Strano paese il Belgio: lo dico sempre.
Strana città Bruxelles, ma per questo mi piace.
Continuo a scoprirla e continuo a sorprendermi, sempre.
Qualche anno fa (nel 2002) fu creato un comitato, presieduto dalla regina Paola, per riportare l'arte contemporanea in Palazzo Reale, un pomposo edificio ottocentesco, in pieno centro, che serve come luogo per cerimonie, per udienze e visite di stato.
Un palazzo, in cui l'ultima opera d'arte ammessa, più di cent'anni fa, fu una scultura di Auguste Rodin.
Un'iniziativa meritoria, senza dubbio.
Si pensava che un comitato così ufficiale avrebbe scelto, per la sede più rappresentativa della monarchia e del paese, qualche quadro da piazzare qua e là sulle pareti, senza troppo disturbare l'arredo, o una o più sculture da mettere, sparse, nelle sale, magari di artisti di fama ben consolidata.
Invece, non è stato così.
Con una decisione inattesa e spiazzante hanno stabilito di chiamare, per primo, Jan Fabre, uno degli artisti belgi (è nato ad Anversa nel 1958), più poliedrici e più noti, ma anche più contestati.
E che cosa ha fatto Jan Fabre?
Ha rivestito il soffitto e il grande lampadario della Sala degli Specchi, la più ampia del palazzo reale, con un milione e mezzo di carapaci di scarabei verdi, incollando una a una le piccole corazze degli insetti (ognuna delle quali misura circa due millimetri e mezzo).
"The heaven of delight", Paradiso di delizia, lo ha intitolato.
È stato un lavoro da certosini, che ha occupato una squadra di una trentina di persone per tre mesi, senza contare la fatica e l'impegno per procurarsi il materiale (e come abbiano fatto resta, tuttora, un mistero).
La regina stessa ha aiutato a incollare gli ultimi scarabei, quelli che formano, al centro, la P del suo nome.
Jan Fabre si proclama (anche senza prove certe) discendente del grande entomologo francese Jean Henri-Fabre e si dice ammaliato dal mondo degli insetti, soprattutto dagli scarabei, l'insetto re dell'antico Egitto.
È affascinato dal tema del corpo come guscio, dall'idea della metamorfosi, del passaggio del tempo, del confine tra la vita e la morte e crea, con i carapaci di questi insetti, inquietanti sculture.
Si definisce– l'umiltà non è uno dei suoi pregi- una sorta di dio, un entomologo demiurgo capace di creare essere ibridi.
Artista non facile- l'ho detto- dalle affermazioni provocatorie, messo in discussione da animalisti (c'è perfino un gruppo su Facebook che lo contesta) e da critici d'arte.
Comunque, sconcertante e per me straordinario.
Nella Sala degli Specchi la luce che entra dalle finestre si riverbera sulle corazze degli insetti, provocando dei riflessi che vanno dal verde al blu scuro.
La sala assume, allora, quasi un tono silvestre, da favola gotica in un'atmosfera sospesa tra sogno e incubo
L'effetto con gli specchi e gli stucchi bianchi è ammaliante. I colori cambiano a ogni movimento dei visitatori o ad ogni minima variazione luminosa.Se d'improvviso entra una luce è come se un'onda viva e cangiante percorresse tutto il soffitto.
Varia anche la percezione delle corazze degli insetti, che, ora, sembrano sottili e quasi disegnate, ora acquistano massa e profondità .
Il lampadario, al centro, visto dal basso, assume la forma di un esotico e prezioso animale.
L'impressione complessiva è quella di uno splendore bizzarro e opulento, di una reggia delle meraviglie con animali pietrificati e diventati gemme.
Di certo un'opera che non lascia indifferenti, per la mescolanza di tradizione e di audacia, di ufficialità e di trasgressione, di etichetta e di anticonformismo.
Anche questo è tipico di Bruxelles o, come si dice da queste parti, quando la realtà è scossa da un pizzico di follia, da un "grain de folie", semplicemente: "c'est du belge".



