venerdì 14 novembre 2014

TwittArte: parlare d’arte su Twitter con Art-B Tweets



C'è qualcosa di nuovo tra i blogger d'arte:#artbtweets!

Lunedì 17 novembre, dalle 21,30 alle 22,30, su Twitter prenderà il via una chat d’arte:  Art-B Tweets (#artbtweets è l’hashtag ufficiale), nata da un'idea condivisa da diversi blogger d’arte.
L’intento  è quello di creare su Twitter un luogo di discussione e di scambio sull'arte e sulla maniera di comunicarla. 
Quelli che frequentano Twitter sanno bene che in altri settori, dai viaggi, alla cucina, alla politica, le chat sono molto diffuse e coinvolgono una marea di utenti. 
Finalmente, da lunedì 17 novembre, ci sarà anche una chat specifica sull'arte.



Ogni lunedì, i blogger, che hanno deciso di dare vita al progetto, proporranno un tema, attraverso sei domande, poste ogni dieci minuti (la prima alle 21,30, la  seconda alle 21,40… e così via). 
Ogni domanda sarà preceduta dalla sigla D1, D2, D3 e chiusa dall’hashtag  #artbtweets. 
Gli utenti di Twitter  che vorranno rispondere o commentare lo potranno fare  con  la formula R1, R2, R3...+ riposta+ hashtag, oppure scrivendo liberamente la propria opinione, ma senza mai dimenticare l’hashtag.
La prima chat sarà moderata da Finestre sull’arte, poi, nelle settimane seguenti, si alterneranno tutti i blog che partecipano all'iniziativa che, in ordine alfabetico, sono per ora: Arte a modino, Finestre sull'arte, Mostre-rò, Mo(n)stre, The Art post Blog. Ovviamente ci sarò anch'io di Senza dedica. 

Lo so: sembra complicato. Ma, credetemi, è più difficile scriverlo che farlo! 
E lo dice una che ha  cominciato a usare Twitter  da poco e che ignorava, fino a qualche giorno fa, perfino l’esistenza dell’hashtag.
Partecipare a questo progetto mi è sembrata, da subito, una bella sfida: la difficoltà sarà quella di usare un mezzo del tutto nuovo e di ridurre ai 140 caratteri di un tweet argomenti trattati, in genere, con maggiore spazio. 
Ma l’idea che mi è piaciuta è quella di  "fare rete" con blog che apprezzo e che leggo con grande interesse e, soprattutto, di coinvolgere- tutti insieme- in una discussione sull'arte, un pubblico più vasto possibile. 

Dunque: lunedì 17 novembre alle 21,30 comincia l’avventura. 
Il primo tema sarà proprio quello dell’arte sui blog e sui siti web.
Partecipare è facile: basterà scrivere #artbtwets nel motore di ricerca di Twitter per trovare la discussione e cominciare a parlare, anzi, a chattare.

E, allora, a lunedì. Su Twitter, naturalmente!





martedì 11 novembre 2014

Il marinaio e l'infermiera: "Il bacio di Times Square"




Dalle foto di baci nascono sempre delle storie. 
Anche se spesso non sono- come si potrebbe immaginare- storie d'amore. 
Dopo il famosissimo bacio, fotografato da Roberto Doisneau a Parigi all'Hotel de Ville e contestato da due "falsi" innamorati (qui), eccone un altro, altrettanto famoso e altrettanto discusso:


Siamo a New York, in Times Square, il 14 agosto del 1945, in quello che sarà ricordato come il V-J Day: il presidente Truman ha appena annunciato alla radio la resa del Giappone che segna, di fatto, la fine della seconda guerra mondiale. 
Dopo quasi cinque anni di un conflitto durissimo l'entusiasmo è alle stelle e, nell'euforia generale, molti scendono in strada. 
C'è chi applaude, chi canta, chi urla: un giovane marinaio dell'US Navy festeggia a modo suo, baciando con foga un'infermiera in uniforme, in un gesto tipico di due innamorati. 

La foto sarà pubblicata nella rivista "Life" il 27 agosto del 1945 e, con il titolo di "V-J Day in Times Square", farà il giro del mondo. 
Sarà riprodotta migliaia di volte fino a diventare un'icona, un'immagine di culto. 
Tanto che, nell'agosto del 2010, sempre in Times Square, centinaia di zelanti volontari si presteranno a ripetere quel bacio leggendario. 
Una foto straordinaria: il simbolo dell'uscita da un incubo e della ripresa della vita. 
O, almeno, così parrebbe, perché, in realtà, intorno a quel bacio, definito dai più sentimentali come "uno dei più romantici di tutti i tempi", si intrecciano storie e verità diverse.

La prima è quella del fotografo, Alfred Eisenstaedt (qui) che chiarisce che i due della foto non erano affatto innamorati: 
"Stavo camminando in mezzo alla folla- racconta- alla ricerca di foto da scattare. Ho visto un marinaio che veniva nella mia direzione, abbracciando e baciando tutte le donne- giovani o vecchie- che incrociava. Ho notato anche che in mezzo alla folla c'era un'infermiera. Mi sono concentrato su di lei e, come speravo, il marinaio si è avvicinato, l'ha rovesciata  all'indietro e l'ha baciata. Se non fosse stata un'infermiera, se avesse portato degli abiti scuri, non avrei scattato la foto. Il contrasto tra la veste bianca e quella nera del marinaio, ha dato alla foto tutta la sua intensità”. 
Insomma, per scattare quell'immagine  è bastato avere occhio e capacità di cogliere il momento. 
Nessun teatrino come quello che Robert Doisneau aveva dovuto organizzare per il suo “Bacio". Ma nemmeno un gesto d'amore.
A Eisenstaedt è stato sufficiente fissare col suo obbiettivo l'incontro casuale tra due sconosciuti, per trovare già tutto: l'ambientazione, l'espressività, il contrasto dei colori e, soprattutto,  un bacio così travolgente da aver l'aria di un passo di tango.  

Ma, allora, chi sono i due protagonisti? Se lo chiedono in così tanti che "Life, a distanza di anni, quando la foto è diventata ormai mitica, pubblica un appello per ritrovarli. 
Il successo va al di là delle aspettative: di presunti marinai "baciatori" e infermiere baciate se ne presentano non due, ma quindici (tre donne e dodici uomini) e ognuno narra la sua storia. 
La donna viene, da subito, identificata con Edith Shain, un’infermiera di un vicino ospedale che si era già fatta viva, scrivendo al fotografo, in tempi non sospetti. 
E l’uomo? Come fare a riconoscerlo tra tanti candidati? 
Il tempo passa e l'impresa sembra impossibile, almeno finché non si pensa di far ricorso a  prove scientifiche. 
In effetti, è proprio un medico legale, che, nel 2007, in base  a tutta una serie di analisi e misurazioni da far impallidire i poliziotti di "CSI", individua il protagonista della foto in Glenn Mc Duffie, un arzillo ex marinaio in pensione (qui). 
L'uomo, che aveva rivendicato il suo ruolo in tribunale, sottoponendosi perfino alla macchina della verità, può finalmente godersi il suo quarto d'ora di celebrità, rilasciando interviste, apparendo in televisione e ripetendo il bacio, nella stessa posizione della foto, ogni volta che glielo chiedono. 
"Per un po'- grazie  a quell'immagine, ha avuto la vita più glamour di qualsiasi altro ottuagenario":- ha ammesso la figlia.

Tutti contenti dunque? Nemmeno per idea! 
Perché a confondere le carte arrivano, nel 2012, due scrittori che hanno passato addirittura vent'anni, a confrontare foto, interviste  e i ricordi sempre più appannati dei testimoni, e che pubblicano un libro, in cui ricostruiscono, punto per punto, l'accaduto. 
Alla fine emerge un’altra verità. E stavolta sembra quella definitiva (qui)
Intanto, l’uomo non è affatto quello proposto dal medico legale, ma un altro marinaio, George Mendosa, riconosciuto con sicurezza dai suoi vecchi  commilitoni. 
La donna della foto, invece, all'epoca non  era esattamente un'infermiera, ma un'assistente odontoiatrica, Greta Zimmer, che aveva indossato l'uniforme per il suo primo giorno di lavoro. 

Tutto sistemato! L’uomo e la donna sono stati identificati e, finalmente, si può stare tranquilli. 
E, invece, no!  Perché in questa ingarbugliata vicenda, nemmeno il bacio è quello che sembra. 
Dalle dichiarazioni della donna riportate nel libro risulterebbe- almeno stando a quanto sostiene il blog femminista "Crates and Ribbons" (qui)- una verità, non proprio "politicamente corretta". 
"Non l'ho nemmeno visto arrivare- racconta Greta Zimmer- e ancora prima di rendermene conto mi sono trovata afferrata come in una morsa. Ed è così che mi ha baciato"
Basta questo per far ipotizzare che quel bacio tanto celebrato nasconda, addirittura, un'aggressione sessuale: il marinaio, in preda all'entusiasmo e, forse, anche ai fumi dell'alcol- si sarebbe  imposto con la forza a una donna riluttante. 
Insomma, su quel gesto, diventato simbolo di gioia e di libertà, ci sarebbe molto da ridire. 

Peccato! 
Forse su certe immagini, che  sono entrate così profondamente nei sentimenti e nell’immaginazione sarebbe meglio non investigare troppo. 
E  lasciare che i più romantici, o i più ingenui, continuino a commuoversi e, magari, a pensare che, in fondo, anche quel bacio non sia che  "l'apostrofo rosa tra le parole t'amo".







giovedì 6 novembre 2014

Petrus Christus: "Sant'Eligio nella bottega di un orefice"



Un viaggio nel tempo? Perché no! 
Tanto più che non c’è nemmeno bisogno di astrusi macchinari da fantascienza. Basta guardare un dipinto come "Sant'Eligio nella bottega dell’orefice” di Petrus Christus (1410 ca-1476), ora al Metropolitan Museum di New York (qui), per essere catapultati d'improvviso nel 1449.


Siamo a Bruges. 
La città è allora la capitale commerciale del Ducato di Borgogna: dal suo porto salpano le navi dirette sia verso il Mediterraneo che verso l'Inghilterra e i paesi anseatici. Dal nord arrivano legname, cereali o pellicce; dal sud, vino tappeti, sete e spezie. 
Grandi banche, come quella dei Medici, vi hanno aperto le loro filiali, mentre nel palazzo dei Van der Bourse si tiene la prima borsa valori del modo. 
Nelle strade strette e lungo i canali si incontrano uomini provenienti da paesi lontani e si sentono parlare tutte le lingue conosciute. 
Si vive di scambi e di commerci: le botteghe espongono, nei banchi aperti sulla strada, le merci più rare e pregiate. 

Una coppia di ricchi fidanzati è appena entrata da un orefice per comprare gli anelli nuziali. 
Seguiamoli pure! La porta è aperta ed è lo stesso pittore che ci invita a entrare, mettendoci sotto gli occhi una miriade di particolari.
Dalla firma che, insieme alla data, ha apposto in primo piano, sappiamo che si tratta di Petrus Christus (ne ho parlato anche qui). 
Allievo e continuatore di Jan Van Eyck, vive a Bruges come un artigiano benestante in contatto con gli esponenti più importanti della borghesia e dell'aristocrazia cittadina. 
Di certo, conosce bene i capi della Gilda degli orefici che gli hanno commissionato il quadro dedicato al loro patrono, Sant’Eligio, per esporlo nella sede della Corporazione. 
Gli orefici di Bruges, all'epoca, sono una vera potenza. 
Alla corte di Borgogna l’oro rappresenta il simbolo stesso del potere: i fortunati visitatori raccontano non solo che i nobili cortigiani sfoggiano gioielli di ogni tipo, ma anche che i soprammobili e, perfino, i servizi da tavola sono d'oro massiccio. 
I borghesi, se pure agiati, non possono di sicuro rivaleggiare con una tale magnificenza, ma hanno imparato dall'esempio dei Duchi che la ricchezza non è una vergogna (anzi!) e che deve essere esibita. Per questo non c'è nulla di meglio dei gioielli: gli orefici lavorano senza sosta e fanno fatica a soddisfare tutte le richieste. 
Nessuna meraviglia che, per il loro dipinto, non abbiano badato a spese e che si siano rivolti all'artista più caro della città. 
E Petrus Christus li ha saputi accontentare da par suo.
La scena sacra, che non tutti avrebbero compreso, è diventata, sotto il suo pennello, uno spaccato di vita quotidiana.
Intanto, ha trasformato la bottega di Sant'Eligio, che la storia ricorda come un orafo diventato vescovo e consigliere dei re merovingi, in una di quelle che si possono vedere comunemente in città e, poi, ha dato al volto del Santo i tratti dell'orefice più famoso di Bruges, Willem van Vuelten, noto per aver creato il preziosissimo anello di nozze della nipote del Duca di Borgogna. 

Niente di più adatto della sua bottega per due fidanzati un po'snob. 
Lei, tutta compresa nel suo ruolo, indossa per l'occasione un prezioso abito di broccato d'oro con un motivo di melograno e uno di quei copricapi a corna con un velo di seta che, al tempo, fanno furore. Con la mano destra indica l'anello che le interessa. 
Lui sfoggia, con una certa altezzosità, una veste di velluto blu foderata di pelliccia con un collo di seta rossa e un berretto decorato da una spilla. 
Sulla camicia di un bianco immacolato, spicca un pesante collare, forse quello del Toson d'oro, la decorazione più ambita dai membri della corte. 
Con un gesto di protezione tiene la mano destra sulla spalla di lei, ma, allo stesso tempo- come ogni gentiluomo che si rispetti- appoggia la sinistra sull'elsa della spada. 

Sulla parete di fondo, proprio dietro le spalle dell’orefice, è appesa, in bell'ordine,  tutta una serie di oggetti, un vero e proprio campionario di quello che la  sua bottega può offrire. 
E ce n'è per tutti i gusti: orecchini, anelli, pietre preziose, ma anche brocche d’argento, pezzi di oreficeria liturgica e perfino un ramo di corallo, indispensabile, all'epoca, per cacciare il malocchio. 

Sul banco di legno, accanto alla bilancia per pesare gli anelli, le monete straniere alludono alla sua attività di cambiavalute, mentre la cintura, posta in bella evidenza, è quella che, secondo la tradizione, deve essere indossata per la cerimonia delle nozze. 
Sulla destra, spicca uno specchio convesso, il cosiddetto "occhio della strega", che, piazzato davanti alla finestra, serve non solo a catturare tutta la luce dei brumosi inverni del Nord, ma anche a sorvegliare discretamente il viavai dei clienti (qui).

Insieme alla strada e agli edifici con gli alti tetti caratteristici di Bruges, lo specchio riflette anche due passanti che si danno una certa aria di raffinatezza portando con loro un rapace addestrato per la caccia.
Un quadro nel quadro, una sorta di scatola cinese, con cui Petrus Christus, citando lo specchio inserito dal suo maestro Jan Van Eyck nel "Ritratto degli Arnolfini", intende dar prova di tutta la sua abilità, ma che gli serve anche a costruire il suo gioco di prestigiatore 
In effetti, l’illusione è tale che abbiamo l'impressione che quello specchio potrebbe riflettere anche noi, se non ci sbrigassimo a spostarci. 
Insomma, siamo caduti nella trappola!
Petrus Christus, lontano le mille miglia dalla sintesi e dalla definizione matematicamente rigorosa dello spazio della pittura italiana, è riuscito ad abbattere ogni confine tra realtà e finzione e a ricreare il mondo reale, grazie alla minuziosità dei suoi dettagli, resi ancor più nitidi dalla lucentezza della pittura a olio.
Restituendo a pieno l'apparenza- o, per così dire, la pelle- delle cose, costruisce la sua illusione e cancella ogni limite di tempo e di spazio, fino a trasportarci, in un'uggiosa giornata di novembre, dalla nostra sedia di fronte allo schermo di un computer alla Bruges di sei secoli fa. 

Che vi dicevo? E' bastato solo lasciarsi andare al suo gioco di specchi, di dettagli e di colori perché la pittura compisse, ancora una volta, la sua magia.








sabato 1 novembre 2014

Il calendario di pietra: novembre



Dixe novembre: io non me so lodare/coglio le ghiande e le castagne/ per porci ingrassare/ e manzo de bona carne/ e bevo de vin dolce perché non me fassa male” (Ballata dei mesi del XIV secolo)


Novembre, il nono mese dell’anno secondo il calendario romano da cui ha preso il nome. 
Il mese, in cui le giornate diventano sempre più corte e le foglie degli alberi si rivestono dei colori sontuosi dell'autunno.
Per Ognissanti manicotti e guanti”: dice il proverbio e, in effetti, nell'aria, si cominciano ad avvertire le prime sferzate del freddo.
Nei calendari di pietra della prima metà del Duecento che, quest’anno, sto "sfogliando" a ogni inizio del mese, novembre non è il tempo della caduta delle foglie, né quello delle castagne e del vino dolce, di cui parla la "Ballata dei mesi".
Come sempre, la raffigurazione del mese è dedicata alla principale attività agricola del periodo. 
Nell'avvicendarsi delle stagioni, dopo la mietitura del frumento, la vendemmia e la semina, prima che il gelo renda troppo duro il terreno, è arrivato il momento della raccolta delle rape.


Il Novembre del Ciclo della Pieve di santa Maria ad Arezzo è un biondo e barbuto contadino, vestito con una tunica pesante stretta in vita da una cintura, che si difende dal freddo, calzando robusti stivaletti e indossando, sopra la cuffia chiusa dal sottogola, un caldo berretto di pelo. 
Con un gesto sicuro e preciso, estrae le rape dal terreno, afferrando il fogliame alla base del colletto.

All'epoca, la raccolta delle rape è una scadenza fondamentale del calendario agricolo. 
Coltivarle non è difficile: possono crescere ovunque, negli ampi campi aperti come nei piccoli orti recintati vicino alle case, hanno poche esigenze di clima o di terreno, si conservano a lungo e si possono cucinare in molti modi. 
Già nell'antichità, stando a quanto racconta Plinio il Vecchio, le rape rappresentano il terzo principale prodotto agricolo dopo il vino e il frumento, mentre i cronisti medioevali le considerano, insieme al cavolo, il cibo più diffuso nelle tavole dei poveri come in quelle dei ricchi. 
Conservate come scorte, servono a superare  i periodi più duri, quando i campi non danno più raccolti, e rendono meno temibile l'approssimarsi della brutta stagione.

In una società, dove ci si accontenta di poco e dove il pensiero della carestia e della fame è un assillo quotidiano, anche un modesto raccolto nell'orto di casa può rappresentare un sostegno: vestiti pesanti, un posto dove ripararsi e la sicurezza di un po' di cibo bastano per guardare al futuro con un po' di tranquillità. 
Anche se Novembre avanza e preannuncia  i rigori dell'inverno ormai non fa più paura.