martedì 12 aprile 2011

Gentile Bellini e Maometto II.




Prima di Gentile Bellini nessuno aveva  effigiato il Sultano Maometto II.
Le immagini che circolavano in Europa del "Gran Turco" erano opera di pura fantasia. Quello di Bellini è il primo ritratto ufficiale, realizzato alla maniera occidentale.
Malgrado le ridipinture e il cattivo stato di conservazione resta una testimonianza straordinaria.

G.Bellini, Ritratto di Maometto II, Londra,National Gallery 


Il Sultano, visto di tre quarti, è inquadrato entro un'arcata, chiusa, in basso, da una balaustra, decorata da un drappo ricamato e ornato di gemme.
L'arco lo isola dallo spettatore e lo rende, in qualche modo, lontano ed estraneo.
Le due iscrizioni, ai lati della balaustra, forse ritoccate in epoca successiva, ricordano la data, 1480, e i nomi del pittore e di Maometto II.

Il Sultano indossa un caffettano rosso, foderato di pelliccia e un turbante bianco "a bulbo". La fisionomia è  accurata: la barba rossiccia, gli zigomi pronunciati, le palpebre cadenti e il lungo naso aquilino sono dipinti con precisione e minuzia.
Il rango è evidenziato dalle due file di tre corone sovrapposte ai lati della nicchia e dalla corona ricamata sul drappo.
Nel dipinto si intrecciano la tecnica della ritrattistica occidentale e il fascino della personalità del Sultano.

Non doveva esser facile per un pittore veneziano accettare di partire per la corte ottomana. Eppure Gentile Bellini (1429-1507) si era dovuto imbarcare, con immaginabile trepidazione, su una galea diretta verso il Corno d'Oro, il 13 settembre del 1479.
Erano passati ventisei anni da un avvenimento che aveva riempito di sgomento e di orrore tutta Europa. Il 29 maggio 1453 Costantinopoli, l'antica Bisanzio, era caduta in mano turca, conquistata da un Maometto II, allora appena ventunenne, grazie alla sua straordinaria capacità di stratega.
L'impero romano d'oriente era stato espugnato in un bagno di sangue

L'occidente doveva fare conti con una nuova potenza: gli "infedeli" avevano occupato il trono dei bizantini, dei Paleologhi.
Venezia aveva tentato, per sedici anni, la carta della guerra per poi, inevitabilmente, negoziare una pace e per ricominciare a intessere nuove relazioni: trattare era necessario per salvaguardare le rotte verso l'Asia e i legami commerciali con il nuovo impero.
I rapporti erano ripresi e il governo della Serenissima aveva accettato, di buon grado, la richiesta di Maometto II, interessato all'arte europea, di inviargli un "buon depentor che sapia retrazer".
Di buoni pittori che sapessero far ritratti a Venezia ce n’erano molti.
Il migliore però era Gentile Bellini.

Chissà se l’artista, allora cinquantenne, sarà stato lusingato oppure impaurito, quando era stato prescelto per una missione che era, insieme, artistica e diplomatica.
Certo il compenso era allettante e difficile da rifiutare.
In cambio, aveva avuto la conferma della concessione della senseria del Fondaco dei Tedeschi, ricevuta qualche anno prima.
L' incarico non era  davvero faticoso, visto che l'obbligo era soltanto quello di dipingere il ritratto di ogni doge eletto.
E, poi, era il riconoscimento della sua qualità di ritrattista, il più quotato della città.

Alla corte ottomana erano di gusti difficili: lo scultore Bartolomeo Bellano era stato rimandato indietro quasi subito, bollato con la qualifica di"ineptus artifex".
Gentile, invece, riuscì a rimanere.
Costumi diversi, lusso, modi di vivere differenti: la curiosità di un pittore doveva essere tanta!
Gentile riempì fogli e fogli di schizzi con i giannizzeri, gli scribi o le schiave dell’harem...
Aveva capito da subito come si doveva comportare e aveva stretto con il Sultano un legame, se non di amicizia, almeno di reciproco rispetto.

La vita nel Serraglio era opulenta e affascinate, ma non priva di rischi.
Finito il suo compito Gentile si affrettò a tornare nella più confortante e sicura Venezia, nel gennaio del 1481.
Diciotto mesi era durato il soggiorno a Costantinopoli.
Gli aveva fruttato un lauto compenso e una catena d'oro massiccio, a dimostrazione del gradimento.
In cambio avrebbe consegnato ai posteri l'effigie di Maometto II.

Le vicende successive del dipinto sono avvolte nel mistero, anche se tutta una serie di testi, di cataloghi di mostre e perfino un libro giallo (di Jason Godwin), ne ricostruiscono (o ne reinventano) la storia.
Del ritratto si perdono le tracce già con il successore di Maometto II, Bayzid II, che non condivideva la passione del padre per l'arte occidentale.
Nel 1885 fu ritrovato a Venezia da un collezionista inglese e poi ceduto alla National Gallery di Londra. 
Il prestigio del personaggio e il richiamo favoloso dell'impero ottomano assicurarono, da allora, la fama del dipinto.
A partire da Marcel Proust, che, nella "Recherche", presta all’amico Bloch "le sopracciglia circonflesse, il naso ricurvo, gli zigomi sporgenti" del ritratto del Sultano e ne fa uno dei dipinti più amati da Swann.

Il ritratto è affascinante; è la prova di un artista che tenta di conciliare due diverse maniere di rappresentazione: la veridicità del volto e l’aulicità, quasi da icona, dell'ambientazione.
Ma rappresenta anche la testimonianza visibile di un momento di contatto, di un periodo breve e irripetibile in cui un pittore, era stato il ponte tra due mondi.







sabato 9 aprile 2011

La Settimana della cultura





Bene: anche quest'anno - ed è il tredicesimo- siamo partiti.


Da oggi e fino al 17 aprile sarà la Settimana della cultura.
Chi va al link del Ministero dei Beni Culturali può vedere quali sono le manifestazioni regione per regione.
Musei, istituzioni, palazzi, conservatori musicali, teatri... aprono le porte e tutto è gratis.
Io, che in un museo ci lavoro, so che aspettiamo questo periodo come una festa.

I problemi ci sono, e tanti, ma il museo non è solo un luogo di conservazione, il museo è fatto per aprirsi al pubblico, per parlare ai visitatori.
Il museo ha bisogno di gente, ha bisogno di farsi conoscere.
Ferrara : Palazzo Prosperi Sacrati e Palazzo dei Diamanti

Non si deve mai dimenticare che il patrimonio culturale è di tutti e, visitando un museo, si vista qualcosa che è nostro, che rappresenta le nostre radici, la nostra storia.
È lo stesso per gli scavi archeologici, i teatri, i giardini, per tutti i luoghi del nostro patrimonio d'arte.

Sono previste visite guidate, conferenze, concerti, mostre.
L'intento, almeno il mio, è anche di far capire che forse con la cultura non si mangia, ma, di certo, si vive meglio.









Nel 1904, in una lettera diretta all'amico Robert de Montesquiou, Marcel Proust definiva l'Italia una "terra inestetica" .
L' Italia- precisava -  è piena di opere d'arte " ma non sa amarle ...e meno che mai conservarle, distrugge pezzo per pezzo i suoi palazzi più belli, per venderne i pezzi assai cari, per cupidigia o, addirittura, per niente, per ignoranza del loro valore".

Oggi avrebbe detto che allo stesso modo distrugge il paesaggio, le città, i centri storici.
Parole amare, a cui chi fa il mio lavoro cerca di dare una risposta,
La prima è quella dell'importanza di conoscere: "conoscere per conservare" era, qualche anno fa, un'idea  che circolava, un principio importante.
Per me è ancora fondamentale.



La "Settimana della cultura" è un buon mezzo per approfondire questa conoscenza.



martedì 5 aprile 2011

Le "Marie sterminatamente piangenti": il Compianto di Santa Maria della Vita a Bologna.




Quando i miei amici vengono a trovarmi a Bologna, per prima cosa, li porto in via Clavature, dietro piazza Maggiore, nella chiesa di santa Maria della Vita. La cappella è quella a destra dell’abside.
Andiamo a scoprire un’opera che conosco bene, perché ho partecipato al restauro che fu eseguito anni fa e alla mostra che ne illustrò i risultati.
Non so se le foto riusciranno a suscitare la meraviglia e la commozione che, spesso, ho osservato sui volti di chi la vede per la prima volta.
Di certo, potranno essere un invito alla visita.




Sette sculture,in terracotta, di altezza quasi al naturale, sei personaggi che piangono il corpo di Cristo morto: sono Nicodemo, Maria di Salome, la Madonna, san Giovanni, Maria di Cleofa e la Maddalena.
È la scena del Compianto.
Il Cristo è stato deposto dalla croce e giace a terra su un cataletto.
Gli astanti, quelli che erano presenti e che lo hanno visto morire crocifisso, possono lasciare libero sfogo alla loro sofferenza: possono piangerlo insieme.
È il dolore che è al centro della rappresentazione.E ciascun personaggio lo vive in modo diverso.

Quello del San Giovanni è un dolore virile, composto, senza lacrime.
La Madonna, raccolta in se stessa, si stringe le mani all’altezza del petto.
Le tre Marie si abbandonano al sentimento: Maria di Salome stringe le mani sulle ginocchia,  conficcando quasi le unghie nella carne, Maria di Cleofa, fa un gesto come per respingere la vista del corpo, Maria  Maddalena è quella che concentra su di sé tutta l’espressione e la forza di un’emozione aspra e violenta.
È come se toccasse, nella sinfonia dolorosa, la nota più alta, il suono più acuto: accorre, con il mantello agitato dal vento.
E urla che par di sentirla.

Tutte le bocche sono aperte in un grido che sembra differente in ognuna: dal muto e soffocato al lancinante. 
Come le prefiche a un funerale pagàno o nella tradizione ancora viva del Sud Italia - e sappiamo che lo scultore arrivò a Bologna dalla Puglia- le donne manifestano, senza freni, la loro sofferenza.



Le “Marie sterminatamente piangenti”: le definisce, nel 1686, nella sua guida di Bologna, Carlo Cesare Malvasia.
Il materiale, la terracotta, è tipico della regione, dove erano assenti la cave di pietra e di marmo: i gruppi dei Compianti vi trovarono diffusione per tutto il ‘500.
La Chiesa, dopo la Controriforma, giudicherà troppo esplicite ed eccessive queste manifestazioni dolorose e le sculture, spesso, saranno allontanate dalle chiese.

Il Compianto della Vita, prima di essere ricollocato, in una cappella, alla fine dell'800, finirà addirittura all’esterno, in una nicchia che affacciava sul mercato. Qui sarà visto da Gabriele D’Annunzio, che ne darà una delle sue descrizioni più potenti, cercando di evocare a parole il “dolore furiale” delle Marie.
Lo scultore è  noto con il nome di Niccolò dell’Arca dalla sua opera più importante: l’Arca dove si conserva il corpo di San Domenico. Non è certo un incolto: lo dimostra la ricercatezza della firma “Opus Nicolai de Apulia”, incisa, in lettere capitali umanistiche, sul cuscino dove poggia la testa del Cristo.
E poi doveva sicuramente conoscere la scultura classica, soprattutto quella che nei sarcofagi raccontava del dolore sfrenato delle Menadi. Prende a modello questo motivo pagàno per raffigurare il dolore, sacro e umano allo stesso tempo, del pianto sul corpo del Cristo.


La sua tecnica è stupefacente, se si pensa che dal restauro è risultato che le sculture –cave all’interno e non lavorate sul retro – furono per lo più cotte in due soli pezzi.

Il manto della Maddalena è una prodezza, difficile da riprodurre anche attualmente, per il  rischio che corre di  spezzarsi al momento della cottura.

I colori - in origine le sculture erano policrome - ne accentuavano la violenza espressiva: la tecnica pittorica utilizzata è affine a quella dei dipinti e prevedeva un’esecuzione con strati sovrapposti e velature che dovevano conferire un tono traslucido e vivissimo.
Un artista straordinario, dunque, uno dei più importanti del Quattrocento.

Sulla datazione del gruppo molto si è discusso.
Gli studiosi tendono a collocarlo a una data intorno al 1480, ma a me sembra che si debba prestare maggior fede a un documento seicentesco, spesso contestato, che testimonierebbe la consegna delle sculture alla chiesa, il 5 aprile del 1463.
Sono sculture legate al ricordo della Passione di Cristo, al momento più doloroso, al pianto, di chi ancora non sa, a una sofferenza che cesserà solo alla notizia della Resurrezione e, nel 1463, il 5 aprile era un venerdì santo.




venerdì 1 aprile 2011

Rousseau e l'incantatrice di serpenti.





Emilio Salgari scrive di Sandokan e dei pirati della Malesia, nel chiuso della sua casa, basandosi su un Atlante geografico.
Henri Rousseau (1844-1910) dipinge le sue giungle tropicali, traendo ispirazione dalle serre del Jardin des Plantes di Parigi.
Tutt'e due viaggiano con la fantasia.

L'altrove è nella loro capacità di immaginare.



In un paesaggio dalla vegetazione rigogliosa, una donna nera, nuda, vista in controluce, incanta col suono del flauto i serpenti che emergono dall'erba fitta e si dirigono ai suoi piedi.
Uno è avviluppato al collo, mentre un altro si distacca, come animato, da un ramo di un albero; lo sfondo, i fiori, il fiume, l'uccello - un fenicottero - sono bagnati dalla luce di un chiaro di luna.
Solo la donna è in ombra, con i capelli lunghi, sciolti e gli occhi che brillano.

Henri Rousseau,soprannominato "le douanier", il doganiere, era impiegato al dazio di Parigi, quando cominciò a dipingere. Era un autodidatta, un “naif", come venne definito.
All'inizio, osteggiato e ridicolizzato per la puerilità della sua pittura, verrà, invece, riscoperto nei primi anni del '900. 
Gli artisti d'avanguardia, dallo scrittore Alfred Jarry, a Picasso e Apollinaire, trovano in lui la purezza e l'innocenza dell'arte “primitiva” e, soprattutto, la possibilità di fare pittura, liberi dalle regole e dall'obbligo di una formazione accademica.
I surrealisti, più tardi, vi vedranno la dimensione, per loro fondamentale, della poesia e del sogno.

Il dipinto, commissionato dalla madre del pittore Robert Delaunay, nel 1907, è una rappresentazione senza tempo e senza spazio, bidimensionale, senza alcun riferimento prospettico.
I colori sono intensi, le forme nette.
Ogni albero, ogni foglia, ogni dettaglio dei rami e dei tronchi è eseguito meticolosamente, con strati di colore sovrapposti, in cui dominano i toni del verde che, da soli, danno il senso della profondità.


Se non fosse per le ondulazioni orizzontali  dell'acqua, appena accennate, tutto sarebbe fisso, immobile.
Anche  la ricchezza della vegetazione, insieme, accurata e fantastica, suggerisce la magia di un istante sospeso, di una natura ammaliata dal suono incantatore del flauto.

Un senso di  inquietudine, però, pervade,la scena.
I serpenti, gli alberi e le piante lussureggianti rievocano il giardino dell'Eden, Eva e il peccato originale.
Il controluce e l'ombra che grava sulla donna suggeriscono la sensazione oscura di un maleficio, di una sensualità femminile fascinosa e perturbante.

Non tutto è sogno, innocenza  e pace nei dipinti di Rousseau.