Una tela di Paolo Uccello (1397-1475), ora alla National Gallery di Londra: un cavaliere, una giovane principessa, un drago e una storia che sembra una favola.
Sullo sfondo di un paesaggio ben ordinato, di fronte a un'oscura caverna che sembra quasi fatta di cartapesta, un cavaliere in armatura, su un cavallo bianco bardato di rosso, ha appena colpito all'occhio un drago verde con ali variopinte a metà tra pipistrello e farfalla e due massicce zampe complete di artigli.
Il drago, malgrado l'espressione bellicosa, si lascia tenere al
guinzaglio da una esilissima damina tutta
elegante con la sua bella sopraveste rosa e le scarpe rosse a punta. Nel cielo
azzurro, dove si intravede ancora uno spicchio di luna, compare, sulla destra, un vorticoso nuvolone nero.
La storia è quella di san Giorgio, tratta da quello straordinario testo medioevale che è la "Legenda
aurea" di Jacopo da Varagine. Una raccolta di vite dei Santi così piene di prodigi e di avventure da rivaleggiare-
non fosse per i tanti martiri- con le vicende dei più appassionanti romanzi cavallereschi.
Un drago, dal fiato così venefico da scatenare morte e distruzione, vive in una caverna presso una città della Libia. Gli abitanti terrorizzati, pur di non essere sterminati tutti, decidono di nutrirlo, sacrificandogli giovani estratti a sorte. Alla fine, tocca addirittura alla figlia del re.
Per fortuna si trova a passare da quelle parti un cavaliere, san Giorgio appunto, che, dopo aver ascoltato il racconto della principessa, salta sul suo cavallo, si fa il segno
della croce, e dà l'assalto al drago, ferendolo con
la lancia.
Fin qui è storia nota.
Fin qui è storia nota.
Ma, se continuiamo a leggere, ecco un colpo di scena: San Giorgio non uccide il drago, anzi, prosegue la "Legenda": "dice alla fanciulla: getta la cintura tua attorno
al collo del dracone, o figliuola, senza alcuna dubitatione. La qual cosa
avendo lei facto seguitavala el dracone, come fosse un agnello mansueto".
Il racconto continua con lo strano trio che arriva in
città e con San Giorgio che dichiara di uccidere il drago a patto che tutta la popolazione si converta al cristianesimo. Segue l'inevitabile battesimo di massa
e poi,
finalmente, l'uccisione del drago- a quel punto davvero stremato-
con un misericordioso colpo di spada.
Il drago al guinzaglio non è, dunque, un’invenzione di quell'"ingegno sofistico e sottile", che, secondo la definizione di
Vasari, era Paolo Uccello.
Sua è piuttosto l'idea di scegliere di rappresentare non il momento del combattimento, ma quello immediatamente successivo, togliendo alla scena gli elementi più drammatici e violenti.
Siamo intorno al 1470 e Paolo Uccello che ha già più di settant'anni si lamenta nella Portata al Catasto (la dichiarazione dei redditi di allora) di essere vecchio e solo: probabilmente non ce la fa più a gestire una bottega, ma lavora in casa, con l'aiuto del figlio, a dipinti di dimensioni ridotte.
Quell'uomo timido e mite, secondo Vasari, sembra ormai talmente "strano e malinconico" da essere diventato quasi "salvatico".
Non si sa chi gli commissioni la tela col San Giorgio, né perché ritorni a raffigurare un soggetto che ha trattato già due volte (qui e qui).
Quello che si intuisce è che ha ancora voglia di dipingere e di riaffermare il suo stile, dominato da quella passione per gli studi matematici e prospettici che lo ha accompagnato per tutta la vita. Una passione talmente ossessiva da farne un isolato, sempre assorto in se stesso e con pochi contatti con gli altri.
Quello che si intuisce è che ha ancora voglia di dipingere e di riaffermare il suo stile, dominato da quella passione per gli studi matematici e prospettici che lo ha accompagnato per tutta la vita. Una passione talmente ossessiva da farne un isolato, sempre assorto in se stesso e con pochi contatti con gli altri.
La "dolce prospettiva" che tanto ama e che continua costantemente a indagare non è, però, quella con un unico punto di fuga, elaborata a Firenze nei primi anni del secolo e che ha rivoluzionato il modo di fare pittura e di vedere il mondo (come qui, per esempio)
Per lui la "prospettiva" significa, invece, moltiplicare gli scorci e i punti di fuga, trovando soluzioni sempre diverse per collocare le sue figure in uno spazio irreale che obbedisce a regole matematiche proprie e per dare alle sue rappresentazioni l’apparenza di una favola senza tempo.
Come nel "San Giorgio" dove l'ambientazione astratta gli consente di scegliere il momento più improbabile del racconto con il drago malefico che si tramuta in un innocuo e mansueto animale domestico trattenuto solo da un laccio di seta.
Il Santo, senza aureola, diventa un prode cavaliere dall'armatura rilucente, il focoso destriero sembra trasformarsi nel cavallino di legno di una giostra, il paesaggio selvaggio diventa un giardinetto curato con una tale pignoleria da ridurre a forma geometrica ogni aiuola.
Anche la presenza divina- indispensabile in ogni storia religiosa che si
rispetti- è appena accennata nel vortice, o meglio, nella spirale perfetta al centro della
nube che- proprio sopra la lancia- incombe sul santo.
I personaggi, dai colori vivaci e irreali, talmente privi di consistenza da non fare nemmeno ombra, sembrano composti della stessa sostanza lieve dei suoi sogni, in un istante sospeso nel tempo e nello spazio: quel vecchio mago solitario ha operato, ancora una volta, il suo incanto e, sotto il suo pennello, la storia di san Giorgio si è trasformata in poesia.
+part.jpg)



+-+Copia.jpg)
