Ci sono quadri che
nascondono le loro storie meglio di
altri.
Questo, per esempio:
Il dipinto, ora al Louvre, è datato alla metà del Seicento e attribuito al
pittore olandese Samuel Hoogstratten (1627-1678, contemporaneo di Vermeer e
specialista in effetti prospettici.
Il titolo, con cui è noto, è "Les pantoufles, le ciabatte".
In un
nitido interno domestico- un soggetto che, all'epoca andava di gran moda- una
prospettiva rigorosa di soglie e stipiti
di porte aperte, inquadra
un'infilata di stanze, divise da un corridoio. Il senso di profondità è
accentuato dalle mattonelle a losanghe del pavimento e dal gioco di luce e
ombra.
Tutto sembra quieto e tranquillo.
In realtà, se lo si guarda bene, si scopre che la calma è solo apparente.
Si avverte, da
subito, con un po’ di disagio, che, nel dipinto, manca qualcosa: manca qualsiasi
figura umana. Un'assenza che si nota, tanto più che siamo abituati a vedere, nei quadri dell'epoca-
in Vermeer soprattutto- ambienti abitati da giovani donne riflessive,
domestiche indaffarate, o gruppi intenti alla musica o alla conversazione.
E,
poi, abbiamo l'impressione precisa che qualcuno, da quelle
stanze, ci sia appena passato. Ma chi?
Per scoprirlo non resta che varcare la cornice ed "entrare"
nel quadro alla ricerca di indizi.
Subito,
un dettaglio salta agli occhi: le
ciabatte, talmente evidenti da dare il titolo al quadro.
Senza dubbio non sono
lì a caso: sono illuminate, quasi
fosse un proiettore, dalla luce del sole che entra a fiotti nella stanza e disposte proprio al centro della composizione.
In un interno, così immacolato, quelle ciabatte, un po' consunte,
abbandonate per terra, con negligenza, nel bel mezzo del corridoio, sono un
elemento stonato. Ed ecco che quello che,
all'inizio, poteva parere una puro esercizio prospettico sembra,
all'improvviso, animarsi.
Non ci resta che
ripercorrere, di nuovo, quegli ambienti silenziosi e osservare, uno a uno, tutti i dettagli.
Scopriamo, allora, che la scopa non è stata ben riposta, ma lasciata, in bella vista,
appoggiato su una parete.
Il mazzo di chiavi, ha l'aria di essere stato
appena infilato nella serratura della porta e poi dimenticato.
Se entriamo nel
salotto, vediamo che, sul tavolo, c'è un libro chiuso e una candela, posta di traverso sul candeliere, che sembra sia
stata spenta in tutta fretta.
Allora qualcuno, qui, c'è stato davvero!
Ma
perché tanta negligenza e tanta precipitazione?
E dove sarà la padrona di casa? Perché di una donna
si tratta, a giudicare dagli oggetti tipici di occupazioni domestiche
prettamente femminili.
Se proseguiamo nell'indagine, scopriamo che proprio
l'autore, Samuel Hoogstratten, un primo indizio ce lo aveva fornito, niente di
meno che nel suo "Trattato sulla
pittura", dove aveva scritto: "i quadri
migliori sono quelli che hanno un significato istruttivo".
Vorrà dire che,
anche in questo dipinto, un significato c'è. Vale la pena cercarlo.
Rientriamo nel
quadro e, questa volta, lasciamo che sia il pittore a guidarci.
In effetti, se
prestiamo attenzione, vediamo che quello che attira subito lo sguardo è il
quadro, appeso alla parete di fondo del salotto, che spicca, con evidenza, sul
bianco del muro.
Non cerchiamo oltre: la chiave è là.
Il quadro raffigurato non
è affatto di fantasia, ma è la copia,
con qualche variante, dell”Ammonizione paterna" di Gerard Ter Borch. La
tela di Ter Borch, all'epoca, era notissima: ne erano state fatte numerose copie
e stampe da esporre, bene in vista, nelle più dignitose case olandesi. Nel dipinto
un padre, indicando con fare minaccioso
un’alcova rossa, simbolo evidente di peccato, ammonisce la figlia contro il
vizio e la dissolutezza, a cui può condurre l'amore carnale.
Era il soggetto giusto da porre, come monito,
sotto gli occhi delle giovani perbene.
Ecco dove ci
voleva portare il pittore!
Nessun
elemento del dipinto era casuale. Facendo
parlare solo gli oggetti fuori posto, l’artista ha costruito un piccolo
racconto morale –o immorale- perfettamente comprensibile dai suoi contemporanei:
una donna, nella fretta di precipitarsi a un incontro galante, si scorda le chiavi sulla
porta, abbandona le scopa appoggiata al muro e si toglie le ciabatte proprio in mezzo al corridoio.
Spegne anche la candela, alla cui luce stava forse leggendo.
E ora, fuori dal
nostro campo visivo, in un'altra stanza, si dedica a un’illegittima attività amorosa.
Presa dalla passione, ha scordato le sue più elementari incombenze: una condotta, all'epoca, davvero riprovevole. Preferire
le vane gioie d'amore alle sagge occupazioni domestiche non era degno di una
donna onesta.
Quella che il pittore ha abilmente suggerito, col suo gioco di
indizi, è una sottile lezione di comportamento,
destinata a qualche casalinga inquieta, a rischio di cadere in tentazione.
Nessun
mistero, dunque, tanto che, a questo punto, potremmo pure proseguire il racconto con un pizzico di pepe e di dettagli
piccanti.
Meglio di no! Ora che tutto è chiarito, la cosa migliore da fare è
uscire in silenzio dal quadro, senza
dimenticare di chiudere, con discrezione, la porta d'ingresso.
Su questo dipinto il museo del Louvre ha organizzato una bella iniziativa didattica: QUI è il link alla descrizione del progetto.













