, con  piccoli tocchi dorati,  illumina, non solo la cascata delle frange della veste e del turbante della maga, ma anche  i ciuffi d’erba e le foglie degli alberi dell’ampio paesaggio.
Nella figura  monumentale della donna strizza l’occhio alle Sibille di Michelangelo della Sistina, mentre nel paesaggio e nei personaggi sullo sfondo riecheggia il Concerto campestre di Giorgione e Tiziano

Come l'amico Ludovico Ariosto  dà libero spazio alla levità e al sorriso, divertendosi a rielaborare e a stravolgere i suoi modelli pittorici e letterari.
Gli piace trasmutare personaggi, dettagli e simboli. Ed è così che riesce a rendere al meglio l'incanto del poema.

Usa il pennello come una bacchetta magica che crea, trasforma e lascia cadere su tutto il suo pulviscolo dorato.
Con lui  la vera magia è quella della pittura.




martedì 18 ottobre 2011

Ferrara, Casa Romei: il giardino delle Sibille







Casa Romei a Ferrara. Una grande sala con un camino. Lungo le pareti, dodici figure femminili, le Sibille, in piedi contro una spalliera di rose.
Potremmo dire,  parafrasando un  titolo famoso, che siamo davanti a una "scena per un matrimonio".
                           
                                        


Quando, a metà Quattrocento, Giovanni Romei decide di far affrescare la sala al pianterreno della sua bella casa ferrarese, è nel pieno della sua ascesa sociale.
Ha una cinquantina d’anni, è un ricco mercante e sta per realizzare il sogno della sua vita: entrare nella cerchia dell’aristocrazia.
Sta per sposare la giovane Polissena, figlia naturale di Meliaduse, il primo dei numerosi figli illegittimi di Nicolò III d’Este.
Essere illegittimi, all'epoca, non è un disonore (ne ho parlato qui) e, poi, per Giovanni imparentarsi con la famiglia dei Signori di Ferrara è essenziale.
Il matrimonio con Polissena è un punto d'arrivo: la futura sposa è nipote del duca Borso e suo padre- costretto, suo malgrado, alla carriera ecclesiastica- è un personaggio di spicco della corte.

Polissena, come molte giovani di casa Este, rappresenta una pedina importante nella "politica nuziale" della famiglia.
Poco spazio per gli struggimenti d'amore: i matrimoni, accortamente preparati, assicurano, fuori Ferrara, alleanze indispensabili, mentre, in città, garantiscono la fedeltà e il sostegno finanziario degli esponenti più ricchi dell'alta borghesia.
E il denaro di Giovanni Romei, considerato un vero e proprio mago della finanza, fa comodo, eccome.
Giovanni, vedovo da tempo, ha già stipulato il contratto di nozze e, anche se il matrimonio verrà celebrato più tardi, vuole predisporre la casa per accogliere la futura sposa. 
Ci tiene che la giovane si trovi bene in un ambiente raffinato e vivace. E che non abbia a soffrire di nostalgia.

Non sappiamo quale fosse la destinazione della sala, ma non è da escludere che servisse per quei ricevimenti di rappresentanza, necessari alle sue pubbliche relazioni.
Ha commissionato gli affreschi a uno dei numerosi artisti che gravitano in città, capace, sicuramente, di assicurare il compimento del lavoro, ma non famoso al punto da lasciare traccia di sé nei documenti dell’epoca.
Come soggetto ha scelto le Sibille.

È un tema ritornato in auge, da quando è stato usato, a Roma, per il Palazzo del cardinale Giordano Orsini e ripreso, a Ferrara, in palazzo Belriguardo, nell'anticamera dell’appartamento di Leonello.
Le Sibille rappresentano la trasposizione cristiana delle profetesse pagane.
Un soggetto non allegrissimo, in verità e apparentemente poco adatto a un matrimonio.
Qui, però, non sono raffigurate come delle vecchie austere e scostanti, ma come delle giovani damigelle che indossano  le vesti alla moda per l’aristocrazia del tempo.


La Sibilla Persica, per esempio, è abbigliata con la tipica veste quattrocentesca, la gamurra, ricoperta da una ricca sopraveste.
Porta un mantello bordato di pietre preziose e un velo che ne lascia intravedere i capelli biondi e arricciati.
I colori, purtroppo, sono scomparsi, ma da alcune tracce è possibile dedurre che prevalessero i toni del verde, del grigio e del giallo dorato.

In tutta la stanza si respira un'atmosfera di cortese e sofisticata agiatezza. 
La giovane sposa si sarebbe sentita attorniata da aggraziate fanciulle, simili a quelle che frequentava a corte.
E, soprattutto, si sarebbe rallegrata di ritrovare, nel chiuso della stanza, un vero e proprio giardino dipinto.
I giardini, i "verzieri", dove alberi da frutto e fiori ornamentali venivano coltivati insieme, erano l'orgoglio degli Este e adornavano le loro dimore in città e in campagna.
Probabilmente anche la casa di Giovanni Romei aveva un giardino simile a quelli estensi.
E chissà che non derivi proprio da lì, in una sorta di continuità tra esterno e interno, il motivo della spalliera di rose bianche, che corre lungo tutte le pareti e che fa da sfondo alle Sibille



Anche nei riquadri, al di sotto del soffitto, il tema del giardino continua con un motivo di rami carichi di frutta e di fiori, talmente precisi da far pensare che il pittore si sia basato sull'osservazione di dettagli reali o su uno di quegli erbari, o "Libri dei Semplici",  all'epoca assai diffusi.

Ecco raffigurato, con assoluta esattezza, un ramo di lazzeruolo, una specie di biancospino originario dell'Africa.




Le Sibille, fissate in eleganti movimenti, quasi di danza, portano dei cartigli svolazzanti con i loro vaticini che annunciano la nascita del Salvatore e che esaltano il ruolo della Madonna.
Sempre alla Madonna si riferisce la Natività nella parete sud.
Il giardino potrebbe allora, avere una valenza simbolica, e alludere all' hortus conclusus, l'orto recintato, simbolo della verginità di Maria.
All’illibatezza verginale rimandano, del resto, anche le candide rose della spalliera.

Nel soffitto le rappresentazioni di un Cupido bendato e della Vergine con l’unicorno si alternano allo stemma della famiglia e a un fiore stilizzato


Il Cupido allude all’amore coniugale, mentre l'unicorno era un simbolo riconosciuto di purezza, perché, secondo la leggenda, poteva essere addomesticato solo da una vergine.
Il motivo ricorrente della sala, religioso e profano insieme, è, dunque, quello dell’esaltazione della pudicizia.
Ma vi si può riconoscere anche un "messaggio matrimoniale"- e nemmeno tanto velato- sulle qualità che il maturo e ricco mercante si aspetta dalla sua sposa.
La moglie dovrà, con un comportamento immacolato, dare lustro alla famiglia.

Per questo lo stemma dei Romei, con un cane rampante e un cimiero, sembra dominare, come un monito, sulla cappa del camino.

Le Sibille, profetesse dell'incarnazione di Cristo, in un giardino reale e simbolico, celebrano le virtù femminili cristiane, e, allo stesso tempo, l'orgoglio mondano di Giovanni Romei.
La sua ascesa sociale, in effetti, fu accellerata dal matrimonio.
Dopo le nozze fu nominato ambasciatore presso il papa, fattore generale del duca Borso e conte di Bergantino.
Aveva ottenuto quel che voleva. 

Invece di Polissena e della vita che condusse nel chiuso delle sue stanze, sullo sfondo delle scene preparate dal marito, non sappiamo niente.
Nessun cenno rimane nei documenti.
Possiamo solo immaginare che abbia compreso il messaggio delle Sibille.
E sperare che, nella sua appartata vita quotidiana, i suoi giorni e i suoi pensieri siano stati allietati dai fiori del giardino dipinto e dalle sue silenziose e leggiadre abitatrici.



Le vicende della sala, l’iconografia delle Sibille e la storia del restauro sono descritte  in Le Sibille di Casa Romei, Longo Editore Ravenna 1998.
Casa Romei è attualmente un museo statale. Per informazioni e orari di visita il link è questo