Perché proprio gli asparagi e non piuttosto le zucchine, i cetrioli o i cavoletti di Bruxelles, è difficile a spiegarsi. Eppure Luigi XIV, il Re Sole, li considerava, più che una prelibatezza, un vero e proprio invito all'amore. Eppure sono stati descritti, con parole ispirate, da Marcel Proust e, sia pure per paradosso, paragonati all'immortalità dell'anima da Achille Campanile.
Eppure anche il solitario asparago, protagonista del piccolo dipinto (16x20cm) di Edouard Manet, ora a Parigi, al Musée d'Orsay, ha una storia. Ed è una gran bella storia.
Siamo intorno al 1880. Il protagonista è Charles Ephrussi, banchiere, grande intenditore d'arte, collezionista di quadri impressionisti e direttore della "Gazette des Beaux Arts". Un uomo dal gusto sicuro e raffinato; uno dei modelli del personaggio di Swann nella "Recherche" di Proust.
Ephrussi commissiona a Manet una natura morta, un mazzo di asparagi (oggi al Walraf-Richartz Museum di Colonia).
Chiede il prezzo e Manet domanda ottocento franchi. Ephrussi gliene dà mille, dicendo che, per un dipinto, non è abituato a pagare di meno.
Come sdebitarsi in maniera elegante?
Manet è uomo di mondo, spiritoso, divertente, le sue battute ironiche fanno il giro di Parigi: la maniera la trova. Dipinge questo unico asparago e lo manda a Ephrussi con un biglietto "Il en manquait une à votre botte: Ne mancava uno al vostro mazzo".
Una battuta, una strizzatina d'occhio e ci consegna, come un cotillon, un piccolo capolavoro.
Nell'ultimo periodo della sua vita la natura morta diventa per Manet un soggetto privilegiato, un omaggio alla pittura degli artisti spagnoli che ama tanto, o a quella settecentesca di Chardin che ha nobilitato gli umili oggetti del quotidiano.
Di nature morte ne ha inserite sempre nei suoi dipinti, ma, ora, gli oggetti della vita di tutti i giorni, fiori, frutta, pesci diventano protagonisti.
E ne dipinge spesso, anche solo per se stesso. Invia un quadretto con un mazzo di viole a Berthe Morisot per scusarsi di aver venduto il suo ritratto. Oppure, quando è lontano da Parigi, inserisce piccoli acquerelli nelle lettere agli amici, dipingendo semplicemente quello che vede dalla finestra o nel giardino.
E di nature morte comincia ad esporne sempre più spesso, tanto che qualche detrattore - e ce ne sono - lo qualifica, ormai, di "eccellente ritrattista di meloni".
Nessun simbolismo, né teorie filosofiche. Manet ha sempre amato dipingere la vita di tutti i giorni: è quella che ha raffigurato nei suoi quadri e che, spesso, ha fatto scandalo. Una "Venere" ridotta a prostituta nell'"Olympia", il "Concerto campestre" di Giorgione e Tiziano che diventa una specie di pic -nic tra amici nel "Deujeuner sur l'herbe".
Ora, con le sue nature morte, è come se varcasse un'altra frontiera.
A questo punto, davvero, non è più il soggetto che conta. Quello che vale è la pittura in sé.
"Il vizio principale di Manet è una sorta di panteismo per cui, nella sua pittura, accorda la stessa importanza a una testa che a un paio di ciabatte e, a volte, si interessa di più a un mazzo di fiori che alla fisionomia di un viso": scrive, nel 1880, il critico d'arte di "Le Figaro".
"La natura morta è la pietra di paragone del vero pittore" e "Un pittore può dire tutto con i frutti, i fiori, o anche soltanto con le nuvole": replica Manet.
Si, ma tra fiori, frutta, nuvole e asparagi ce ne corre.
Non è così: per Manet non c'è alcuna gerarchia. È capace di trasformare in pittura tutto quello che vede
Magari, quando Charles Ephrussi gli ha richiesto una natura morta, lo sguardo gli è caduto su un bel mazzo di asparagi, che era lì, in cucina, appena comprato al mercato.
E allora perché non dipingerlo? Così, di getto. Tanto quello che conta è la luce, il variare dei verdi, il giallo dorato delle cordicelle, il tocco di violetto delle punte, o il marrone dello sfondo.
Un comune ortaggio è diventato un'opera d'arte.
Così, dipingere un solo asparago, per saldare il suo debito con Ephrussi, gli deve esser sembrata una nuova sfida. Le sottili sfumature del bianco su bianco, il gambo che diventa quasi diafano in confronto alla superficie del tavolo, le pennellate ora spesse ora sottili, e, perfino, la firma ridotta a elemento decorativo, quasi un ideogramma giapponese, ci dicono che quella sfida l'ha vinta.
Un comune ortaggio è diventato un'opera d'arte.






