Sarà stato il caldo di questo agosto, saranno stati i post sull'Estonia pubblicati nel blog di un'amica, fatto sta che, mai come in questo periodo, mi sono sentita attratta dagli ampi e aperti paesaggi del Nord.
E che questo sia un paesaggio nordico non c'è dubbio. Il grigio, il blu, la luce chiarissima evocano, subito, la bellezza fredda e pura di certi spazi scandinavi:
Solo la massa scura delle rive boscose e una piccola isola interrompono la superficie liscia dell'acqua cristallina di un lago, segnata da lunghe scie argentate e appena increspata dal vento. I riflessi bianchi delle nuvole, la luminosità quasi abbagliante, la severità, il silenzio e la maestosità del luogo suscitano un sentimento di sospensione incantata. Rendono labile il confine tra sogno e realtà.
Siamo nel 1905, sul lago finlandese di Keitele, dove il pittore Akselli Gallen-Kalella (1865-1931), alla ricerca di nuovi orizzonti e di territori sempre più isolati, si è fatto costruire, in mezzo ai boschi, una casa-atelier, lontana da ogni centro abitato.
"Ho scoperto il posto più adatto al mio carattere. -scrive nel suo diario- Qui siamo completamente soli, non ci sono strade, la luminosità del cielo e la magia delle foreste hanno un'intensità, che non ho mai trovato altrove". In questa solitudine, si fa affascinare dalla riscoperta delle leggende della sua terra, come l'epopea di sortilegi e di avventure del"Kalevala". Nei suoi paesaggi rimane un'eco della magia di quei miti, tanto che c'è chi ha visto nelle scie, che solcano l'acqua del lago del dipinto, una traccia del passaggio della barca incantata dell'eroe dell'antico poema.
Gallen-Kalella è stato uno dei più importanti artisti finlandesi: amico di un musicista come Sibelius, protagonista della lotta di indipendenza della Finlandia dalla Russia e aggiornato su tutti i movimenti artistici europei. Una recente mostra a Parigi, al Musée d'Orsay, ne ha ricostruito tutto il percorso artistico (QUI è il link).
Un pittore, certamente, interessante. Ma, in qualche modo, l'emozione che provoca quest'immagine può anche prescindere dalla conoscenza dell'autore.
C'è, in questo dipinto, un'intensità profonda che induce alla soggezione e al rispetto. Mi ha riportato all'atmosfera di certi paesaggi nordici, che ho incontrato nei miei viaggi, quando si ha l'impressione che la terra finisca, che rimangano solo acqua, luce e cielo e che qualcosa di sacro ci circondi. Un'emozione intensa e difficile a esprimere.
A volte commenti e parole possono essere superflui e, allora, è meglio lasciarsi andare alla suggestione dell'immagine, accompagnata, magari, dalla musica. E ognuno può trovare la colonna sonora più adatta.
Per me, è stato il suono puro e nitido del sassofono di Jan Garbarek (QUI è il link)
"Il lago Keitele", olio su tela, cm 53x66, è conservato alla National Gallery di Londra
In questi giorni ho pensato molto a come può finire un amore. Niente di personale (per fortuna), né tanto meno l'idea di trasformare "Senza Dedica" in una posta del cuore (anche se...).
Tutto nasce da una bella recensione nel blog amico di Scarabooks di un libro di Marcelle Sauvageot "Lasciami sola" (QUI è il link)
Una lettera d'addio, il dolore, un testo limpidissimo e sofferente.
Una maniera di vivere la fine di un rapporto, ma non l'unica.
A tutti (o quasi) è capitato, in amore, di essere lasciati. Con una lite, una telefonata, una lettera, un SMS, perfino un telegramma. Ed è sempre un trauma.
C'è chi piange tutte le sue lacrime
C’è chi scrive lettere di rimpianto e di dolore.
C’è chi si rifugia nella consolazione degli amici, chi si dà ai viaggi, chi mangia chili di torta Sacher.
C’è chi, come Sophie Calle, sulla sua delusione d'amore, crea un’opera d’arte.
Sophie Calle è una delle figure di spicco dell’arte contemporanea francese.
Da anni la sua specialità è quella di abbattere le barriere tra pubblico e privato e di fare della sua vita, dei suoi momenti più intimi, il materiale delle sue opere
Può fotografare il sonno degli ospiti (si spera consenzienti) che si fermano a casa sua, può ingaggiare un investigatore e pubblicare tutta la documentazione che ha raccolto su di lei, può fare di se stessa il personaggio di un libro dell’amico scrittore Paul Auster o decidere di rendere pubblico un video, in cui assiste agli ultimi momenti di vita di sua madre.
Con una libertà insolente e impudica, fa in modo che ogni situazione, anche la più segreta, diventi un atto artistico.
Lavorando sulle sue esperienze di vita e imponendole, in qualche modo agli spettatori, cerca la loro condivisione: si può dissentire, ci si può commuovere, si può protestare, ma non si può rimanere indifferenti. Nella sua vita, come nelle nostre, c'è di tutto: l'amore, la felicità, il dolore, il lutto. E tutto viene esibito.
Anche a lei è successo di esser lasciata.
In maniera inattesa, via email
Un messaggio d'addio, ben scritto, educato, firmato G., con le solite giustificazioni, le inutile profferte d'affetto, l'inevitabile richiesta di rimanere amici, che termina con le parole" prenez soin de vous ".
“Prendetevi cura di voi", come si usa tra francesi bene educati, che continuano a darsi del voi anche al culmine della passione amorosa.
E lei cosa fa, ci piange su? Macché!
Lo rende pubblico, costruendoci sopra un'esposizione che, partendo dalla Biennale di Venezia del 2007, ha fatto il giro del mondo e ancora viene replicata e scrivendoci un libro dalla sfacciata e provocatoria copertina rosa shocking.
Il titolo? "Prenez soin de vous", ovviamente
L'idea è quella di chiedere a 107 donne di tutte le eta (dalla scolara delle elementari, alla pensionata) e di tutte le condizioni (dalla clown, alla veggente, all'artista...) di mettersi al suo posto e di commentare il messaggio d'addio.
Ed ecco che la lettera viene trattata in centosette modi diversi.
Tradotta, in codice a barre, in alfabeto braille, o in latino dalla latinista
Ridotta a origami dall'amica giapponese
Trasformata in sentenza dalla giurista
Sottoposta alla sessuologa che ritiene ormai inutile ogni prescrizione
Analizzata dal punto di vista lessicale dalla linguista
Interpretata come un testo talmudico dall’esperta in esegesi ebraica
O trasformata in cifre dalla contabile
Può diventare un cruciverba, con tutta la storia d’amore riassunta nelle definizioni orizzontali e verticali
Può essere rappresentata in un fumetto,
Ridotta a documento d'inchiesta dalla commissaria di polizia
O a bersaglio per la carabina di una tiratrice.
C'è la ballerina classica, che preferisce danzarla, come in un balletto,
O la danzatrice indiana, che sembra mimarla con movenze lente e aggraziate
C'è chi la lettera la canta, con voce da soprano, chi la suona con un accompagnamento rock
C’è chi la legge: grandi attrici, comme Jeanne Moreau, che la recita in una stanza semibuia, o Victoria Abril, che la declama da un letto che sembra una scenografia di Almodovar
Oppure è resa irresistibilmente comica, se declamata da Luciana Litizzetto, mentre taglia le cipolle in cucina.
E, finalmente, può essere lacerata e mangiata dalla pappagallina Brenda.
Centosette maniere di esporre il messaggio ai visitatori della mostra: i testi o le fotografie delle donne che commentano, mentre i video scorrono e voci differenti leggono, in maniera diversa, le stesse parole.
Centosette maniere di sentirsi complici.
Centosette maniere di esorcizzare il dolore.
Il messaggio di addio si frammenta in mille briciole, si depura, mano a mano che viene letto, trasformato, toccato.
Sfuma nella ripetizione dei gesti, dei rituali, diventa neutro: parole qualsiasi che non feriscono più. E, in fondo, in fondo, si arriva provare una strana e inaspettata simpatia nei confronti del signor G., che ha accettato di essere “cannibalizzato”, senza replicare (ed è a lui, ovviamente, che Sophie Calle ha dedicato il libro e l'esposizione).
Alla fine, ci si può interrogare sul ruolo consolatorio dell'arte, sui confini tra pubblico e privato, e anche se questa si possa considerare o meno un'opera d’arte.
Dopo aver visto la mostra, qualche tempo fa, ho cominciato a seguire, con grande interesse, il percorso artistico di Sophie Calle.
Ma, soprattutto, ho appreso una lezione su come superare una delusione amorosa.
Perché ho capito che la vendetta, in amore, è un piatto da consumare con l’ironia.
Due mostre di Sophie Calle si tengono attualmente in Francia, molto diverse, eppure tutt’e due emozionanti: una ad Arles con una serie immagini di persone, che, per la prima volta, vedono il mare. Nesssuna parola, nessun gesto (tutti sono ripresi di schiena) solo il rumore dell’Oceano e la commozione di condividere un momento irripetibile (QUI è il link)
L’altra mostra si tiene ad Avignone ed è dedicata alla morte della madre, Rachel Monique, ai gesti e ai rituali del lutto e alle ultime immagini, riprese, in un video, fino alla fine (QUI è il link)
Due immagini di dipinti, dal tono smorzato di certe vecchie foto virate seppia, che ho ritrovato, per caso, in un cassetto. Mi è parso che raccontassero una storia sommessa: il contrasto con i colori fragorosi, i suoni e i rumori frastornanti di questi giorni d'estate era talmente evidente che, forse, proprio per questo, mi hanno incuriosito.
Il primo è un pastello con una gentildonna dall’apparenza intimidita in abiti settecenteschi.
Quando l'ho vista, mi è parso subito che avesse un'aria familiare.
Mi è bastato pensarla in un sobrio tailleur e con un filo di perle, anziché in pizzi e crinoline, per ritrovare la fisionomia di una di quelle parenti affidabili, che compaiono negli album di famiglia, una di quelle "zie" di una volta, abituate a vivere riservate e in disparte.
Invece, è l'autoritratto della pittrice più famosa della sua epoca, celebrata in tutta Europa come "la regina di Venezia": Rosalba Carriera (1675-1757).
Al tempo del dipinto, ha una quarantina d'anni.
Una gran bellezza non lo è mai stata e lo sa. Sceglie, allora, di rappresentarsi così com'è, senza lusinghe, vestita con un'eleganza sobria, che non rinuncia, però, alla seta, ai merletti e neppure alla civetteria di un fiore nei capelli incipriati.
Sta mostrando, come se lo avesse appena finito, il ritratto della sorella Giovanna, la sua collaboratrice più fidata.
Il gesto è orgoglioso- il dipinto è destinato alla prestigiosa collezione dei Medici- ma l'atmosfera è di un grande riserbo. Nessuna ostentazione: anche se allora, è all'apice della fama, preferisce raffigurarsi con discrezione. I colori sfumati dei pastelli sembrano avvolgerla nella stessa leggera foschia di quel velo di cipria che, all'epoca, ovatta e ammanta tutto.
Soltanto a stento e ben nascosta, dietro la sua espressione seria e concentrata, si può intravedere la fierezza di chi sa di aver percorso una lunga strada.
Chissà che non ripensi ai suoi inizi a Venezia, una ventina d'anni prima, quando la sua abilità nel dipingere i coperchi d'avorio di quelle tabacchiere, che ogni gentiluomo elegante portava nel taschino, le ha aperto le porte del gran mondo.
Sono stati proprio i ricchi turisti stranieri, che affollano le calli e le piazze veneziane, gli acquirenti delle sue ricercate tabacchiere, a rivelare il talento di quella giovane modesta e silenziosa. Hanno scoperto in lei una ritrattista nata, capace di usare, con rapidità e maestria, i colori a pastello. I maneggevoli bastoncini le consentono di dipingere ovunque, direttamente su carta, senza disegno preliminare, né pose lunghe e spossanti e di rendere le fattezze di un volto, come l'aspetto cangiante della seta o il candore spumoso delle trine.
Sfumati con abilità, possono diventare una sorta di lifting pittorico che spiana le rughe e i segni della pelle.
L'ideale per una clientela ricca e raffinata.
Rosalba è precisa e veloce: i suoi pastelli vanno a ruba.
Se si volesse vantare, direbbe, che sono diventati una moda, che da Venezia dilaga nelle capitali di tutta Europa. Potrebbe raccontare dei viaggi che ha fatto, con la sua scatoletta di colori, e dell'autonomia che lei, donna sola, si è saputa conquistare. Potrebbe anche esaltarsi per le tante onorificenze che ha ricevuto e per l'ammissione a prestigiose Accademia di pittura, pur praticando un genere considerato secondario come quello dei ritratti.
O divertirsi a citare i nomi degli esponenti più brillanti della società mondana e cosmopolita che le sono sfilati davanti: aristocratici, prelati, ma anche attori famosi, artisti o ballerine, che lei ha imparato a intrattenere con conversazioni colte, condite di musica e di letteratura.
Potrebbe rievocare il trionfo del suo soggiorno a Parigi quando tutti si sono messi in fila per avere un suo ritratto, da un pittore come Watteau, allo sdegnoso adolescente destinato a diventare Luigi XV.
Ce ne sarebbe da inorgoglirsi e da sfoggiare! Ma lei, no.
Se ha un vanto è quello di essere rimasta una "dama onesta" che ha fatto carriera col suo lavoro. Nella sua vita, nessuno scandalo: non ha un passato turbolento, né ha mai suscitato passioni proibite.
Poche frivolezze: qualche ballo, coperta e quasi nascosta da un ampio domino nero, rare feste, discorsi ammodo in qualche salotto buono. Lontana dalla fatuità, ma anche dal fascino sulfureo e scintillante, di quel Settecento stuzzicante e libertino, di avventurieri e dame di dubbia moralità, che le passa accanto. Lei continua a osservarlo dal di fuori, a illustrarlo con le sue tinte lievi e a descriverlo, ogni tanto, nel suo diario. Forse con la malinconia di un rimpianto.
Anche la seconda immagine è un autoritratto.
Sono passati trent'anni dal primo. Ora Rosalba ha quasi settant'anni ed è rimasta sola, dopo la morte della sorella. È ritornata a Venezia e sa che i suoi occhi malati le impediranno, tra un po', di dipingere. Stavolta si raffigura in una posa classica, all'epoca di gran moda, con la testa cinta di una corona d'alloro, sotto le sembianze della "Tragedia".
Sembra che abbia ceduto alla lusinga di incoronarsi come una celebrità, sia pure sotto il pretesto di un travestimento letterario.
La sincerità, con cui si rappresenta, è, però, la stessa del suo primo autoritratto. Si raffigura, senza addolcire i tratti del volto, con i capelli bianchi e lo sguardo stanco e quasi perso nel vuoto.
Ma con una grande dignità.
È con un estremo pudore che ci offre la sua meditazione sullo scorrere degli anni, sul tramontare della fama e sulla sua solitudine.
Garbatamente e senza enfasi, ci parla di malinconia e di vecchiaia, affidando, come sempre, le sue emozioni alle sottili gradazioni delle sue tinte.
E dimostra, da grande artista, che i sentimenti più intimi si possono raccontare senza alzare i toni, con la stessa levità dei colori pastello.
Un bel libro, da poco uscito, ripercorre la vita e la carriera di Rosalba Carriera: V.Casarotto, Il segreto dello sguardo. Le memorie di Rosalba Carriera, prima pittrice d'Europa, Colla Editrice 2012. QUI è il link
"Il faut être léger comme l'oiseau et non comme la plume" (P. Valéry)
Un inverno gelido. Lo sfondo di colline e di luce rosata. Su un lago ghiacciato, si staglia la sagoma nera di un gentiluomo in cappotto e cappello. Il volto, di profilo, guarda verso l'orizzonte e dal cappello si intravede una folta chioma grigia. Il bianco immacolato del colletto di una camicia spicca sullo scuro della veste.
Ecco, potrebbe essere un ritratto qualsiasi; se non fosse che il gentiluomo, con consumata abilità e senza perdere niente del suo aplomb, sta pattinando.
In realtà è un'immagine ben nota; un'icona riprodotta su poster, puzzle, borse, quaderni. La si trova perfino, come silhouette, sulle finestre della National Gallery of Scotland, dove il quadro è conservato.
Niente di più semplice- o almeno parrebbe- di un dipinto, in cui la rappresentazione sia ridotta all'essenziale, senza niente di superfluo.
Eppure, guardandolo, si prova un leggero sconcerto, come di fronte a certi quadri di Magritte, dove gli elementi più quotidiani della realtà rimandano a una dimensione diversa.
Ma cosa c'è che non torna? Il soggetto, in effetti, non potrebbe essere più chiaro ed è tutto nel titolo: "Il reverendo Robert Walker che pattina"
Il protagonista, stando ai documenti, è un sacerdote presbiteriano (1755-1808), esperto teologo autore di prediche e di sermoni raccolti in impegnativi volumi.
Il pittore, invece, è uno dei più noti ritrattisti scozzesi, Sir Henry Raeburn (1756-1823). Quanto al luogo che è raffigurato esiste davvero ed è il lago di Duddingston vicino a Edimburgo.
L'unico elemento incongruo sono i pattini.
Perché- ammettiamolo- sarebbe più facile immaginare l'austero sacerdote ritratto tra i volumi del suo studio, oppure all'aperto in contemplazione del paesaggio, piuttosto che mentre scivola, con grazia, su un lago gelato.
Eppure, a fine Settecento, in Scozia, il pattinaggio non era solo uno svago.
Lo Skating Club di Edimburgo, dove il Reverendo si era iscritto appena venticinquenne, era il più antico del genere, noto dappertutto per l'eleganza e l'abilità dei suoi pattinatori. I suoi iscritti si ritrovavano sul lago di Duddingston, vicino a Canongate, poco lontano dalla chiesa dove Walker officiava.
Lì, nella pratica del pattinaggio, si cimentava il fior fiore della società scozzese: raffinati e ben vestiti pattinavano insieme avvocati, funzionari pubblici, commercianti, ufficiali dell'esercito o esponenti del clero.
Il Reverendo era riconosciuto come uno dei pattinatori migliori.
Gli avevano giovato gli anni dell'infanzia passata in Olanda, a Rotterdam. Il padre vi si era trasferito per occupare il posto vacante nella Chiesa scozzese e là pattinare d'inverno, lungo la fitta rete dei canali ghiacciati, era, per tutti i ragazzi, un'attività irrinunciabile.
La sua abilità gli avrebbe, certo, consentito di superare, senza probemi, le faticose prove di ammissione al circolo, come quella del saltare tre volte su tre cappelli messi l'uno sull'altro.
Ai suoi tempi, però, per entrare era richiesta solo la velocità. Ma non era poco.
La colta citazione latina,"Euro ocior", più rapido del vento, era il motto inciso nei medaglioni indossati con fierezza dai membri del club. E veloci bisognava andare.
Anche se non richiesta, era, comunque, apprezzata l'abilità nell'eseguire le figure complicate, descritte in"Skating" di Robert Jones, un libro sul pattinaggio appena pubblicato e subito diventato un testo di riferimento. E chissà che il reverendo non l'abbia letto e non si sia provato, magari di nascosto, a pattinare nell'elegante posa del "Mercurio volante", tratta niente di meno che dalla scultura di Giambologna, con un braccio e una gamba alternati levati verso l'alto.
Nel dipinto, però, niente pose plastiche: il reverendo non ha più i venticinque anni di quando si è iscritto al circolo. È in età matura e gli è più consono farsi ritrarre mentre avanza sul lago nella più convenzionale posizione di marcia, con le braccia raccolte sul petto.
Le tinte sfumate dello sfondo contrastano con l'estrema accuratezza, con cui sono trattati, non solo i particolari del volto (con la pelle arrossata dal freddo) ma anche quelli dell'abbigliamento (con la giarrettiera che si intravede al di sotto del cappotto) e con la precisione con cui sono resi i legacci rosa e color cuoio dei pattini o i solchi incisi sul ghiaccio.
La giornata sembra gelida e nessuno turba la serena concentrazione del pattinatore: veloce ed elegante, scivola silenzioso sul lago.
Il fascino del dipinto sta tutto qui: nel contrasto tra il ruolo del protagonista, messo in risalto dalla veste scura e austera e la levità con cui pare avanzare sulla superficie gelata.
Ha la gravità di un uomo di Dio e la disinvoltura di un ballerino, con il sorriso appena accennato sulle labbra.
Grazia, leggerezza e, forse, un pizzico di humor, fanno di un ministro presbiteriano di più di due secoli fa un uomo capace ancora di sorprenderci.
Del reverendo pattinatore tratta il libro "The Skating minister" di L.Gladstone-Millar e D. Thompson, National Gallery of Scotland 2005.
Recentemente il reverendo è stato al centro di qualche polemica: è stata messa in dubbio l'attribuzione del dipinto al più famoso pittore scozzese, Henry Raeburn, ed è stato proposto il nome di un quasi sconosciuto artista francese, Henri-Pierre Danloux (1753-1809): il link è QUI