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lunedì 1 dicembre 2014

Il Calendario di pietra: dicembre




"Dixe Dexembre: sono lo tale. Fazo ghiazare omne chanale. Uccido i porci e mettogli in sale, fazo sossicce d’ogni razone" (Ballata dei Mesi del XIV secolo)  


"Tempus fugit", il tempo fugge, dicevano i latini: il 2014 è passato come un soffio ed eccoci già arrivati a dicembre, il decimo mese secondo il calendario romano, da cui ha preso il nome, l'ultimo dell'anno secondo il nostro. 
Il mese delle feste natalizie, dei dolci, dei rubicondi Babbo Natale o delle neve.
Niente di tutto questo agli inizi del Duecento: nel Ciclo dei Mesi della Pieve di Santa Maria ad Arezzo dicembre è il mese in cui si ammazza il maiale. 
In un periodo in cui i porci vengono, per lo più, allevati nei boschi allo stato brado, la macellazione avviene al termine della stagione delle ghiande, quando il freddo dell'inverno assicura la migliore conservazione delle carni. 
"Uccido i porci e mettogli in sale, fazo sossicce d'ogni razone (faccio salsicce d'ogni tipo)": dice di sé il Dicembre della Ballata dei mesi.


Sullo sfondo di un porticato sorretto da tre esili colonnine, un giovane biondo sta uccidendo un maiale che tiene inchiodato al suolo, dopo averlo violentemente rovesciato. 
Il gesto è quello preciso di chi sa risparmiare inutili sofferenze, vibrando all'animale una stilettata dritta al cuore, dopo averne calcolato la posizione,  ripiegandogli sul petto una delle zampe anteriori. 
Si tratta, probabilmente, di uno di quei norcini, che all'epoca, soprattutto nella stagione invernale, girano nelle campagne e nelle città offrendo i loro servizi per la macellazione. 


I colori vivissimi che si sono conservati tuttora, accentuano il realismo della scena con particolari come la posa del giovane con il ginocchio piegato per darsi più forza, la sopraveste rialzata e le calzature pesanti, oppure la fascia bianca all'altezza dello costole del maiale, caratteristica della cosiddetta "cinta" senese, una razza diffusissima nella Toscana del tempo.
Una scena brutale, ma non di una violenza gratuita: l'uccisione del maiale rappresenta, allora, uno dei momenti essenziali dell'anno, una sorta di rito collettivo, quasi una festa, a cui partecipa, a volte, tutta una comunità. 
Il maiale è considerato un animale indispensabile per la sopravvivenza: la sua carne è di gran lunga la più consumata nelle case dei poveri come nei banchetti dei ricchi, tanto più che- come si usa dire ancora oggi- del porco non si butta via nulla. 
Tutto serve e tutti sono pronti a utilizzarlo, fino all'ultimo.


La scena di Dicembre può turbare gli spettatori di oggi, più delicati (o forse più ipocriti) o poco avvezzi alla rudezza della vita di campagna. 
Allora, chi la guardava non si scandalizzava, né si turbava, ma leggeva in quella uccisione solo la possibilità di sopravvivere fino ai raccolti della primavera. 
Magari, passando i giorni più freddi al calore del fuoco, mentre gli insaccati pendevano rassicuranti dal soffitto, come appare, nello stesso Ciclo, nella raffigurazione di Gennaio (qui).
Se tutto andrà come nel calendario di pietra- si poteva pensare- la brutta stagione potrà essere superata senza patire la fame. 
Poi, torneranno di nuovo i venti di marzo, i fiori di aprile, le feste e le cavalcate di maggio e arriveranno l'estate e l'autunno, la mietitura del grano e la vendemmia.

I secoli passano e di quei pensieri, quelle gioie, quelle paure e quelle speranze rimangono solo le immagini che ignoti scultori hanno consegnato all'eternità dell'arte.
Ancora una volta, un anno finisce e un altro sta per cominciare: il tempo e le stagioni continuano, ora come allora, il loro immutabile ciclo.






sabato 1 novembre 2014

Il calendario di pietra: novembre



Dixe novembre: io non me so lodare/coglio le ghiande e le castagne/ per porci ingrassare/ e manzo de bona carne/ e bevo de vin dolce perché non me fassa male” (Ballata dei mesi del XIV secolo)


Novembre, il nono mese dell’anno secondo il calendario romano da cui ha preso il nome. 
Il mese, in cui le giornate diventano sempre più corte e le foglie degli alberi si rivestono dei colori sontuosi dell'autunno.
Per Ognissanti manicotti e guanti”: dice il proverbio e, in effetti, nell'aria, si cominciano ad avvertire le prime sferzate del freddo.
Nei calendari di pietra della prima metà del Duecento che, quest’anno, sto "sfogliando" a ogni inizio del mese, novembre non è il tempo della caduta delle foglie, né quello delle castagne e del vino dolce, di cui parla la "Ballata dei mesi".
Come sempre, la raffigurazione del mese è dedicata alla principale attività agricola del periodo. 
Nell'avvicendarsi delle stagioni, dopo la mietitura del frumento, la vendemmia e la semina, prima che il gelo renda troppo duro il terreno, è arrivato il momento della raccolta delle rape.


Il Novembre del Ciclo della Pieve di santa Maria ad Arezzo è un biondo e barbuto contadino, vestito con una tunica pesante stretta in vita da una cintura, che si difende dal freddo, calzando robusti stivaletti e indossando, sopra la cuffia chiusa dal sottogola, un caldo berretto di pelo. 
Con un gesto sicuro e preciso, estrae le rape dal terreno, afferrando il fogliame alla base del colletto.

All'epoca, la raccolta delle rape è una scadenza fondamentale del calendario agricolo. 
Coltivarle non è difficile: possono crescere ovunque, negli ampi campi aperti come nei piccoli orti recintati vicino alle case, hanno poche esigenze di clima o di terreno, si conservano a lungo e si possono cucinare in molti modi. 
Già nell'antichità, stando a quanto racconta Plinio il Vecchio, le rape rappresentano il terzo principale prodotto agricolo dopo il vino e il frumento, mentre i cronisti medioevali le considerano, insieme al cavolo, il cibo più diffuso nelle tavole dei poveri come in quelle dei ricchi. 
Conservate come scorte, servono a superare  i periodi più duri, quando i campi non danno più raccolti, e rendono meno temibile l'approssimarsi della brutta stagione.

In una società, dove ci si accontenta di poco e dove il pensiero della carestia e della fame è un assillo quotidiano, anche un modesto raccolto nell'orto di casa può rappresentare un sostegno: vestiti pesanti, un posto dove ripararsi e la sicurezza di un po' di cibo bastano per guardare al futuro con un po' di tranquillità. 
Anche se Novembre avanza e preannuncia  i rigori dell'inverno ormai non fa più paura. 






mercoledì 1 ottobre 2014

Il calendario di pietra: ottobre




"Dixe ottobre, e' spillo lo vino/vago cercando qual è il più fino/vendo quello a rio sauore (di cattivo sapore/ e per mi bevo lo migliore" (Ballata dei Mesi, XIV secolo)



Eccoci ormai al decimo mese dell'anno, l'ottavo, secondo il calendario romano da cui ha preso il nome: ottobre. 

Negli anni successivi alla Rivoluzione francese, ottobre era diviso tra due mesi: Vendemmiaio fino al 22 e, poi, Brumaio. 
Sono nomi questi che descrivono bene il carattere di questo periodo dell'anno, in cui un autunno ancora pieno di sole può sfumare, d'improvviso, nelle nebbie che preannunciano l'inverno, mentre nel paesaggio, predominano i colori caldi e dorati del rosso e del giallo delle foglie. 

Nei Cicli dei Mesi degli inizi del XIII secolo, di cui pubblico, quest'anno, le immagini, manca, per questo mese, la formella della cattedrale di Ferrara ed è rimasta solo la raffigurazione di Santa Maria della Pieve ad Arezzo. 
Nei campi, ormai, la vendemmia quasi ovunque è terminata, i frutti sono stati raccolti  e  i contadini cominciano a prepararsi per le stagioni a venire. 
Ottobre è il momento della semina.



Il giovane contadino sbarbato delle rappresentazioni precedenti lascia spazio ora a un uomo maturo con una lunga barba, che, per difendersi dai primi freddi, indossa robusti stivaletti, una tunica pesante e un mantello. 

È raffigurato proprio nell'atto di gettare i semi, che tiene stretti nel pugno chiuso: il gesto è quello tradizionale della semina a spaglio, che consiste nello spargere le sementi con la mano nel terreno già preparato.
Nessun altro elemento è presente nella scena, dove solo la posizione delle gambe dell'uomo, completamente assorto in se stesso, suggerisce un lento avanzare. 
Si avverte quasi il rispetto dell'ignoto artista per uno dei momenti più importanti dell' attività della campagna, a cui veniva affidata tutta la speranza di una buona annata futura.
Tutto si concentra in quel gesto misurato e composto, un gesto che, nella dignità e nella essenzialità della raffigurazione, assume una valenza quasi sacra. 
E che nella tradizione più antica era accompagnato dalla benedizione dei solchi e dalle preghiere.

Come un rito austero e solenne che si è ripetuto immutabile nel corso del tempo. Tanto da poter essere descritto- sempre uguale a distanza di secoli- in una delle più belle poesie che, almeno nella mia generazione, si usava imparare a memoria a scuola: quella dedicata da Gabriele D'Annunzio ai "Seminatori". 


Van per il campo i validi garzoni,
guidando i buoi dalla pacata faccia,
e, dietro quelli, fumiga la traccia
del ferro aperta alle seminagioni.

Poi, con un  largo gesto delle braccia, 
spargon gli adulti la semenza; e i buoni
vecchi, levando al cielo le orazioni,
pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.

Quasi una pia riconoscenza umana
oggi onora la terra. Nel modesto
lume del sole, al vespero, il nivale

tempio dei monti innalzasi: una piana
canzon levano gli uomini e nel gesto
hanno una maestà sacerdotale.






lunedì 1 settembre 2014

Il calendario di pietra: settembre




"Dixe Septembre: io coglio de li fighi/e l'uva vendemmo/ strengo le botte/e manzo li boni chaponi/ e bevo del mosto"(Ballata dei Mesi, XIV secolo)


Settembre, nono mese dell'anno, il periodo in cui l'estate (anche quella pazzerella di quest'anno) declina e lascia il posto all'autunno. 
Nessun dio della mitologia e nemmeno nessun imperatore nel suo nome: semplicemente era il settimo mese del calendario romano, che faceva iniziare l'anno da marzo. 
E da sette, appunto, ha preso il nome.

Nei calendari di pietra dell'inizio del XIII secolo, da cui, quest'anno, "stacco" un foglio ogni primo del mese, settembre è il tempo della vendemmia.
Dopo i lavori legati alla mietitura e alla trebbiatura del grano, la vendemmia, era  il momento più atteso dell'anno e l'occasione di una festa per l'intera comunità: il vino era importante per tutti. 
Non solo per la liturgia, dove, nel rito dell'Eucarestia, acquistava, insieme al pane, una valenza sacra, ma anche nel quotidiano, dove era consumato ogni giorno- e non solo dai ricchi- tanto da essere spesso considerato parte integrante del salario e da costituire un'utile e pregiata merce di scambio.  

Nella formella dedicata a settembre del Ciclo della Cattedrale di Ferrara (ora conservata al Museo della Cattedrale), gran parte della scena è occupata da una grande vite, con i suoi pampini e i suoi tralci, da cui pendono grappoli così pieni e maturi da far immaginare una raccolta più che abbondante:




Il contadino, a piedi nudi, è abbigliato con una corta tunica che, per comodità, ha annodato su un fianco. Per non impigliare i capelli nei tralci della vite si è messo in testa una di quelle cuffiette col sottogola, che all'epoca erano comunissime. 
Con grande concentrazione, sta cogliendo i pesanti grappoli per depositarli nell'ampio cesto di vimini,  già colmo, ai suoi piedi.
I particolari della formella sono di uno straordinario realismo, tanto che gli esperti di pratiche agricole hanno potuto notare che la vite è sostenuta da un palo, la cui preparazione era, probabilmente, raffigurata nel mese di febbraio (qui è il link): sarebbe questa una testimonianza di un sistema di coltivazione in filari ravvicinati, diverso da quello "ad arboretum", con le viti in coltura promiscua, praticato in età romana.

Altri dettagli, invece, come la perizia con cui sono sfruttate la luce e l'ombra, la cuffia così aderente alla testa da far trasparire l'orecchio, le vene che si intravedono nella mano destra o l'intreccio del canestro di vimini parlano della straordinaria abilità dell'ignoto scultore. 
Uno di quei maestri itineranti che, nella prima metà del Duecento, passano da un  grande cantiere all'altro e che portano in Italia le novità del naturalismo elaborato nelle sculture delle cattedrali dell'Ile-de-France. 
Un artigiano, abituato alla durezza del lavoro e che, probabilmente, ben conosce, per averle viste nelle campagne nel corso dei suoi spostamenti, quelle attività agricole, di cui sa rendere una così viva e tangibile testimonianza. 
E che, soprattutto, sa restituire, nel volto assorto e nobile del contadino, tutta dignità della fatica di tutti i giorni.





venerdì 1 agosto 2014

Il calendario di pietra: agosto




Dixe agosto: io cunzo le botte/ Vago cerchando quale eno più rotte,/ mettole fuora de dì e de notte/perché ne esca lo male savore (Ballata dei Mesi del XIV secolo)


Non si direbbe, ma siamo nel pieno dell'estate, ed è già Agosto, l'ottavo mese dell'anno.
Un mese "imperiale", almeno se si giudica dal nome che gli fu attribuito in onore di Augusto: fu il Senato romano a ribattezzare così il più banale "sextilis" e ad assegnargli un giorno in più, in modo che ne avesse il massimo, trentuno, e non sfigurasse a confronto del vicino Luglio, dedicato a Giulio Cesare. 
Le feste di metà mese, furono allora chiamate "feriae Augusti", diventate poi ferragosto e rimaste, fino a ora, un periodo di vacanza.
Chi può va in viaggio, in montagna o al mare: tutto il mese, del resto, è considerato tradizionalmente riservato all'ozio e al riposo. 

Vacanze, ozio? Niente di tutto questo nei calendari di pietra di Ferrara e di Arezzo degli inizi del XIII secolo da cui, quest'anno, ho deciso di "staccare un foglio" ogni primo del mese.
Di vacanza, a quei tempi, non si parla di sicuro: un periodo di riposo, se pure c'è, è concesso solo ai signori. 
I contadini, se hanno un momento libero, si dedicano alle riparazioni degli arnesi che serviranno di lì a poco: sanno che, dopo la fine della trebbiatura, devono già prepararsi alla vendemmia. 
L'avvicendarsi della stagioni, per loro, è scandito dagli stessi gesti, dallo stesse occupazioni che si ripetono invariate di padre in figlio, di generazione in generazione.
Non conoscono, con tutta probabilità, le "Feriae Augusti", né, tanto meno, quale sia il nome del mese o l'antico imperatore che glielo ha dato. 

Sanno, però, che è arrivato il tempo di riparare le botti. 
Ed ecco che, nella formella del ciclo di Ferrara, ora conservata al Museo della Cattedrale, all'ombra di un fico carico di foglie e di frutti, un giovane contadino, a piedi nudi e con la corta tunica legata in vita dalla cintura, curva le spalle in avanti e, con l'espressione assorta, si china su una botte, composta da doghe chiuse da cerchi di vimini o di salice intrecciato. 
Purtroppo, le ingiurie del tempo non hanno risparmiato la formella e mancano le mani e parti delle braccia.


Come si svolgesse la  scena, lo si capisce meglio dal mese di Agosto del Ciclo della Pieve di Santa Maria Assunta ad Arezzo, che deriva dal ciclo ferrarese, ma che- a differenza di quello- è rimasto intatto perfino nei colori.
Anche qui, sullo sfondo, c'è un rigoglioso albero di fico che, con la promessa della dolcezza dei suoi frutti, sembra rendere meno dura la fatica. 
Un giovane, abbigliato di una corta tunica estiva, consolida con un mazzuoloalternando i colpi, le doghe e i cerchi di una botte




Sa bene quello che deve fare: "un colpo al cerchio e uno alla botte". 
Gesti antichi e talmente ripetuti da diventare un modo di dire dei più comuni.  
La riparazione delle botti è un lavoro duro.
Un lavoro essenziale, anche se ai più può parere meno importante delle attività legate alla coltivazione del grano o alla vendemmia, che da sole occupano gran parte dell'anno e a cui partecipano tutti. 
Eppure, anche questa occupazione, che sembrerebbe secondaria, trova il suo spazio nelle rappresentazioni dei Cicli dei Mesi. 

Per i contadini che, in occasione delle feste comandate, entrano nelle chiese, immagini come queste sono importanti. 
Rappresentano, per loro, la conferma che- scolpiti sulle porte d'ingresso dell'edificio sacro- non ci sono solo i lontani episodi della Bibbia, del nuovo Testamento o delle storie dei Santi che, magari, sanno a mala pena riconoscere. 
Quando guardano le sculture dei Mesi vedono, invece, che lì  è rappresentata la loro vita di tutti i giorni, in ogni suo aspetto. 
Lì non hanno bisogno di spiegazioni: quei gesti li riconoscono uno a uno. 
E sentono che, nella dignità di quelle rappresentazioni, anche la loro più minuta fatica quotidiana assume una dimensione quasi sacra.




mercoledì 2 luglio 2014

Il calendario di pietra: luglio




"Dixe luglio: io fazo i meluni/ batto lo frumento cum grossi bastoni/ Spogliomi in chamixa per il gran sudore/ Faxomi chuoxere de’ boni capponi " (Ballata dei mesi, XIV secolo)

Luglio, il mese che prende il nome da Iulius, Giulio Cesare. 
Luglio, il mese del caldo e del sole ardente
"A luglio gran calura, a gennaio gran fredddura": dice un proverbio molto diffuso che lo contrappone al gelo dell’inverno.
Anche nei Calendari scolpiti dei mesi dell’inizio del XIII secolo, Luglio è il mese del sole e, come avveniva per Giugno, è legato alla coltivazione del grano: l’attività che si usa raffigurare è quella della battitura, la prima fase della trebbiatura.
Ed ecco come appare Luglio nella formella del ciclo di Ferrara, ora conservata al Museo della Cattedrale.


Qui il cavallo è, insieme all'uomo, il grande protagonista. 
Ma non si tratta del focoso destriero di un guerriero o-  come nel mese di Maggio- di un aristocratico cavaliere, ma dell'umile e robusto animale addomesticato  per i lavori più pesanti della campagna. 
La battitura del grano può essere svolta dal contadino manualmente, usando il doppio bastone snodato, il  correggiato, oppure- per i pochi che se lo possono permettere- con l'aiuto, appunto, dei cavalli, che al ritmo cadenzato, dei loro zoccoli, battono le spighe legate e messe ordinatamente a terra, frantumandole e facendone uscire i semi. 
Una pratica, questa, derivata dell'antichità e molto meno faticosa per l'uomo.

Nella formella, Luglio si presenta come un giovane contadino, vestito con la corta tunica estiva e con i piedi nudi,  che, tenendo in mano un bastone, guida due cavalli legati con una corda ben stretta nella mano. 
I fasci di spighe ai suoi piedi sono già pronti per la battitura.

La trebbiatura, nelle sue varie fasi, è considerata allora, l'avvenimento più importante dell'anno agricolo, quello in cui il lavoro dell’uomo assume una dimensione quasi sacra. 
Il pane rappresenta l'idea stessa del cibo. 
Le spighe colme, raffigurate in primo piano, sono un segno di abbondanza. Anche se si sa che la maggior parte  andrà al nobile padrone delle terre, un buon raccolto significa per i contadini la speranza di assicurare nutrimento a se stessi e alle loro famiglie.
I giorni caldi della trebbiatura sono una delle rare occasioni di festa: al lavoro partecipano tutti, giovani e vecchi. Nei campi, a volte, risuona qualche parola di incitamento scherzoso e qualche canto. 
La buona stagione è al suo culmine e la natura si presenta nel suo aspetto migliore. 
Può bastare per sperare di superare le difficoltà quotidiane e, al calore del sole, nella fatica comune, dimenticare ogni preoccupazione per il futuro.  






domenica 1 giugno 2014

Il calendario di pietra: giugno




"Dixe Zugno: io sego lo grano, de le cerexi (ciliegie) i'me empo le mano/sego lo fieno de suxo a lo piano e coglio l'agresto (le erbe selvatiche) per farne sauore (condimento)" (Ballata dei mesi, sec.XIV).

Grano, ciliegi, fieno, erbe odorose: nella ballata dei mesi, Giugno si vanta, a buon diritto, di essere il periodo dell'anno in cui la terra si mostra più fertile e feconda. Anche il nome latino, "Iunius", ne riflette la pienezza e l'abbondanza, sia che tragga origine, come qualcuno afferma, da "juniores", i giovani, e simboleggi la forza della giovinezza, sia che, invece, derivi, come sostiene la maggior parte degli studiosi, da Juno, Giunone, la dea sposa di Giove, protettrice dei matrimoni, delle nascite e della prosperità. 
Giugno è il mese del trionfo della luce, del solstizio d'estate e delle giornate più lunghe dell'anno. Il sole, però, non è abbastanza caldo da bruciare e consente ancora di poter falciare l'erba dei campi; le messi sono arrivate a maturazione e la frutta è pronta per essere colta.
Un mese intenso, dunque, per i lavori agricoli raffigurati nei Calendari scolpiti degli inizi del XIII secolo.

Nelle formelle dei Mesi di Ferrara, oggi conservate nel museo della Cattedrale, Giugno è un ragazzo che, con i piedi nudi e la corta tunica rialzata, fermata con un nodo alla vita, si sta arrampicando su un albero (forse un pero) carico di foglie e, soprattutto, di frutti. 


Ha già raggiunto il ramo, più basso e tra un po'assaporerà la dolcezza di un frutto. Una vera squisitezza in un'epoca, in cui la frutta veniva prodotta solo per essere servita alla tavola dei nobili e i contadini si dovevano accontentare di coglierla dai rari alberi che crescevano spontaneamente vicino ai loro orti.
In tutta la formella si respira un'aria di grande vitalità e c'è una precisa attenzione alla realtà, dal gesto del giovane, al particolare della tunica annodata in vita e rialzata in modo da non intralciare il movimento, all'intreccio ombroso dei rami dell'albero. 
Accanto- ed è la prima volta che compare nel ciclo di Ferrara- spicca la presenza del grande granchio che simboleggia il Cancro, segno zodiacale del mese. 

Ad Arezzo l'ignoto scultore del ciclo dei Mesi della pieve di santa Maria Assunta, stavolta non segue, come di consueto, l'iconografia dei Mesi di Ferrara. Sceglie, invece, di raffigurare, in un modo più aderente alla tradizione, la  attività agricola tipica di giugno: il taglio del grano.


"Giugno, la falce in pugno": dice il detto popolare che rispecchia la tradizione. 
Anche qui,  in un campo di spighe gialle che sembrano invadere tutto spazio della rappresentazione, è all'opera un giovane mietitore, a piedi nudi e con una corta tunica fermata alla vita da una cintura. 
Purtroppo i molti secoli passati non hanno risparmiato la scultura, tanto che nel corso del tempo sono andate perse le mani che, sicuramente, impugnavano la falce nei gesti tradizionali della mietitura, tramandati fin dall'antichità: afferrare, con la mano sinistra, un manciata di spighe e tagliarle, con la falce impugnata nella destra, a mezza altezza, in modo da lasciare sul campo le stoppie per alimentare il bestiame che vi avrebbe pascolato. 
La scena occupa uno spazio maggiore delle altre, quasi a sottolinearne l'importanza: per tutti il grano e il pane rappresentavano l'alimento per eccellenza. E qui le spighe, alte e fitte, fanno sperare che il raccolto sarà abbondante.

La frutta, il grano e il pane che verrà: nel ciclo delle stagioni, Giugno è il periodo più fecondo dell'anno, in cui godere dei prodotti della terra e scordare, al calore del sole, le paure e il freddo dell'inverno.





venerdì 2 maggio 2014

Il calendario di pietra: maggio




"Dixe Mazo: io so lo più bello/ roxe e fiuri, ch'io fazo fioriri de novello/ chantare gli oxelini ad uno drapello/ de tutti li mexi io son lo più bello"(Ballata dei mesi, sec.XIV)

Nella ballata dei mesi, Maggio si presenta, con un pizzico di vanità,  come il più bello di tutti. È il mese, in cui la primavera è al suo culmine e le giornate diventano sempre più lunghe e luminose. 
Non stupisce che, fin dall'antichità, Maggio sia stato legato alla luce e alla fioritura, tanto che i  Romani lo avevano associato ad Apollo e lo festeggiavano con le feste dei Floralia e con i riti della fertilità. Lo stesso nome latino, Maius, deriverebbe da Maia, la dea primigenia protettrice della terra e del rigoglio della natura. 
Nel Medioevo, durante il calendimaggio, la celebrazione tradizionale della primavera, i giovani usavano danzare sotto gli alberi, raccogliere rami fioriti da deporre davanti alle case delle ragazze da marito, o, ornati da ghirlande di fiori, cantare, radunandosi in cortei gioiosi. In Francia gli uomini decoravano i copricapi di foglie e le dame più aristocratiche si abbigliavano con vesti di un particolare tono di verde (ne ho parlato qui). Insomma, Maggio è da sempre il mese delle feste e dell'amore.

Nei calendari scolpiti degli inizi del XIII secolo, che ho cominciato a "sfogliare" fin dall'inizio di quest'anno, a Maggio, le fatiche dei contadini lasciano il posto agli svaghi degli aristocratici.
Nelle formelle dei Mesi di Ferrara, attualmente al Museo della Cattedrale, Maggio è un giovane cavaliere pieno di dignità, con un mantello sulle spalle e un grande scudo a mandorla con, al centro, una borchia sporgente. 
Il cavallo è bardato- all'uso del tempo- con sella, staffe, briglie e pettorale e avanza, con gli zoccoli ferrati, tra l'erba alta e rigogliosa di un prato.


Anche nel Calendario dei Mesi di Santa Maria della Pieve di Arezzo, dove compaiono ancora i colori originari, Maggio è rappresentato come un giovane elegante. 
Con in testa una corona di fiori e i piedi ben piantati sulle staffe, cavalca un cavallo dal manto nero. 
Sembra che abbia scelto di indossare la sua veste più raffinata, una corta tunica bordata d'oro, mentre regge, con fierezza, il grande scudo da parata decorato da una specie di sole con i raggi rossi e oro.


Immagini che rappresentano per tutti un simbolo di cortesia e di eleganza e che sembrano uscire da uno di quei racconti cavallereschi che, all'epoca, passano di bocca in bocca.  
In un periodo, in cui domina la violenza e la guerra, il cavaliere di Maggio  non ha nulla di minaccioso, anzi, sembra incarnare le doti legate all'ideale stesso della cavalleria. 
Avanza con un atteggiamento di nobile eleganza, guardando dritto davanti a sé, senza lancia e senza armatura. 
Nessun combattimento in vista, solo la voglia di festeggiare la bella stagione, come  uno dei componenti di quelle allegre brigate che saranno descritte, meno di un secolo dopo, nei versi di Folgore di San Gimignano. 
Quei cortei di giovani che, ai primi di maggio, cavalcano per le strade delle campagne e le vie delle città con i loro scudi da torneo, portando mazzi di rose e di viole, mentre dai balconi e dalle finestre piovono su di loro ghirlande di fiori (il link al sonetto di Maggio è qui)

I due cavalieri dei calendari di pietra di Ferrara e di Arezzo sembrano simboleggiare la bellezza, la gioventù e la gioia stessa della primavera. Nel tepore del mese di Maggio, mentre l'aria è odorosa di fiori, fanno sognare un momento di riposo dalla durezza del quotidiano e immaginare che, almeno per un attimo, sia possibile fuggire la realtà e rifugiarsi in un mondo che abbia la dolcezza di una favola.






martedì 1 aprile 2014

Il calendario di pietra: aprile



"Dixe Avrile: ch'io ve so ben dire/tutte l'albore ch'io fazo fiurire/ cantare gli oxelini e il dolce dormire/A zovini e a vecchi ch'io allegro lo chore" (Anonimo, Ballata dei Mesi, sec.XIV)


Aprile, il mese del risveglio della natura, quando le giornate si allungano, facendosi sempre più calde e l'aria è già quella della primavera. 
Gli alberi fioriscono, l'erba dei prati diventa più verde e tutto sembra in rigoglio. 
Fin dall'antichità Aprile è il mese legato all'amore, tanto che c'è chi ne fa derivare il nome alla parola greca "aphros", la schiuma, da cui, secondo la mitologia, sarebbe nata la dea Afrodite. Anche se l'ipotesi più probabile è che derivi, invece, dal latino "aperire", aprire, e alluda allo schiudersi dei fiori. 

I fiori, in effetti, sono i protagonisti delle rappresentazioni di Aprile nei calendari scolpiti della prima metà del XIII secolo che, per quest'anno, ho deciso di "sfogliare" a ogni inizio del mese. 
Stavolta nessuna attività agricola: la fatica dei contadini e il duro lavoro nei campi lascia spazio alla gioia della bella stagione.
Ad Arezzo, tra i Mesi della Pieve di Santa Maria Assunta, Aprile è un ragazzo sorridente, vestito con l'abito della festa, con in testa una ghirlanda di fiori, un fiore senza gambo- forse una rosa- nella mano destra e un rametto nella sinistra. Sembra fiero di indossare la sua elegante tunica bicolore rossa e nera, legata alla vita da una cintura. 
Ma, temendo ancora un ultimo colpo di freddo dell'inverno, non ha trascurato di coprirsi col mantello e neppure di calzare le pesanti scarpe adatte alla cattiva stagione. 
Sulla parete di fondo, all'altezza del volto, una rosetta scolpita è lì a testimoniare l'arrivo del bel tempo: 


La stessa rappresentazione semplice e sintetica si ritrova nel ciclo- cronologicamente di poco precedente- del Calendario dei Mesi di Ferrara.
Qui Aprile condivide la formella con lo scapigliato e ispido mese di Marzo, tutto intento a suonare il corno (dell'iconografia di Marzo ne ho parlato qui). 
E, senza nessuna soggezione per lo scorbutico compagno, sembra che, sollevando il piede, accenni perfino a un passo di danza:


Basta poco: un gesto e un sorriso, che sembra addirittura evocare quello di certe sculture arcaiche e chi guarda può immaginare, dietro la scontrosa grazia di quell'adolescente coronato di fiori, tutto l'incanto del mese. 
La primavera è giovane e il clima ancora mutevole, ma il freddo e anche la fame patita nel lungo periodo invernale sono finiti. Ricchi e poveri, aristocratici e contadini possono finalmente avere una pausa dalla durezza della vita di tutti i giorni e rallegrarsi che la natura ricominci, ancora una volta, il suo ciclo. 




La musica per accompagnare l'immagine del Mese di aprile potrebbe essere questa

sabato 1 marzo 2014

Il calendario di pietra: marzo



"...de presso piglia la tuba ser Marzo pregonatore/ e corre de qua e là, fazando gran rumore"
(Bonvesin de la Riva, Tractato dei Mesi, fine sec.XIII) 


Una giornata variabile, un cielo che passa dal grigio all'azzurro e che cambia continuamente. 
Ecco quello che ci si immagina, quando si pensa a Marzo, il mese "pazzerello" per eccellenza, in cui si incontrano (e si scontrano) la buona e la cattiva stagione.
"San Benedetto (il 21 del mese), la rondine sotto il tetto", oppure "A marzo, chi non ha scarpe vada scalzo", sono i proverbi che salutano, con l'equinozio di primavera, il ritorno del bel tempo.
Marzo è davvero speciale.
Prende il nome da Marte, dio della guerra, ma anche protettore  del risveglio primaverile e del rinnovamento.
Prima del calendario gregoriano, era il 25 marzo, il giorno dell'Incarnazione e dell'annuncio a Maria- nove mesi giusti prima di Natale- a segnare, in gran parte d'Italia, l'inizio del nuovo anno

Ma Marzo è anche- e soprattutto- il più volubile dei mesi. 
La pioggerellina, descritta nella poesia imparata a memoria da tanti di noi alle elementari (qui è il link), si può alternare, nella stessa giornata, al sole più radioso: il tempo è imprevedibile.
Tanto che anche nei Calendari di pietra di otto secoli fa, che ho cominciato a "sfogliare" a partire da gennaio (qui), quello del Duomo di Ferrara (ora al Museo della Cattedrale) e quello della Pieve di Arezzo, Marzo è legato ai mutevoli capricci del vento.

A Ferrara, dove Marzo condivide la formella col mese di Aprile, sembra che sia il vento rude degli ultimi giorni d'inverno a soffiare impetuoso e a scompigliare la barba e i capelli di un uomo irsuto, vestito di una corta tunica e in atto di suonare un corno.

Più calmo, invece, il vento che, ad Arezzo, arriva a sollevare i capelli ispidi e chiari di un Marzo ancora freddoloso, abbigliato con scarpe robuste, una lunga veste color ocra fermata alla vita da una cintura e un mantello raccolto sul braccio destro. E anche lui sta per soffiare nel corno che ha appena portato alla bocca.


Non compare  stavolta nessuna delle attività agricole tipiche della stagione, a cui ci eravamo finora abituati. 
Quello che viene raffigurato è il "Marcius cornator", o, per dirla in italiano, "Marzo che suona il corno". 
Un soggetto che ha dietro di sé una lunga storia.
Forse solo pochi degli anonimi scultori degli inizi del Duecento, che, passando da un cantiere all'altro, lavorano ai Calendari dei Mesi come quelli di Ferrara e di Arezzo, hanno avuto la possibilità di vedere l'immagine di quello stesso scapigliato suonatore nei mosaici dei pavimenti di antichi palazzi o nei fogli miniati di qualche manoscritto. 
E, probabilmente, sono ancora meno quelli che sanno che la figura, rappresentata nei mosaici e nelle miniature, così come il Marzo, che intagliano con tanta fatica nella pietra, si rifanno all'iconografia di Eolo, il mitologico dio dei venti. 
Proprio Eolo che, con i capelli in disordine e le guance gonfie, estrae, soffiando dalla sua otre le tiepide brezze o la fredda tramontana.

A mala pena qualcuno di loro sa leggere e scrivere e ben pochi conoscono testi letterari o mitologici. Ma sono proprio quegli scultori itineranti, dai capomastri ai più modesti scalpellini, che fanno in modo che il filo con il passato non si spezzi mai del tutto, trasmettendo di padre in figlio o da maestro ad apprendista, quel motivo tratto da un'antichità che ha il sapore di una favola lontana. 
Fino a trasformare il dio del mito in un robusto e scarmigliato contadino, capace di sollevare, suonando nel corno, quei venti di Marzo che sgombrano le nuvole dell'inverno e preparano il cielo all'arrivo della primavera. 
E a infondere in quell'antica rappresentazione una nuova verità.





Per approfondire la storia dell'immagine del "Marcius cornator”, il link è qui.


domenica 2 febbraio 2014

Il calendario di pietra: febbraio




"Dixe febraio: io non arò ma' bene/ L'acqua e la neue adoso me uene/Rompo la ghiaza com gran pene/ De tuti i mixi io som lo pezore
Disse febbraio: io non avrò mai pace/L'acqua e la neve mi piombano addosso/Rompo il ghiaccio con gran fatica/Di tutti i mesi sono senz'altro il peggiore" (Anonimo, Ballata dei mesi, sec.XIV)

Gennaio quest'anno è passato in fretta. Appena un soffio ed è già il momento di staccare il secondo foglio del calendario.
Siamo a Febbraio, il mese destinato, nell'antica Roma, ai Lupercali, i riti della purificazione e che proprio dal verbo latino februare (purificare) prende il nome.
Sono davvero molti i calendari scolpiti con le raffigurazioni dei mesi che, tra XII e XIII secolo, ornano le chiese grandi e piccole delle città e della campagna. Tra le tante immagini ho scelto quella del Ciclo eseguito, nella prima metà del Duecento, per la porta meridionale del duomo di Ferrara (e ora conservato al museo della Cattedrale). 
Ed ecco il Febbraio di otto secoli fa:


A sinistra, un giovane contadino, che indossa una corta tunica, trattenuta alla vita da una cintura e con maniche lunghe e strette, si protegge dal freddo con un mantello. Regge in una mano un grande ramo secco e nell'altra una roncola. Ai piedi non porta gli zoccoli, abitualmente usati dai più poveri, ma comode calzature di pelle (o più probabilmente di feltro) che arrivano alle caviglie. 
È raffigurato mentre è intento a uno dei pochi lavori consentiti dalla stagione: la potatura. 
O, forse, invece, sta preparando un palo di sostegno per le viti che allora in Italia venivano già coltivate in filari ravvicinati.
Qualunque sia l'attività, in cui è occupato, probabilmente non vede l'ora di rientrare nel caldo della casa. Ora come allora febbraio era il mese più freddo dell'inverno: i detti popolari "Febbraio, febbraietto mese corto e maledetto", oppure "febbraio corto e amaro" hanno tramandato nel tempo l'idea di un mese gelido e aspro. Un mese, in cui stare al chiuso per proteggersi dai rigori della stagione.
In effetti, a destra, il focolare aperto senza camino- completo di un paiolo e di una cremagliera appesa a un anello al soffitto- e gli insaccati che pendono alla parete danno l'idea di un interno, in cui trovare rifugio. Nessun lusso, nessun elemento superfluo, ma c'è, comunque, da esserne contenti.
Soprattutto in un'epoca in cui non tutti possono contare sul calore del fuoco o sulle scorte di cibo accumulate e in tanti, invece, patiscono i morsi del gelo e della fame.

La scena è tutta qui. Con pochi tratti, l'ignoto scultore riesce a restituire l'atmosfera dell'inverno: gli bastano i rami spogli degli alberi, le calzature pesanti e la presenza, appena suggerita, del tepore del fuoco. 
Un così spiccato interesse per la realtà gli deriva, probabilmente, dalla sua esperienza di artigiano, abituato a trasferirsi ovunque possa trovare lavoro nei cantieri delle cattedrali. Forse nei suoi spostamenti  ha visto i calendari dei mesi delle chiese dell'Ile-de-France ed è rimasto colpito dalla loro attenzione ai più minuti dettagli della vita quotidiana.
Ed è quello che cerca, appunto, di riproporre nel Ciclo di Ferrara. Un altro tocco di verità era aggiunto dal colore che, all'origine, ornava tutte le scene, ma che ormai, con l'andare del tempo, è completamente scomparso.

In ogni caso, quello che colpisce nel mese di Febbraio è la grande dignità, con cui  è rappresentata la scena. Tanto che sembra che il giovane abbia la fierezza di un antico guerriero e impugni il ramo, che tiene in mano, come fosse una spada.
A Ferrara, come negli altri Calendari dei Mesi, i contadini, una parte indispensabile quanto spesso bistrattata della società, diventano finalmente protagonisti: sono loro e non i personaggi delle storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, i nobili, o i Santi a ritmare, col loro lavoro, l'avvicendarsi delle stagioni.
E sono i loro gesti e la loro fatica quotidiana, altrimenti ignorata, ad essere tramandati fino a noi.